Bele sì.
Una città – Asti, una famiglia – i Debenedetti

novembre 18, 2012


Pubblicato In: Convegni

Associazione Premio Asti d’Appello
Sala Conferenze di Palazzo Mazzetti
Corso Alfieri, 357 – Asti


”Sosta nel rifugio” è il titolo di questa foto fatta dallo Zio Attilio, il primogenito di Nonno Lilin, a sua moglie, la Zia Regina dai meravigliosi capelli d’argento.

Fissa una situazione di operosa tranquillità, di naturale eleganza, di agio e di adagio. Di star bene dove si sta. Il sole fuori dalla finestra, la tela cerata sul tavolo, la pianta, le bottiglie di vino, la tazza da te sul vassoietto. Non so dove sia stata presa, ma quelle donne hanno tutta l’aria di essere a casa loro, studiano, correggono, scrivono. Di qui il titolo intimista, chissà la suggestione della gozzaniana “Via del rifugio”.

Foto e titolo acquistano , da quello che sarebbe accaduto poi, un senso diverso. “Rifugio” diventa premonizione del significato preciso che poi avrebbe avuto. “Sosta” non indica più che quello è un posto da cui ci si può allontanare, la ragazza per proseguire i suoi studi, la lettera per raggiungere il suo destinatario: fa pensare che altre soste verranno, ansiose e angosciose, mentre fuori preme la minaccia.

E’ l’impressione che mi fanno sempre le foto e i film di quel periodo, che ritraggono la Asti dei Debenedetti: un posto tranquillo, dove si ha casa, dove crescono famiglie ricche di figli e di nipoti, dove si studia e dove si scrive, e da cui un giorno ci si allontanerà di propria volontà, per realizzare i propri progetti di vita. E’ la coscienza di quello che sarebbe accaduto pochi anni dopo a far sì che non si possono vedere senza un brivido le testimonianze di quella serenità, di quando Asti era per i Debenedetti, e per gli ebrei della comunità ,un posto tranquillo: di cui dire, con un pizzico di orgoglio, di stare, o di essere stati “Bele lì”.

Qui devo fare una parentesi. Et peccatum meum contra me est semper: ho rubato il nome. Dopo che le feci la corte per un anno, Maria Luisa Giribaldi ha scritto una storia delle comunità israelitica di Asti. “Bele sì” è il titolo che ha dato al suo lavoro, e io mi sono permesso, a sua insaputa di proporlo come titolo della giornata di oggi. Vuol dire che quando uscirà il libro, ve ne ricorderete, e correrete a comperarlo. Io ho letto il dattiloscritto: sono certo che piacerà a voi come è piaciuto a me.

Quanti sono stati i Debenedetti in Asti? La mitica Nonna Dolcina, la sorella di Isacco Artom, diede a Salvador 15 figli.

I registri della scuola Clava riportano 98 Debenedetti, più di ogni altra famiglia.

Per stare nel tema “i Debenedetti” dovrei parlare di tutti, almeno di tutti i discendenti di Salvador.
Ma la mia conoscenza va scemando passando dai figli di Israel,a quelli di Camillo, Giulio e Mario, a quelli di Beniamino, Arturo e Jolanda.

Jolanda che passò il confine con la Svizzera negli stessi giorni che lo passammo noi, ma, respinta, fu presa e non fece più ritorno. E quindi chiedo perdono se indulgo in una certa parzialità. Diciamo che è un artifizio retorico, una sineddoche, la parte per il tutto, i Debenedetti di via d’Azeglio per i Debenedetti di Asti. Giustificato dal fatto che i festeggiati sono Paolo e Maria.

Paolo e Maria erano gli unici nipoti del Nonno Lilin che stavano ad Asti. Anche lo Zio Attilio stava ad Asti, aveva la passione della fotografia e non aveva figli. I bambini più fotografati della famiglia. Guardiamoli in questi filmini.










Scena tutta diversa, rispetto alla Sosta nel rifugio, ma vi si respira la stessa aria, di tranquilla serenità, di moderata agiatezza. La villotta al Marino, i figli maschi tutti laureati, tutti bene avviati. Poteva essere soddisfatto l’avvocato Debenedetti, presidente della comunità per 21 anni, dal 1910 al 1931. Come sono lontani i tempi del ghetto! A Roma, ben piantata di qua dal Tevere c’è la Sinagoga a testimoniare l’orgoglio e l’integrazione degli israeliti. Israel può dare a un figlio il nome del Re. (Ma neanche Ettore o Rodolfo o Virginio sono propriamente nomi biblici).

