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→  luglio 14, 2020


Stasera il Consiglio dei ministri dovrebbe prendere le sue determinazioni sulla vicenda del crollo del ponte Morandi. Se lo faranno, sarà il punto finale di una catena decisionale, fatta di anelli uniti l’uno all’altro, dove ogni anello rappresenta una decisione, una scelta. La catena (per adesso) è fatta da tre anelli, tre passaggi, ciascuno con scelte binarie (bianco o nero), ciascuno con il suo potenziale responsabile (in buona o cattiva fede), ciascuno con il suo giudice competente (a Roma o a Strasburgo).

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→  luglio 14, 2020


Al Direttore.

Nell’intervista al ministro Speranza non ho trovato traccia di risposta, e a dire il vero neppure di domanda, sulla questione centrale del modo in cui è stata gestita la pandemia in Italia. Sinteticamente, la questione dei tamponi; più precisamente, la questione dei dati. E’ chiaro, da decine di testimonianze professionali, da dichiarazioni di persone che hanno avuto la malattia, che i tamponi sono stati per lungo tempo razionati. Il Prof. Crisanti afferma che il buon risultato del Veneto è dovuto al suo avere contraddetto ordini precisi sulla limitazione dell’uso dei tamponi. Ricorderà, caro direttore, che all’inizio la cosa era stata giustificata con ragioni non propriamente cliniche, evitare cioè di presentare un quadro di contagio peggiore dei nostri vicini europei. Sull’argomento il Foglio ha pubblicato tre articoli a firma di Natale D’Amico e mia (1° aprile, 17 aprile, 16 giugno). Le indagini campionarie raccomandate da due presidenti emeriti dell’Istat non sono state eseguite. Secondo Luca Ricolfi (sull’Huffington Post), “il governo, che avrebbe tutto l’interesse a fare tamponi a tappeto per portare i contagi vicino allo zero prima dell’autunno, non fa nulla lasciando che le regioni ne facciano pochi pur di evitare di scoprire troppi nuovi casi in questa fase”. Il razionamento dei tamponi ha avuto e avrà conseguenze anche sul numero dei contagiati. Chi dà gli ordini, il ministero o le regioni? Il presidente Conte, che intende chiederlo, ritiene che “ragionevolmente lo stato di emergenza sarà prorogato”. Quanto ragionevole è chiedere la proroga se non si vuole fare quanto è necessario per misurare l’emergenza?

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→  luglio 4, 2020


Serve aumentare la concorrenza, facilitare la traduzione di idee in imprese, ridurre, se non le imposte che paga chi crea ricchezza, almeno il costo di chi la “socializza” e delle sciocchezze che fa

“Quando l’economia è in crisi, a chi chiediamo aiuto? Non alle aziende, ma allo Stato. Ma quando l’economia va bene, ignoriamo i governi e lasciamo che le aziende si prendano i benefici”. Colpisce, in questa prima frase del nuovo articolo di Mariana Mazzucato pubblicato sul New York Times il 1°Luglio, che dopo il punto va a capo. Mentre avrebbe dovuto mettere due punti: e concludere “e ricomincino a pagare le tasse”.

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→  luglio 2, 2020


Al direttore.

In tanto keynesismo dilagante, sarebbe il caso di ricordare a Conte il suo apologo del concorso di bellezza. Quindi chiedersi che cosa pensano i mercati di un paese che non accetta il Mes nel timore di rivelare in tal modo la propria debolezza ai mercati. E cioè che si illude di avere qualcosa che in tanto disastro sia ancora da rivelare.

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→  giugno 25, 2020


La riforma della giustizia è imprescindibile, ma è la più difficile. Meglio cimentarsi con cose che non riguardino la pubblica amministrazione come la produttività delle imprese e gli investimenti in infrastrutture. A cominciare dalla scuola

Chiuso il “casino”, tornati silenziosi saloni e giardini, può essere interessante mettere a confronto le conclusioni tratte dall’interno con i suggerimenti che in corso d’opera venivano elargiti all’esterno. In generale vale per gli uni e le altre quello che veniva in mente leggendo, sul Foglio del 17 giugno, “Cambiare l’Italia si può” di Guglielmo Barone, Marco Percoco e Carlo Stagnaro: un titolo da fantascienza, un contenuto o ragionevolmente plausibile (per lo più) o molto rigoroso per evitare di “trasformare gli aiuti europei in clamorosi boomerang”. Ed è proprio su questo che conviene ragionare.

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→  giugno 23, 2020


Quella che per lui sarebbe una pars construens, fare un’unica società della rete in fibra ottica, in mano pubblica, e rinazionalizzare Tim, ne è invece la pars destruens di una delle poche grandi aziende del Paese

Beppe Grillo non è mai stato tenero con Telecom Italia: intorno al 2010 ne frequentava le assemblee; una sera Santoro mi invitò ad Annozero per discutere con lui di una questione di immobili che l’incumbent di telecomunicazioni stava vendendo. È quindi con una certa sorpresa che si è letto la sua accusa, anzi condanna, com’è nel suo stile, contro Open Fiber, il concorrente creatole da Renzi nel 2014.

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