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→  gennaio 14, 2007

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di Barbara Spinelli

Come usare la parola riformista e quando: è tra i compiti più importanti che abbiamo di fronte, se si vuol riportar ordine nel linguaggio e salvare l’idea stessa di un miglioramento delle nostre democrazie. La parola in questione è adoperata in economia e nelle questioni etiche, in politica internazionale e nelle scelte di pace e guerra. Il suo uso è divenuto a tal punto smodato, dilagante, che un dubbio è lecito: forse il riformismo attraversa una crisi grave, che i sedicenti riformisti occultano con le loro grida. Forse è divenuto l’alibi di chi non sa più pensare in profondità le trasformazioni. Forse nasconde tentazioni utopistiche che ieri contrassegnavano i rivoluzionari. Ci sono parole che sono come governate dalle Erinni, divinità della vendetta: riappaiono e dilagano quando il loro significato si snatura, o s’ingarbuglia sino a svanire. Hanno un’esistenza simile a quella delle persone, fluttuante e fragile: non a caso i greci antichi personalizzavano concetti e cupe passioni, aggiungendo nuovi dèi agli abitanti dell’Olimpo. Un destino analogo è capitato a parole come identità, liberazione, diritti umani, memoria. Sono vocaboli che andrebbero usati con parsimonia estrema, per proteggerli. In attesa della loro resurrezione si potrebbe ricorrere a termini supplenti. La pulizia della politica e della mente comincia sempre con una pulizia delle parole più sciupate dall’uso.
L’Italia non è l’unica a esser affetta da questa sindrome, e l’economia non è l’unico terreno che vede ingarbugliarsi il concetto di riforma. Falsi riformisti son presenti ovunque, con personalità forti.
Son presenti in Germania, dove il riformismo s’accumula spesso senza costrutto e produce una malattia chiamata Reformitis. Hanno dominato per anni la politica americana, influenzando la sua politica estera e l’offensiva contro lo Stato sociale annunciata dalla Rivoluzione repubblicana. In Italia si son moltiplicati da quando Prodi ha formato la sua coalizione e vinto le elezioni. Chi è riformista si sente sperduto e inerme, di fronte alle difficoltà del centro-sinistra. Ha l’impressione di non esser ascoltato e ama descrivere se stesso come solitario errante, sempre sull’orlo di divenire un perdente, anche quando una vasta maggioranza di giornali lo sostiene. Ogni mossa governativa viene esaminata alla luce di questa battaglia fraseologica (il riformista dice raramente le riforme concretamente fattibili) e perderla è un sottile motivo di gloria se non di piacere. Perché chi perde è vittima, e chi è vittima non ha responsabilità: è come se avesse una fedina penale assolutamente pulita, e gli fossero dovuti un risarcimento o una caparra o un monumento.
Il riformista italiano non ha quasi nessuna caratteristica che lo apparenti al riformatore autentico. Non possiede la pazienza di quest’ultimo, né la sua umiltà. Ha fretta di giungere allo scopo che si prefigge, come Orfeo che nella poesia di Rilke vorrebbe salvare Euridice ma guarda innanzi a sé colmo d’impazienza, e «divora la strada col suo passo a grandi morsi, senza masticarla». Masticare la strada è fare sul serio riforme, pagarne il prezzo, divenire vulnerabile, mettersi in gioco e non tenersi in riserva per fantasticate missioni di salvataggio. Il falso riformista non si sporca le mani e se possibile resta fuori dal gioco; consiglia riforme impopolari ma teme in realtà l’impopolarità come la peste. Il più delle volte sceglie lo scranno del commentatore: i giornali sono ghiotti di esporlo in vetrina perché in tal modo diventano essi stessi attori della politica. Ma ci sono anche le volte in cui il riformista opera dal di dentro, condividendo col riformista esterno il fato di vittima. Luigi La Spina lo ha descritto bene su questo giornale, dopo Caserta: «I riformisti di Margherita e Ds non possono far finta di aver perso quando non hanno mai combattuto, se non tra di loro». E la guerra non è stata tra estremisti e moderati ma tra Ds e Margherita attorno a chi, liberalizzando per primo, possa definirsi più riformista dell’altro.
