→ Iscriviti
→  novembre 13, 2008


di Luigi La Spina

Nei Sinistrati di Berselli la sconfitta di una fede

In Italia, se perde la destra, si tratta di un disguido. Un piccolo errore della storia o un grande broglio dell’urna. Se perde la sinistra, è la maledizione di un truce destino e la catastrofe di un’esistenza. Perchè nei pensieri di un conservatore, la rivincita è dietro l’angolo, in quelli di un progressista, la sconfitta è la naturale condizione di un errore genetico: quello di essere nato dalla parte sbagliata della vita. Questo sentimento profondo dell’elettore di sinistra, nel nostro paese, sembra essere esploso in un urlo di vera disperazione dopo l’ultimo verdetto elettorale.
leggi il resto ›

→  ottobre 31, 2008


di Telmo Pievani
Con o senza Dio tutto è permesso, ma sembra proprio che la mente di Homo sapiens sia “nata per credere” in entità intenzionali sovrannaturali e in recondite finalità nascoste dietro i fenomeni naturali. Dati convergenti provenienti dalla psicologia dello sviluppo, dall’antropologia cognitiva e dalle neuroscienze suggeriscono l’esistenza di una programmazione biologica delle nostre menti per distinguere naturalmente le entità inerti (come gli oggetti fisici) da quelle di natura psicologica (come gli agenti animati) e per l’attribuzione o, in alcuni casi, l’eccessiva attribuzione di scopi e di intenzioni agli oggetti animati e inanimati.

Non è azzardato ipotizzare che queste nostre specializzazioni adattative possano essere alla base delle perplessità ingiustificate che molti nutrono nei confronti della teoria dell’evoluzione e più in generale delle spiegazioni scientifiche. Lo stesso Charles Darwin era rimasto colpito dall’efficacia comunicativa delle descrizioni finalistiche della natura che aveva letto in gioventù. Quando capì di avere scoperto un meccanismo, la selezione naturale, che rendeva superfluo il ricorso a qualsiasi “progetto” intenzionale per spiegare la nascita e l’evoluzione delle specie – compresa quella umana – fu subito consapevole che in questo modo stava contraddicendo non soltanto le credenze religiose creazioniste dell’epoca, ma anche modi molto comuni di pensare.

Gli esseri umani amano le spiegazioni basate sulle intenzioni, come se avessero un sensore sempre acceso per captare la presenza di propri simili o per prevedere le mosse di nemici esterni. Il disegno intelligente attrae perchè fa leva sulla docilità con cui siamo portati a fare inferenze riguardanti gli effetti dell’azione nascosta di un agente animato e intelligente. Questi sistemi cognitivi si sono evoluti successivamente per assolvere funzioni nuove, legate al nostro bisogno di spiegare attraverso storie e agenti invisibili i fenomeni incomprensibili o molto dolorosi che ci sovrastano, come la morte di un familiare o di un compagno.

Per affrontare tali fenomeni abbiamo ingaggiato le competenze cognitive che avevamo a disposizione, le abbiamo sfruttate e potenziate, divenendo autentiche “macchine di credenze”. La soddisfazione di bisogni psicologici, sociali e di comprensione del mondo è stata così forte da tramutarsi oggi in quel senso comune che la scienza talvolta si trova a dover scalfire, magari senza successo. Darwin lo scrive amaramente in una lettera all’amico Thomas Henry Huxley del 21 settembre 1871: “Sarà una lunga battaglia, anche dopo che saremo morti e sepolti… grande è il potere del fraintendimento”.

Le ragioni del successo popolare del disegno intelligente non sarebbero quindi legate soltanto alle patologie del credere, ma anche a una propensione al credere in “progettisti del mondo” che un pò tutti possediamo fin da bambini e che forse recuperiamo da vecchi. Attraverso le nostre inferenze intuitive circa l’esistenza di un progetto sottostante, cerchiamo di dare un senso alla realtà ripercorrendo a ritroso catene causali e finalità nascoste, indietro fino alla causa prima e al sommo progettista.