Integrata anche nella lingua, quella strana mescolanza di giudaico-piemontese:

andé ‘n sanaranà ( andare in malora)
andé ‘n t’l maqom ( andare al diavolo)
ròbe d l’ aotr ‘olam ( cose dell’altro mondo );
gnanca par chalòm ( neanche per sogno );
àina, àina ( guarda, guarda ).

C’è perfino un poemetto tragicomico “la gran bataja d’j ebrei ‘d Muncalv”, di cui Paolo a Maria hanno una “bande dessinée” da Lele Luttazzi, e che finisce con questi versi

Ah! c’non i succeda pu di sti guai
Baroucabà, adonai, adonai !
Come si vede, piemontesi si, ma l’ebraico ha sempre l’ultima parola.

Anche forse anche grazie a questa integrazione se Israel e Olimpia, e i loro figli tutti, sopravvissero a quel periodo tremendo in modo obbiettivamente fortunato, addirittura, visto a posteriori, relativamente facile. Il poliziotto, che era venuto a cercare il Nonno a casa sua, quando gli dicono che non é in casa si limita a gridar forte “torno un’altra volta “, in modo che in casa sentano e …sappiano regolarsi. (Ad ogni buon conto, sul retro della casa di Via d’Azeglio passando per il giardino della casa di Ettore e Teresa, si arrivava al cortile delle suore francescane, generose e accoglienti).

I fascisti che vogliono prelevare dalla corsia dei malati sospetti, di fronte allo Zio Ettore che si rifiuta di consegnarglieli, (“Cosi sapete che se domani toccasse a voi io farei lo stesso”) finiscono per andarsene con la coda tra le gambe. Della famiglia di Israel l’unico è mio padre a prender la strada della Svizzera: solo i pessimisti si salvano, diceva, l’aveva imparato in trincea, ed era quasi tutto quello che raccontava della prima guerra, oltre che della pesca con le bombe a mano nel Lago di Garda. Anche la famiglia di Corrado, quello di tutti noi che ha corso rischi davvero seri, era riuscita nascondersi grazie ai rapporti che lo Zio Umberto aveva stretto con un notabile di una cittadina vicino a Ferrara che li aveva muniti di “autentici” documenti falsi. E così Ugo, così Virginio, così credo Giovanni Pugliese.

Gli avvenimenti di tanti anni fa, tornano alla mente in questi giorni in cui Israele é soggetto ad attacchi che ormai colpiscono anche Tel Aviv e Gerusalemme; in cui l’antisemitismo violento è ridiventato merce di libera circolazione; mentre la situazione politica per Israele è pericolosa come mai forse prima d’oggi. Una lettera di stamane, scritta da una persona che ricopre un ruolo di primo piano in Israele, mi fa pensare, con ammirazione e con trepidazione, a quei giorni di tanti anni fa.

“Viviamo momenti di grande incertezza economica, ma la gente cerca per quanto è possibile di andare avanti con la proprio vita. L’altra sera siamo stati al 60esimo compleanno di un amico, in un alloggio in Tel Aviv vicino alla spiaggia, non lontano da dove era caduto uno dei missili (nel mare). Il compleanno era di uno che è stato a lungo parte della Israel Philarmonic e c’era un quartetto d’archi e un pianista che all’inizio della sera hanno suonato un meraviglioso pezzo di Schumann. Era un po’ surreale sentire le istruzioni su che cosa bisognava fare se avesse suonato la sirena (l’istruzione per gli ospiti era di andare nella tromba delle scale dell’edificio). Dopo di che abbiamo avuto un concerto straordinario, un’ottima cena, e quasi nessuno ha parlato della situazione. Oggi siamo rimasti a casa, io mi sono fatto una bella corsa sulla spiaggia. Più tardi abbiamo preparato il rifugio nel caso ne avessimo bisogno.”

Oggi festeggiamo gli unici che sono rimasti Bele sì, Paolo e Maria. Anzi incominciamo da Maria dato che non tutti sanno che Maria De Benedetti occupa, in Italia e all’estero, un posto di assoluto rilievo per avere realizzato una svolta sostanziale nella psicologia dell’educazione. Mi limito a citare i momenti più significativi della sua vita professionale, quelli che Maria, con un pizzico di civetteria accademica, chiama i suoi “insuccessi”.