I riformisti frettolosi godono di alcuni vantaggi considerevoli. Come commentatori godono dell’impunità, perché non son costretti a fare e nemmeno a rispondere di quel che scrivono. Non devono dare dimostrazioni pratiche della propria presunta superiorità, perché molti di loro sono in riserva e non giocano ancora. Non pagano prezzi, perché la loro influenza non è costruita sulle servitù dell’azione. Essendo sempre potenzialmente perdenti possono denunciare gli impedimenti che nascono da continui complotti radical-conservatori, di Rifondazione o Diliberto. Se solo potessero governare loro, tutto sarebbe più facile: di questo son sicuri. Ma non possono (forse non vogliono) provarlo, e proprio quest’impossibilità li rende invulnerabili. Possono contraddirsi senza timori, possono difendere il bipolarismo e al tempo stesso auspicare governi centristi di volenterosi, che escludano i radicalismi. Usano l’estrema sinistra come alibi della propria inconsistenza. In Italia sono oggi assai numerosi e spesso si comportano come se la sconfitta di Berlusconi fosse una sciagura. Nei dettagli delle riforme non entrano, perché la loro vera natura è rivoluzionaria. Solo i rivoluzionari danno priorità allo scopo finale, rispetto alla strada che deve esser pazientemente battuta. I falsi riformisti hanno qualcosa di giacobino, di utopistico, decretano presto la morte di una leadership, e in questo somigliano non poco ai falchi della rivoluzione liberista americana e della guerra in Iraq.
In un articolo su Foreign Policy, l’economista-psicologo Daniel Kahneman (premio Nobel 2002) e il politologo Jonathan Renshon si domandano come mai, nella storia politica e umana, i falchi finiscano quasi sempre col prevalere sulle colombe. Hanno la meglio perché posseggono pregiudizi più forti, opinioni inflessibili, e soprattutto illusioni più semplificatrici. Si nutrono di preconcetti non dimostrati e tanto più persuasivi. Primo, il preconcetto a proposito dell’avversario, giudicato fondamentalmente ostile. Secondo, il preconcetto che nasce da un ottimismo sconfinato, cui Kahneman e Renshon danno il nome di «illusione di controllo»: i falchi son convinti di essere più bravi, più brillanti, più attraenti della media. A volte lo sono, come avvenne nella guerra contro Hitler. Ma spesso il loro primato è un vizio: il vizio di chi sopravvaluta i propri successi, esagera il controllo che può avere sugli eventi, nasconde le debolezze dell’avversario o rivale. Il falco è convinto di vincere la guerra in Iraq allo stesso modo in cui il falso riformista in Italia è convinto che – se solo comandasse lui – le riforme si realizzerebbero tutte e subito.
Per capire la natura del vero riformista conviene risalire il tempo, e ricostruire il dibattito che divise la socialdemocrazia tedesca tra la fine dell’800 e il ’900. Eduard Bernstein ruppe con Karl Kautsky e Rosa Luxemburg su questi temi, preferendo la via riformista e revisionista. Disse che per lui il fine era meno importate del movimento che portava al fine: «Il movimento è tutto, il traguardo finale mi interessa di meno». Tra riforme e rivoluzione scelse le riforme, e ne precisò la natura. Nello sviluppo legislativo lento, elastico, egli vedeva operare l’intelletto, mentre nella rivoluzione vedeva il sentimento. La riforma era un metodo graduale di trasformazione, mentre il metodo rivoluzionario era rapido, sbrigativo, condensato. È quel che indignò la Luxemburg, che accusò Bernstein di scartare l’«atto politico creatore» della violenza rivoluzionaria e di privilegiare il miglioramento delle condizioni vigenti, il mero «vegetare della società». Se si guarda agli argomenti dei nostri riformisti, l’impressione è che essi siano più vicini alla Luxemburg che a Bernstein. L’unica cosa che non possiedono, dei rivoluzionari, è lo slancio o l’abnegazione. Il falso riformista è un rivoluzionario cool, che nel frattempo ha gustato il trasformismo o la celebrità.
Chi riforma davvero non divora il cammino a grandi morsi, ma lo percorre piano e lo mastica. Sa che la via più dritta che conduce allo scopo è spesso quella più serpentina. Sa che l’umanità è un legno storto, che si riforma con lentezza, negoziando patti sempre nuovi. In fondo son più riformatrici le sinistre radicali, oggi, che i riformisti. Rifondazione e i suoi ministri si dibattono, promettono di ostacolare, ma fanno anche grandi sforzi per correggersi e correggere le storture italiane. Hanno accettato l’intervento militare in Libano, hanno consentito a sacrifici non indifferenti in economia. Il cammino che compiono con Prodi è unico in Europa.
Torniamo a Orfeo. Nella poesia i suoi sensi appaiono come divisi in due: mentre l’occhio corre in avanti come un cane, tornando indietro sui suoi passi e poi rimettendosi a correre lontano per attenderlo alla prossima svolta, «l’udito restava, come un odore, indietro». Riconnettere lo sguardo all’udito – la visione del traguardo all’esperienza del cammino – è uno dei primi passi, se si vuol restituire al riformismo il significato sciupato.

