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Archivio della categoria »Giornali« Segui questo argomento

→  settembre 21, 2020


Il caso Autostrade lo dimostra: a forze come Movimento 5 Stelle e Lega mancano le basi culturali per rinnovare il Paese. Perciò è impossibile discutere con chi ha fatto ammalare la gente di reddito di cittadinanza e quota 100

È del 2003, per la precisione del 23 ottobre, il primo articolo che scrissi sul Riformista. Al governo c’era Berlusconi e noi eravamo all’opposizione. Ma se qualcuno mi avesse chiesto quali riforme avremmo voluto fare, avrei parlato per mezz’ora. Oggi non saprei che dire: perchè oggi pregiudiziale al parlare di riforme è avere in Parlamento una maggioranza e un’opposizione diverse.

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→  settembre 19, 2020


“In Italia seicentoquaranta” sono, nel catalogo di Leporello, le “belle che amò” Don Giovanni, . Sono invece solo 368 le società per azioni quotate alla Borsa di Milano, per un valore complessivo di €532mld.

Il tema della Borsa italiana è ritornato di attualità dopo che l’Unione Europea ha imposto al London Stock Exchange, con cui al momento è fusa, di alienarla, se vuole proseguire la sua fusione con Refinitiv, la società di piattaforme tecnologiche controllata da Blackstone e Reuters. La soluzione al momento più probabile è quella ibrida, metà fusione con una grande Borsa, la francese Euronext (ma potrebbero essere anche i tedeschi o gli svizzeri), metà ri-nazionalizzazione, con Cassa Depositi e Prestiti e Banca Intesa.

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→  settembre 14, 2020


Le intuizioni di Friedman
Se quella sulla responsabilità sociale dell’impresa fosse una battaglia, l’eroe eponimo sarebbe Milton Friedman. Lui stesso osservava che la critica demolitrice della CSR (Corporate Social Responsibility), pubblicata sul New York Times Magazine il 12 settembre 1970 di cui celebriamo il mezzo secolo, “sembra che abbia conquistato il quasi completo monopolio del campo di battaglia” e, da monopolista, incassava le royalty quando le classi dirigenziali discutevano delle sue idee e gli accademici polemizzavano furiosamente contro le sue tesi, qualificando lui come una canaglia e le sue tesi contro la CSR piena di fallacie e di ipersemplificazioni. Iper-semplificazione sarebbe ridurre la sua critica della CSR a un criterio di condotta aziendale: quello che gli sta a cuore è il funzionamento di un’economia in cui le decisioni sulla allocazione di risorse scarse siano prese non in base a meccanismi politici, ma di mercato. Soprattutto è tutt’uno con la sua preoccupazione per il problema dei monopoli. La sua argomentazione non è in positivo sulle ragioni per cui “c’è una e una sola responsabilità globale dell’impresa: accrescere i suoi profitti”, ma in negativo contro coloro che sostengono che le società ne abbiano altre e diverse. Gli imprenditori che tanto parlano di responsabilità sociale d’impresa in un sistema di libera iniziativa, in realtà stanno predicando un puro e genuino comunismo: sono le marionette delle forze intellettuali che minano le basi di una società libera. Forse avrà avuto in mente la decisione della U.S. Steel di cancellare nel 1962 l’aumento del prezzo dell’acciaio, dopo che il presidente Kennedy aveva pubblicamente manifestato il proprio disaccordo e l’azienda era stata fatta oggetto di larvate minacce di rappresaglia, procedimenti antitrust, indagini fiscali sui suoi dirigenti.

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→  settembre 11, 2020


Open Fiber al mio articolo del 8 settembre 2020

Nonostante sia da sempre un grande appassionato dell’operato di Open Fiber, Franco Debenedetti ancora una volta dimostra di non avere un’idea chiara dei numeri che la riguardano, confondendo case connesse con attivazioni e ignorando – o forse tacendo – del ricalcolo sui comuni delle aree bianche avvenuto d’intesa con Infratel al fine di riflettere la situazione rinvenuta sul campo. Riguardo alle presunte difficoltà o fallimenti di Open Fiber, lo rassicuriamo e anzi forniamo qualche dato più aggiornato per eventuali ricostruzioni future: con oltre 9 milioni di unità immobiliari connesse, Open Fiber è il terzo operatore FTTH in Europa dopo Telefonica e Orange e il primo tra gli operatori wholesale only del continente. In effetti, considerati gli oltre ioo operatori (tra cui tutti i principali tranne TIM) che hanno scelto di utilizzare la rete di OF e le dichiarate manifestazioni di interesse ad acquisire l’azienda o quote di essa, per descrivere scenari come quelli ipotizzati dal prof. Debenedetti è necessario un certo esercizio di fantasia.

Andrea Falessi – Responsabile Relazioni Esterne Open Fiber


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→  settembre 8, 2020


Intervista di Andrea Montanari a Franco Debenedetti

Per l’ex senatore e saggista l’ingresso dello Stato, tramite Cdp, in Autostrade, rete unica e forse Borsa non è positivo

Le reti e le infrastrutture di connessione, telefoniche o via web, sono considerate l’asse potante dell’economia di un Paese. Ma in Italia assistiamo a un’accelerazione di interventismo statale, ovviamente sempre a mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per la rete unica per la banda ultra larga è stata costituita una società tra Cdp e Tim i cui confluiranno la rete di Tim e Fastweb da un lato e quella di OpenFiber dall’altro. Un processo che richiederà molti mesi per diventare operativo. L’altro fronte è quello di Autostrade per l’Italia, da cui dovranno uscire i Benetton. E perfino Cornegliani, una media azienda di abbigliamento di lusso per uomo. Si parla di Cdp anche per la Borsa Italiana (vedere articolo a pagina 3) oggi di proprietà del London Stock Exchange che per motivi antitrust dovrà venderla. Sarebbe un paradosso se il luogo simbolo del mercato fosse nelle mani dell’ente simbolo della sua negazione. Dovremmo attrarre più aziende a quotarsi, a fare lo sforzo di affrontare il giudizio del mercato, e di farne fonte di f8nanziamento: ma se anche la Borsa diventa di Stato, il messaggio che si manda ad aziende e a investitori è che l’Italia è una economia socialista.

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→  settembre 8, 2020


È caduto il muro di Gasparri: teneva separate telecomunicazioni e comunicazioni. E invece la Corte del Lussemburgo dichiara legittimo che un soggetto possa detenere partecipazioni in imprese e di telecomunicazioni e di televisioni. Il TUSMAR (ex legge Gasparri) che lo proibiva non è coerente con la normativa europea. La sentenza mette la parola fine a un tema che ha occupato il dibattito politico fin dalla discesa in campo del Cavaliere, quello del suo “potere esorbitante”. Oltre quindici anni dopo la legge Gasparri pone un limite ai ricavi pubblicitari che un soggetto può trarre nel Sistema Integrato delle Comunicazioni: sarà sufficiente, si chiedevano preoccupati gli antiberlusconiani militanti, per impedire a Mediaset di prendere il controllo di Telecom?

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