Dopo la laurea in filosofia a Torino, specializzazione in psicologia alla Cattolica, insegnamento alle magistrali ad Asti (molti anni dopo, quando tornerà al “rifugio”, ne sarà vicesindaco), la svolta: l’ENPI di Milano. Lì con il meglio della psicologia aziendale di quegli anni (Agip, Fiat, Olivetti, Rinascente) si ricercava come la psicologia, oltre che per analizzare le circostanze degli incidenti sul lavori, potesse essere usata anche nella selezione in vista di assunzioni prima, e nella formazione al lavoro poi. Era un momento “magico” per la cultura produttiva italliana. Rispetto alla prassi prevalente di una formazione professionale che ripete in piccolo i modelli gentiliani, Maria introduce la metodologia di una formazione che parta dall’analisi delle conoscenze necessarie per fare il lavoro a cui i ragazzi devono essere avviati, e solo successivamente da lì procede verso saperi più generali ed astratti.

GUBBIO, anni ’70 e inizio ’80. Nella scuola superiore con indirizzi agraria, urbanistica, linguistica, informatica, sanitaria, Maria imposta i curricula dei corsi, sempre in base allo stesso principio: lavorare sulla realtà che incontreranno gli allievi sul loro lavoro. Esemplare il lavoro fatto sugli infermieri., che proseguirà nella scuola infermieristica dell’……di Milano.

IARD , Individuazione e assistenza ragazzi dotati, un’iniziativa originata nell’ambito della famiglia Pirelli, sviluppata e condotta di Brambilla e Ghisalberti, e sostenuta dal Rotary. Un’iniziativa un po’ ideologica, che si volse poi più utilmente nel suo contrario, partire da quelli che vanno male per migliorare i programmi di formazione e di lì generlizzare al recupero degli adolescenti. E qui il riferimento geografico è Rovereto, e le scuole del Trentino.

OPPI, 1965-1985. Questa associazione, poi divenuta Fondazione, che si appoggiava ai gesuiti di San Fedele e ad un ordine di suore laiche, organizzava corsi residenziali di 7,12,12, 15 giorni di avviamento professionale. Maria anche lì imposta i corsi con la metodologia di partire dalla concretezza di quello che i ragazzi devono sapere per saper fare.

ORT, 1967 1980. Un’organizzazione mondiale per il riadattamento degli ebrei provenienti da vari Paesi e che dovevano essere preparati per il novo ambiente che avrebbero trovato in Israele.

SVIZZERA. Nei cantoni di Zurigo, San Gallo, Basilea, Lucerna, Losanna, mezza giornata alla settimana viene dedicata ai figli di italiani, che ormai hanno perso quasi ogni riferimento, anche linguistico, al paese dei genitori, per fornire loro le conoscenze indispensabili a ottenere la licenza media, e così evitare le prescrizioni, magari discriminatorie, che esistevano in Svizzera per il proseguimento degli studi.

SCUOLA DI POLIZIA. L’obbiettivo era di correggere le tendenze al rambismo. Maria imposta il problema in positivo, far leva sulla professionalità, fornendo conoscenze di psicologia e di sociologia. Il corso poi venne assegnato ad Elea, che invece forni i corsi tradizionali preferiti dalle gerarchie. Ancora adesso Maria si chiede se, andando invece avanti sulla strada che lei aveva iniziata, non si sarebbero evitati i fatti del G8 di Genova e i danni che le relative condanne hanno procurato all’immagine della Polizia.

SETTORE EDUCAZIONE DEL COMUNE DI MILANO. Nel personale delle scuole serali (5-6000 dipendenti) si erano infiltrati simpatizzanti o veri e propri fiancheggiatori della BR. “Con chi stati tu?” era la minacciosa domanda che facevano al primo contatto. Il problema fu risolto anche grazie all’aiuto dei sindacati. Come quello dei circa 1500 drop out, che disturbano il normale svolgimento dei corsi serali, risolto con l’istituzione di 10 corsi da 15 ragazzi l’uno.