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Riformisti: nodo politico non semantico
di Franco Debenedetti – Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2007

→  gennaio 11, 2007

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Con le sue “Osservazioni critiche” (Corriere della Sera, 8 Gennaio), Nicola Rossi risponde agli interrogativi suscitati dalla sua decisione di uscire dai DS: perché attacca Fassino se il suo bersaglio è il Governo? rimpiange la stagione del primo governo D’Alema o prefigura quella dei “volenterosi”? non si rende conto che la prima vittima della sua uscita è il Partito Democratico?

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→  settembre 17, 2006

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di Tito Boeri

Dopo aver seguito in questi giorni le animate conferenze stampa della nostra fitta delegazione, i cinesi si stanno probabilmente chiedendo che razza di Paese sia l’Italia. Loro se ne intendono sia di affari che di intervento dello Stato in economia. E hanno ascoltato una sequenza di notizie alquanto sorprendenti. Primo, il manager del più grande gruppo italiano (anche per numero di consulenti ed advisors) rimane in sella per cinque anni pur a fronte di risultati deludenti, se non addirittura disastrosi come nei media, e di un indebitamento al di sopra della media del settore.
Secondo, questo numero uno rinnega, con l’approvazione unanime del consiglio di amministrazione, la promessa fatta agli azionisti sul prospetto informativo depositato solo un anno e mezzo fa. I risparmiatori, tra cui forse anche qualche cinese emigrato in Italia, hanno mestamente assistito negli ultimi 5 anni al dimezzamento del valore del titolo in Borsa credendo nelle «sinergie» e nella «creazione di valore» associata all’integrazione fra fisso, mobile, Internet e media. Apprendono ora, tutto d’un colpo, che il valore si crea invece solo spaccando in due, anzi in tre, l’azienda.
Terzo, il nostro governo, impegnato a convincere uomini d’affari cinesi a investire in Italia e le autorità di Guangdong a fidarsi di noi, divulga nei minimi particolari i contenuti di trattative riservate in corso tra Telecom e altre aziende.
Quarto, il nostro premier confessa di essere del tutto all’oscuro della vicenda, nonostante vi sia, tra i suoi consiglieri, chi ha preparato piani di riassetto dell’azienda in puro stile banca di investimento (termine tradotto in italiano perché, come è noto, nella merchant bank di Palazzo Chigi non si parla l’inglese).
Quinto, il numero uno di cui sopra si dimette, motivando la sua scelta non tanto in base ai pessimi risultati dell’azienda quanto alle interferenze del governo, e il consiglio sempre all’unanimità chiama l’uomo della provvidenza, attualmente alla guida della Federcalcio. In effetti, i cinesi hanno potuto in questi giorni toccare con mano la Coppa del Mondo esibita negli stand dell’Ice a Canton. Ma non c’era bisogno di questo per convincerli che il rosso, declinato al plurale, è sinonimo di successo.
Probabilmente i cinesi, nelle prossime settimane, avranno altro di cui occuparsi. Non potranno dunque acquisire quelle ulteriori informazioni, che forse potrebbero dare un senso a vicende apparentemente incomprensibili. Siamo il Paese in cui si lasciano sempre trapelare i segreti, basta che siano quelli degli altri. Quindi tranquillizziamoci: prima o poi, sapremo tutto. Ma una cosa è chiara sin d’ora, anche ai cinesi che sono maestri nel fare e disfare scatole e nello stare in mezzo al guado, fra Stato e mercato.
Se avessimo un capitalismo maturo e una classe politica che ha una cultura economica (prima ancora che di mercato) adeguata, probabilmente nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto. Non avremmo catene di controllo bizantine, per cui gli utili di un’azienda che continua a macinare profitti nella telefonia mobile grazie alla scarsa (altro che eccessiva!) regolazione del settore, non vanno ad abbattere l’indebitamento, ma affluiscono ai piani alti della catena. Non avremmo neanche manager-padroni che possono sopravvivere, nonostante i loro palesi errori, ai posti di comando per quelli che nei mercati finanziari sono tempi biblici. Avremmo invece più concorrenza nelle telecomunicazioni e prezzi più bassi per gli utenti, il vero interesse nazionale, mentre il maggior gruppo italiano sarebbe un conglomerato con azionariato diffuso, controllato da un manager con una piccola quota. Non avremmo neanche personale nella cabina di regia con smanie di protagonismo, che vogliono intervenire in prima persona nella vita di un’impresa privata, anziché limitarsi a regolare e far leggi che assicurino che i piccoli azionisti abbiano voce in capitolo. Non avremmo progetti, comunque maturati non lontano dalle stanze dei bottoni, in cui torna in auge una creatura, assai popolare nella scorsa legislatura, come la Cassa Depositi e Prestiti, per rinazionalizzare la rete telefonica. Non vi sarebbe neanche chi al governo, per fortuna non tra i ministeri economici, chiede l’utilizzo della golden share, come se fossero in gioco gli «interessi vitali» del Paese. Di vitale per il Paese c’è in questa vicenda solo la credibilità internazionale. Bene salvaguardarla, a tutti i livelli.