Il creazionismo risponde evidentemente a esigenze profonde, oltre che a interessi sociali e politici. I sondaggi statunitensi confermano che la dottrina del disegno intelligente gode di ottima salute e che continua a fare proseliti, anche nei campus universitari. La battaglia per promuovere l’insegnamento delle due “scuole di pensiero” alternative come se fossero sullo stesso piano – attraverso petizioni di genitori, campagne di stampa e altre iniziative di controinformazione e di pressione – può persuadere un governatore a legiferare favorevolmente, come è capitato ancora nel luglio del 2008 in Louisiana. Ciò che impressiona è che si tratta in questo caso di un politico molto giovane, di origine indiana, convertito al cattolicesimo. Come per Sarah Palin, candidata repubblicana alla vicepresidenza degli Stati Uniti dalle rocciose convinzioni filocreazioniste, siamo piuttosto lontani dal profilo antropologico del vecchio integralista evangelico della “cintura della Bibbia”.

Come scrisse Richard Dawkins in L’orologiaio cieco, “è quasi come se il cervello umano fosse stato specificatamente progettato per fraintendere il darwinismo e per giudicarlo difficile da credere”. Viceversa, comprendere che il processo evolutivo è frutto della casualità delle mutazioni, delle pressioni selettive di ambienti in continua trasformazione, di eventi contingenti che hanno deviato il corso della storia verso esiti imprevedibili richiede un investimento cognitivo molto più costoso.

Capire che un comportamento è il frutto (seppure indiretto) dell’evoluzione della nostra specie non significa che sia, per questo, giusto di per sè, nè che sia scolpito una volta per tutte nella pietra. Affermare che siamo nati per credere non significa offrire alcun alibi per manifestazioni di credenze irrazionali. Non significa che avere una fede religiosa sia più naturale che non averla, nè rassegnarsi all’idea che l’educazione scientifica debba per forza incontrare ostacoli cognitivi insormontabili. I fatti smentiscono queste conclusioni: i limiti di ragionamento e di giudizio non sono per nulla insuperabili solo perchè naturali.

Alcune ricerche comparative recenti fra studenti australiani, inglesi e statunitensi hanno mostrato infatti quanto possa essere determinante un’educazione scientifica precoce, coinvolgente e interattiva – possibilmente immersa in un contesto culturale favorevole – nel marcare le differenze di comprensione di nozioni scientifiche, in cosmologia come in biologia, fra studenti di paesi culturalmente simili. Ogni riferimento al caso italiano, dove al contrario si è deciso di abbattere la scure dei tagli proprio sull’unica scuola pubblica che non ci faceva sfigurare nelle classifiche internazionali, cioè la scuola primaria, è puramente casuale.

→  ottobre 22, 2008


di Nicla Panciera
“Dio è arrabbiato con l’America. È per questo che ci ha mandato una lunga serie di uragani. Sta cercando di punire il nostro Paese”. Parole dal sapore biblico, pronunciate dal sindaco di New Orleans, commentando le devastazioni dell’uragano Katrina e che scatenarono molte reazioni. A due anni di distanza, il dibattito sulle origini del pensiero religioso e sovrannaturale non si arresta. Anzi, sono sempre più numerosi i contributi della ricerca e delle neuroscienze. Infatti, sebbene esperienza religiosa e spiritualità siano profondamente soggettive e difficilmente definibili, rimangono fenomeni cerebrali con correlati fisiologici e strutturali e, quindi, indagabili sperimentalmente.