E Maria li chiama “fallimenti”. Non del tutto a torto: perché, anche quando i risultati ci sono, anzi proprio perché dimostrano il successo del metodo, o per invidia personale, o per timore di disturbare l’ordine esistente, si sviluppa la reazione per riportare tutto dentro metodi tradizionali (e catene di comando affidabili). Si capisce perché nel nostro Paese le riforme sono così difficili da introdurre, e perché se introdotte vengono distorte. Con la sua vasta attività formativa e psicologica nel campo educativo, svolta sempre all’insegna dell’anticonformismo, del rifiuto di astrattezza e banalizzazione, nonché a sostegno degli svantaggiati, Maria ha lasciato un segno destinato a durare nel tempo. “Psicologia: Ancora?” E’ il titolo di un libro di Maria. Sottotitolo, perché come titolo le pareva troppo ambizioso, “Progetto uomo”. E’ il suo insegnamento: senza un progetto uomo non si può fare formazione.

Già perché i Debenedetti, attaccati o staccati che siano, scrivono. Scrissero Ettore, Rodolfo, Virginio; Franco, oltre a quelli che ha scritto e prefati, ne ha in gestazione un paio; Carlo ne ha appena pubblicato un altro; scrive Ghigo. E abbiamo perso le tracce di probabili scritti non accademici di Giovanni Pugliese. Quanto scriviamo! da riempire le vetrinette.

Parlando di scrivere, ovviamente si pensa a Paolo. Umberto Eco, che egli fece assumere dalla Bompiani quando lavorava in Rai insieme a Gianni Vattimo e a Furio Colombo, lo chiamava “il re delle enciclopedie”. Alla Bompiani per 19 anni, responsabile di tutta la non narrativa, quindi saggistica, manuali, curò i volumi degli Artisti e dei Personaggi nella Enciclopedia delle Opere. Alla Garzanti per 14 anni, curò l’Enciclopedia Europea. E poi alle Edizioni Paoline. Ci sono libri non solo di li, ma su di lui, come gli scritti di Carlo Maria Martini, Amos Luzzato, Agnese Cini, Umberto Eco, Salvatore Natoli, Laura Novati e altri raccolti ne Il settantunesimo senso. Omaggio a Paolo de Benedetti (Humanitas, gennaio-febbraio 2006). Piergiorgio Cattani ha dedicato al suo pensiero Dio sulle labbra dell’uomo. Paolo De Benedetti e la domanda incessante (Il Margine, Trento 2006). Mi limiterò a ricordare la Teologia degli animali, la possibilità, in un’ottica cristiana, che gli animali e tutti gli esseri viventi possano rientrare nel piano di salvezza divino realizzato per l’uomo. Scrive Paolo. « Io credo… che l’animale, compagno di tante solitudini, di tante tristezze, in in misura varia secondo la sua coscienza – affermo e ripeto coscienza – ci accompagnerà anche nell’altra vita, e non ci si chieda di spiegare il perché ». E Il filo d’erba, in cui vede l’idea cristica di “prossimo”, poiché tutto ciò che esiste è creatura. Il gemito della creazione nelle doglie del parto descritto da Paolo di Tarso nella Lettera ai Romani (8,19-22), è anche nella pretesa umana di una restituzione di tutta la vita, della vita non solo nostra ma di tutto ciò che l’aveva. E poi i deliziosi libretti sui gatti, sui proverbi ebraici.

Paolo non è solo i suoi libri: c’è quello che Paolo è stato per la “amicizia ebraico-cristiana” e per la Te shu va, la connessione, e quindi con il Card Martini. Un’amicizia iniziata quando questi era Rettore del Pontificio Istituto Biblico a Roma e durata fino alla sua fine. Due mesi prima di morire, ancora gli manda per il 29 Giugno un sms: “Auguri dal Cardinale”.

Paolo ha divulgato la conoscenza della lingua e cultura ebraica e lo studio del Vecchio Testamento. Si deve alla forza attrattiva e di coinvolgimento da lui esercitata, grazie alla sua straordinaria cultura e al suo personale prestigio, se l’ebraismo astigiano ha continuato a vivere pur in assenza di comunità: un oratore dell’ 800 lo definirebbe “ maestro in Israele”.

Nel Poeta, nel dotto ebraista, nel teologo c’è però anche il lato pragmatico, l’approccio alle cose da fare, che è così caratteristico di Maria: penso a quello che insieme hanno fatto per restaurare e per manutenere la sinagoga di Asti: dev’essere di famiglia. Una cosa imparata “Belesì”

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