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→  settembre 17, 2019


Risposta a “La rete di evasione. Dai giganti del web solo 37 milioni di tasse”, di Ettore Livini, Repubblica del 15 Settembre

I “giganti del web” (Ettore Livini, La rete dell’evasione, dai giganti del web solo 37 milioni di tasse, Repubblica 15 Settembre) sono aziende americane: americane sono le loro sedi operative, i brevetti e copyright, ì massimi investimenti, la maggior parte degli azionisti. Impensabile che parte dei loro utili consolidati sia occultata ai loro azionisti. Incredibile che il fisco americano chiuda gli occhi su “evasioni” di aziende che, per dimensione e redditività, sono tra i suoi maggiori contributori. E infatti non è così: la legge americana ha consentito alle multinazionali di parcheggiare gli utili realizzati all’estero in un paradiso fiscale in sospensione di imposta. Saranno tassate quando ritorneranno in USA.

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Pubblicato In: Giornali, La Repubblica
→  settembre 13, 2019


Fake news, hate speech, interferenze sulla sicurezza nazionale: quando i Big Tech fanno male. Ma una regolamentazione privata dei contenuti è preferibile a una pubblica

Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che proibiscano di professarla liberamente, o che limitino la libertà di parola o di stampa, o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti”.

Il Primo Emendamento della Costituzione americana sancisce l’inviolabilità della libertà di parola; parola è la “materia” di cui sono fatti i social media. Questa intersezione, tra il pilastro su cui si fondano la società e la cultura americana e il nuovo prodotto dell’industria e della tecnologia americana, è stata cruciale per il formarsi dei social media e per le decisioni su come regolamentarli; consente anche di capire il diverso sviluppo che essi hanno avuto in Usa e nell’Unione europea.

Oggi i social media sono al centro di molteplici accuse: di favorire una parte politica rispetto a un’altra, di essere strumento di interferenze straniere nelle elezioni, di non eliminare messaggi che diffondono odio e falsità, di intrappolare i loro utenti in bolle cognitive. Donde le richieste che un intervento governativo ne regolamenti i contenuti. John Samples, in un paper per il Cato Institute (“Why the Government Should Not Regulate Content Moderation of Social media, Policy Analysis”, Cato Institute, 9 aprile 2019, nr. 865) approfondisce le implicazioni giuridiche del testo costituzionale, e ne deriva una conclusione che suona eretica nel nostro discorso politico: che è preferibile il controllo privato della parola, e che i tentativi di un controllo pubblico normalmente falliscono; per cui è bene che a controllare i contenuti siano soggetti privati e non funzionari pubblici.

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Pubblicato In: Giornali, Il Foglio
→  settembre 11, 2019


Al direttore.

“L’abbiamo scampata bella”: finito di ascoltare il pacato discorso di Conte ieri alla Camera, mi è tornata in mente l’intervista a Matteo Salvini fatta da David Parenzo e Luca Telese nell’ultima trasmissione di “Fuori Onda”, prima che ieri sera ritornasse Lilli Gruber con il suo “Otto e mezzo”. Chi ha visto Salvini lo ricorda di certo, chi non l’ha visto se la vada a rivedere: la violenza emanante dall’immagine, l’assertività impenetrabile delle frasi, le pervicacia nel non rispondere alle domande. Proprio, evitando che, andando a votare adesso, la coalizione di Salvini potesse modificare a suo piacere la costituzione-più-bella-del mondo, l’abbiamo scampata bella.

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Pubblicato In: Giornali, Il Foglio
→  settembre 2, 2019


L’Europa non basta. Che cosa può fare il prossimo governo per archiviare il doppio populismo, per ridare energia all’Italia ed evitare che la pazza svolta in Parlamento diventi un regalo per i nuovi e per i vecchi estremisti. Ottimisti e pessimisti a confronto in un “girotondo” di idee.

Obiettivo dopo aver visto l’abisso: la crescita.

Abbiamo visto l’abisso: il rischio che, per la prima volta nella storia repubblicana, un’elezione conferisse ad una maggioranza il potere di superare i paletti che la Costituzione-più-bella del mondo mette a difesa della nostra democrazia. E abbiamo comperato tempo: non abbiamo eliminato il rischio, ma l’abbiamo dilazionato. E’ costato caro, al Paese, non solo alle forze politiche che l’hanno contrattato: per evitare di aver buttato invano capitale politico bisogna mettere mano ad un programma di governo che dia la garanzia di disinnescarlo.

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Pubblicato In: Giornali, Il Foglio
→  agosto 28, 2019


“Crediamo nel libero mercato come il mezzo migliore per produrre lavoro, un’economia forte e sostenibile, innovazioni, un ambiente salubre, opportunità economiche per tutti.[…] Le nostre aziende hanno ciascuna il proprio scopo, noi condividiamo il nostro impegno verso tutti i nostri stakeholder” Così il documento della Business Roundtable del 19 Agosto 2019. E così continua: “siamo impegnati a fornire beni di valore ai nostri clienti, a investire nei nostri dipendenti, a trattare correttamente con i nostri fornitori, a sostenere le comunità in cui lavoriamo, a produrre valore di lungo termine per i nostri azionisti”. Seguono le firme autografe degli oltre 180 CEO, tra cui quelli di Apple, Pepsi, Walmart (https://opportunity.businessroundtable.org/ ourcommitment/).

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Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore
→  agosto 14, 2019


Philip Stephens is correct: there is certainly no bigger mistake than to confuse cause and effect (“Europe must set its own digital rules”, August 9). But if Europe lags behind the US in the knowledge economy, and now in the race for artificial intelligence, that is the cause of its lacking “companies of sufficient scale to compete with the Americans”, of its struggling “to nurture a culture of innovation”, and of not producing “enough top-flight computer scientists”; in no way can it be the effect. Companies don’t grow, and people don’t choose, in a vacuum.

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Pubblicato In: Giornali, Varie