leggi il resto ›

→  giugno 30, 2008

lastampa-logo
Dopo lo scandalo delle intercettazioni

Non uno, osserva sarcastico Massimo Gramellini (Porcelli e Porcelle di domenica), che, osservando lo spaccato di società che vien fuori dalle intercettazioni “ne abbia tratto l’ovvia conseguenza di chiedere la privatizzazione della Rai, per sottrarla agli appetiti dei funzionari di partito e lasciarli a quelli dei proprietari, che se non altro sono meno numerosi.” Con una cinquantina di articoli, con interventi in Parlamento e convegni di cui ho perso il conto, in cui ho perorato la causa della privatizzazione della Rai e ne ho esposto ragioni e convenienze, mi sento direttamente chiamato in causa.

leggi il resto ›

→  febbraio 18, 2008

lastampa-logo
di Luca Ricolfi

Veltroni ha presentato sabato le promesse del Partito democratico (Pd), fra una settimana circa Berlusconi presenterà quelle del Popolo della libertà (Pdl). È probabile che, al netto delle parole in cui saranno avvolte, le promesse finiscano per rivelarsi affini. Più sicurezza, meno tasse, sostegno ai redditi bassi, aiuti alla famiglia, contenimento della spesa pubblica, misure per la competitività, alleggerimenti fiscali sugli straordinari: chi avrà il coraggio di non ripetere le solite promesse?

Il punto dunque non è che cosa Pd e Pdl ci promettono, ma che garanzie offrono di mantenere le promesse. Di solito chi solleva questo problema aggiunge che ogni promessa costosa (come la soppressione dell’Ici sulla prima casa, o il bonus per i nuovi nati) dovrebbe essere accompagnata da un’indicazione precisa delle relative «coperture», ossia dei soggetti su cui verrebbe fatto gravare il peso finanziario della promessa. Giustissimo, ma da sempre i politici hanno escogitato un modo sicuro per aggirare la domanda. Alla richiesta di indicare le coperture rispondono: a) recupero di evasione fiscale; b) riduzione degli sprechi nella pubblica amministrazione; c) maggiore crescita. E il discorso finisce lì.

Andrà così anche in questa campagna elettorale, e quindi non proviamo nemmeno a scongiurare i politici di rivelarci «dove prenderanno i soldi» per fare le meravigliose cose che ci promettono. Non ce l’hanno mai detto, non ce lo diranno mai. Perciò siamo e resteremo indifesi di fronte al fiume in piena delle promesse. C’è una cosa, tuttavia, che può aiutarci a capire se un programma è credibile oppure non lo è: la sincerità con cui ci racconta il nostro passato e il nostro presente.

Non possiamo sapere che cosa Veltroni o Berlusconi ci riservano per il futuro, ma possiamo capire se ci trattano come bambini ingenui o come persone mature. Se si prendono gioco di noi oppure ci rispettano. Come ha scritto recentemente sul Sole – 24 Ore Franco Debenedetti, il punto di partenza di una stagione politica finalmente costruttiva è la condivisione dei «giudizi che si danno sul passato». Probabilmente non riusciremo a metterci d’accordo sul futuro, ma almeno mettiamoci d’accordo sul passato.

Prendiamo Berlusconi. Nei giorni scorsi gli abbiamo sentito dire in tv che il suo governo aveva realizzato l’85% del programma del 2001 – il famoso contratto con gli italiani – e che il «pezzettino» non realizzato (appena il 15%) era rimasto sulla carta per colpa degli alleati. Bene, allora è forse il caso di ricordargli che le due promesse principali del suo programma sono state clamorosamente disattese: l’aliquota Irpef massima non è stata ridotta al 33%, i delitti anziché diminuire sono aumentati. Per non parlare delle grandi opere, anch’esse realizzate in misura ben inferiore alle promesse. Perché raccontarci di aver onorato il «contratto» all’85% se non è vero? Gli italiani non sono ciechi, e se nel 2006 hanno tolto la fiducia a Berlusconi è anche perché si sono accorti che il contratto non era stato rispettato.

