Carta o contante

maggio 14, 2024

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Pubblicato In: Corriere Della Sera, Giornali


Aldo Cazzullo risponde a un lettore sulla questione carta o contante. In coda la lettera di Franco Debenedetti inviata a Cazzullo, non pensata per la pubblicazione.

Lettera di un lettore ad Aldo Cazzullo.
Caro Aldo,
ho chiesto il conto in pizzeria ieri sera e mi è stato portato a tavola il pre-conto con la richiesta esplicita del cameriere «pagamento in contanti o con carta»? Dopo aver visto che era il pre-conto mi sono recato alla cassa pagando con la carta. Ho dovuto chiedere lo scontrino fiscale perché anche con il pagamento elettronico il cassiere mi ha salutato senza rilasciare lo scontrino fiscale. Ma prima di rispondere al saluto del cassiere ho dovuto chiedere lo scontrino. Non sarebbe più facile se l’Agenzia delle Entrate eliminasse dalle attività commerciali i dispositivi che emettono il pre-conto? Si farebbe anche meno spreco di carta chimica. Si è mai trovato in questa situazione?
Luca Barretta, Firenze

La risposta di Aldo Cazzullo
Caro Luca,
Leggendo la sua lettera mi è venuta in mente l’ultima volta in cui sono stato a Londra. Molti locali non accettano più i contanti. Siccome appartengo a una generazione cui pare strano pagare il caffè con la carta di credito, il barista mi guardava con compatimento: «No cash, please». Mi raccontava un noto ristoratore milanese che tanti clienti gli propongono di pagare in contanti in cambio di uno sconto, e lui pazientemente spiega che non si può: per un’azienda gestire il nero è un problema, è tutto molto più semplice con i pagamenti elettronici, sia fare il bilancio, sia pagare le tasse. Il problema è che in Italia le tasse sono eccessive. Tra aliquote, addizionali, contributi, per mettere da parte un euro se ne devono incassare più di due. Nel Regno Unito tutti accettano e a volte preferiscono la carta di credito perché le tasse sono più ragionevoli, e alla lunga anche lo Stato ci guadagna. La politica italiana però non ragiona così. Salvini intesse volentieri l’elogio del contante. Ho sentito in tv un autorevole opinionista dire tutto serio che i fautori della carta di credito vogliono impedirci di fare l’elemosina. A pagare con la carta ci si sente talora malvagi sadici che infliggono una sofferenza fisica a chi incassa. Capita di incontrare agenti immobiliari che chiedono la loro percentuale — il 3 o il 4% del costo di una casa, insomma non bruscolini — in nero; ma chi gira con migliaia di euro in tasca o nella valigetta? La piaga dei sequestri fu risolta quando lo Stato bloccò i conti delle famiglie dei sequestrati: all’inizio apparve una misura crudele, e in fondo lo era; ma funzionò. Alla lunga, la piaga dei furti nelle case non sarà risolta dalle porte blindate o dalle pistolettate dei proprietari, ma dalla scomparsa o dalla forte riduzione del contante.

La lettera di Franco Debenedetti ad Aldo Cazzullo
Ritorna (ultimamente anche nella pagina di Aldo Cazzullo) la protesta (o il rifiuto) di chi vende oggetti di infimo valore (tipicamente un giornale o un caffè) per il pagamento con carta di credito o col telefonino. Quello che pago alle banche, dicono, è più del margine che ho da quella vendita.
Per quanto ne so, quello che le banche (o le carte di credito) trattengono per il servizio è una percentuale dell’importo della vendita. Per il barista non fa nessuna differenza tra vendere 10 caffè a 10 clienti singoli al banco, che venderli a una tavolata di 10 avventori. (A differenza degli scontrini fiscale, 10 nel primo caso e uno nel secondo). Se il margine è inferiore a quello che trattiene la banca, lo è per 10 caffè venduti singolarmente, quanto per 10 caffè venduti tutti insieme. Se il margine è insufficiente non deve pendersela con la banca, ma con il grossista del caffè, oppure con l’editore del giornale.
Di più: non sono solo i clienti che preferiscono pagare con la carta, lo sono, a guardar bene, anche gli esercenti: a fine giornata non devono chiudere la cassa, contare biglietti e monete, controllare se quadra con il totale del registratore; dovrà poi andare in banca a portare il contante, per farsi accreditare il ricavo del giorno o della settimana. Tutte operazioni soggette al rischio di errori, colposi o dolosi. Sono tutti costi e sono proporzionali al numero delle transazioni: paradossalmente, a parità di somma totale, quanto più l’importo della singola vendita è piccolo, tanto maggiore è l’interesse del venditore a non farsi pagare in contanti.
Per analoghi motivi il cliente trova più conveniente pagare con la carta, piuttosto che tenersi in tasca le monetine o in portafoglio le banconote: se no le carte di credito non esisterebbero. Giornalai e baristi dovrebbero anche loro riflettere sul loro interesse e non pensare che è per la loro benevolenza che accettano la carta anche per importi minimi.

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