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di Carlo Scarpa – La Voce, 11 settembre 2006

→  giugno 1, 2006

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di Franco Debenedetti

Un governo “restauratore”: mi fa piacere che Gian Enrico Rusconi abbia nell’incipit del suo articolo quest’espressione. La mette tra virgolette, a mo’ di citazione. Io la usai in un articolo su il Il Corriere del Ticino del 31 marzo 2006, che lo mise pure nel titolo: ma è improbabile che l’amico Gian Enrico l’abbia letta su quel giornale. E mi è venuta la curiosità di sapere chi ha usato quell’espressione per primo.

→  maggio 10, 2006

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La polemica sul Gay Pride

«Non mi impressiono davanti alle discussioni e alle polemiche all’interno della coalizione sul rapporto tra etica e politica. E’ inevitabile quando si affrontano le cosiddette questioni sensibili. Il problema è un altro: non basta un programma amministrativo e l’accordo sulle modalità per attuarlo per fare un matrimonio fra culture politiche diverse. Ci vuole un obiettivo in cui fortemente si creda, una visione condivisa di quali sono i rapporti delle persone tra loro e di queste con lo Stato». Franco Debenedetti, ex senatore diessino, commenta così gli sviluppi politici della guerra che ha diviso il centrosinistra subalpino sul corteo del Pride.