Per Veltroni il passato da indorare è quello di Prodi. Ma un conto è sorvolare signorilmente su qualche scivolone o su qualche punto marginale, un conto è capovolgere la trama della storia economico-sociale recente. Veltroni dice: ridurre le tasse e aumentare i salari si può, e si può proprio perché il governo Prodi ha condotto una lotta vittoriosa contro l’evasione fiscale (almeno 20 miliardi di gettito recuperati, secondo il governo uscente). Peccato che questa ricostruzione del nostro passato recente non sia compatibile con quel che si sa dell’andamento dell’economia negli ultimi due anni. Vediamo perché.

Lotta all’evasione. La cifra di (almeno) 20 miliardi recuperati è altamente controversa, ed è stata messa in dubbio da vari analisti e centri di studio indipendenti. Per il 2006, unico anno per il quale si dispone già di dati completi, non è nemmeno certo che esista un effetto-Visco (la mia miglior stima fornisce un recupero di evasione di appena 1,7 miliardi). Quel che in compenso è certo è che il governo Prodi ha sempre tenuto basse le previsioni sulle entrate fiscali, e proprio grazie a questo artificio contabile ha fatto emergere i vari «tesoretti».

Uso dell’extragettito. Quale che sia l’origine del cosiddetto extragettito (gettito non previsto dal governo), è incontrovertibile che i contribuenti non hanno visto sgravi fiscali per 20 miliardi di euro (la lotta all’evasione fiscale non doveva servire a ridurre le tasse ai contribuenti onesti?). Essi hanno invece assistito, nel corso del 2007, a una sistematica opera di dissipazione del gettito non previsto. Visco metteva i soldini nel salvadanaio, i «ministri di spesa» lo rompevano tutte le volte che si accorgevano che era pieno (Dl 81, Dl 159, Finanziaria 2008).

Situazione attuale. Nessuno, nemmeno il ministro dell’Economia, sa dire ancora con certezza se esiste un ulteriore gettito non previsto del 2007 (gli ultimi dati ufficiali dell’Agenzia delle entrate sono fermi al 30 novembre scorso). Quel che si può dire con certezza, invece, è che ci sono 7-8 miliardi di spese prevedibili ma non messe a bilancio, che l’andamento del gettito delle imposte dirette (il più sensibile all’andamento dell’economia) è in costante calo dal gennaio del 2007, e che a partire dallo scorso ottobre il gettito cresce meno del reddito nominale. In concreto questo vuol dire che, se l’economia dovesse continuare ad andare male, il gettito 2008 potrebbe risultare minore del previsto, anziché maggiore come è stato negli ultimi due anni.

Morale. Il governo Prodi consegna all’Italia una situazione nella quale non c’è più alcun extragettito da spendere e, se anche qualche risorsa dovesse mai spuntar fuori, verrebbe immediatamente bruciata per coprire i 7-8 miliardi di spese non messi a bilancio dalla Finanziaria 2008. Capisco che Veltroni sia così gentile da non voler vedere questa triste eredità, ma se si vuol essere nuovi bisogna esserlo anche sulle cose che contano: non basta mettere i giovani in lista, occorre anche cominciare a dire la verità.

ARTICOLI CORRELATI
Anche da sinistra un aiuto alla destra
di Franco Debenedetti – Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2008

Walter Veltroni ha dato il via a un’autentica rivoluzione
di Francesco Verderami – Il Corriere della Sera, 15 febbraio 2008

→  febbraio 15, 2007


di Mattia Feltri

Nel nuovo libro di Andrea Romano la parabola di tre ex ragazzi tra divisioni e ripensamenti. Come quello di Veltroni che da giovane criticava il kennedismo e inneggiava a Mao
Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso», scrive Andrea Romano a proposito di Massimo D’Alema, Piero Fassino e Walter Veltroni, e citando il poeta – cioè Vasco Rossi – che per il cognome, da un certo punto in poi, è l’elemento più ortodosso rimasto in campo. Nella sua ribalderia, Romano ha perlomeno la grazia di omettere il verso successivo: «Ognuno in fondo perso dentro i c… suoi».

leggi il resto ›