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→  marzo 9, 2006

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Programmi

di Luca Ricolfi

Esattamente dieci anni fa, all’inizio del 1996, usciva un libro di Marco Revelli intitolato «Le due destre». Era il periodo in cui Prodi e il Pds inventavano l’Ulivo, e Berlusconi e Fini guidavano il Polo delle libertà senza la Lega. La tesi di Revelli era che nell’Italia della seconda Repubblica lo scontro politico non era fra una sinistra e una destra, bensì fra due differenti tipi di destra: quella populista e plebiscitaria di Fini e Berlusconi, e quella elitaria e tecnocratica di Prodi e D’Alema.
Si può sottilizzare sui dettagli, ma – a dieci anni di distanza – è difficile non riconoscere che Revelli aveva visto giusto: nel quinquennio 1996-2001 il centro-sinistra fece ben poche cose di sinistra, e molto di quel che fece – privatizzazioni, liberalizzazioni, flessibilizzazione del mercato del lavoro – è precisamente quel che tradizionalmente ci si aspetta da un governo di destra (detto per inciso, è questa la vera ragione per cui Bertinotti fece lo sgambettto a Prodi, e dal suo punto di vista non saprei come dargli torto).
Dunque è vero: nel 1996 l’elettore fu chiamato a scegliere fra due destre, e preferì quella liberista a quella populista. Ma oggi? Oggi, a mio parere, la scelta non è più fra due destre ma fra due sinistre. Nel frattempo, infatti, sono successe due cose molto importanti, che hanno completamente sconvolto l’offerta politica.
La prima è che la sinistra è riuscita a formare un’alleanza larghissima, che va da Mastella a Bertinotti, e a mettere a punto un programma che è convintamene sostenuto innanzitutto da Bertinotti stesso. Per quanto vago e pieno di formule ambigue, il programma dell’Unione è chiaramente più di sinistra dei programmi del 1996 e del 2001, ed è per questo che Bertinotti lo difende e lo difenderà a spada tratta, bloccando ogni tentativo di darne un’interpretazione eccessivamente modernizzatrice. Quando Bertinotti dice che i pericoli per la governabilità verranno da quello che lui chiama il centro ha perfettamente ragione: se l’Unione vincerà, i primi a trovarsi a disagio non saranno i «comunisti» del Prc e del Pdci, marginalizzati da un partito democratico che non c’è, bensì i liberisti annidati nella Rosa nel pugno, nella Margherita, nella destra Ds. Insomma la prima vittima dell’Unione non sarà l’ala sinistra dell’Unione stessa ma la cosiddetta «agenda Giavazzi», ossia il programma di scongelamento del sistema proposto qualche mese fa dall’economista milanese. Dunque Revelli ha ragione per il passato, ma la sinistra di oggi sembra aver ascoltato non pochi dei suoi consigli, e si presenta (finalmente?) davanti all’elettorato con un classico programma di sinistra, molto attento a restituire il maltolto al lavoro dipendente e a rinforzare lo stato sociale.
Ma c’è una seconda novità, meno visibile della prima. Da allora anche la destra è cambiata, e molte delle cose che ha fatto in questi anni sono cose «di sinistra». Ha aumentato le pensioni dei lavoratori più deboli. Ha fatto crescere il peso della spesa sociale sul Pil, che invece l’Ulivo aveva tenuto costante. Ha deprecarizzato il mercato del lavoro, che invece l’Ulivo aveva flessibilizzato. Ha fermato le privatizzazioni e le liberalizzazioni, che invece l’Ulivo aveva portato avanti.
Ecco perché dicevo, un po’ provocatoriamente, che oggi l’alternativa non è più fra due destre, come dieci anni fa, ma fra due sinistre. Da una parte l’Unione, ossia la vera sinistra, che promette di liberarci da Berlusconi e di ridistribuire reddito dai ceti medio-alti a quelli medio-bassi. Dall’altra la Casa delle libertà, ossia la falsa destra, che promette di conservarci Berlusconi e di finire il lavoro neo-statalista iniziato cinque anni fa.
Non è questo il luogo per esaminare le differenze fra le soluzioni degli uni e quelle degli altri, che sono indubbiamente notevoli sia sul piano economico sia sul piano sociale. Ma è difficile sfuggire all’impressione che entrambe capitalizzino sulle paure degli elettori, sul bisogno di protezione, sulla difesa di interessi perfettamente legittimi ma settoriali. Insomma, visti da vicino il programma dell’Unione e il programma della Casa delle libertà appaiono profondamente conservatori, terribilmente preoccupati di blandire le rispettive basi sociali, tragicamente incapaci di verità e di coraggio, irresponsabilmente omissivi sullo stato dei conti pubblici e sulle scelte (anche dolorose) che sarebbero necessarie per rilanciare lo sviluppo. Eppure se la torta non crescerà non ci sarà niente da distribuire, e ci ritroveremo come sempre a incolpare la mala sorte, l’opposizione, il terrorismo, l’avversa congiuntura internazionale.
Con questo non voglio suggerire che la scelta fra Casa delle libertà e Unione non sia importante. Quella scelta determinerà in che tipo di democrazia vivremo nei prossimi anni, e lungo quali sentieri verrà incanalato il declino dell’Italia, insomma la velocità e la direzione della nostra «argentinizzazione». Ma come elettore preferirei poter pensare di avere una terza chance.

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di Franco Debenedetti – Il Riformista, 11 marzo 2006