Una Rai Privata senza porcelli né politici

giugno 30, 2008


Pubblicato In: Giornali, La Stampa

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Dopo lo scandalo delle intercettazioni

Non uno, osserva sarcastico Massimo Gramellini (Porcelli e Porcelle di domenica), che, osservando lo spaccato di società che vien fuori dalle intercettazioni “ne abbia tratto l’ovvia conseguenza di chiedere la privatizzazione della Rai, per sottrarla agli appetiti dei funzionari di partito e lasciarli a quelli dei proprietari, che se non altro sono meno numerosi.” Con una cinquantina di articoli, con interventi in Parlamento e convegni di cui ho perso il conto, in cui ho perorato la causa della privatizzazione della Rai e ne ho esposto ragioni e convenienze, mi sento direttamente chiamato in causa.

Se son stato zitto è perché le ragioni per cui si deve privatizzare la Rai sono molto più di fondo di quelle che emergono in questi giorni da intercettazioni e interviste, e i danni che la proprietà pubblica della Rai può continuare a fare, a se stessa e al Paese, sono di un ordine di grandezza superiore. E’ infatti evidente che ciò che rende possibile ai protagonisti di questo sottobosco di fare le loro “conquiste” è la condizione di avere un’influenza politica; è lo status di membro di un clan politico ciò che conferisce la forza per concutere o che rende oggetto interessante da corrompere (a proposito di disattenzioni, non mi risulta che qualcuno abbia riproposto, per la coppia ballerina-politico, l’alternativa concussione-corruzione che aveva tenuto banco durante Tangentopoli). Ciò da cui trae alimento il nostro eroe, ciò che lo fa crescere in statura e considerazione presso il suo capo, è il modo in cui riesce a influenzare e manipolare l’informazione. Ai suoi capi, ai partiti in generale, interessa essere padroni della Rai ( senza gli inconvenienti di doverne essere proprietari) per controllarne il prodotto, l’informazione in senso lato. Per farlo hanno bisogno di intermediari fidati che controllino l’operato della struttura produttiva: da padroni, controlleranno i risultati conseguiti dai loro fiduciari, li incentiveranno con bonus e fringe benefit, ignorandone (?) la esatta natura.
Se anche i funzionari politici incaricati di tenere i rapporti tra “padroni” e azienda, fossero d’ora in poi tutti sposi irreprensibili, anacoreti rocciosi o eunuchi inoffensivi, resterebbe inalterato il potere della politica sulla struttura dell’azienda. Anzi, a ben vedere, liberi da distrazioni, il loro potere sarebbe ancora più occhiuto; liberi da contropartite e ricatti, le loro richieste sarebbero ancora più puntuali. I reati di molestia, di concussione, di corruzione sono individuabili e punibili: ma il potere del politico – della politica – sulla Rai non è eliminabile, perché consiste esattamente nella ragione per cui la Rai non viene privatizzata. Se la RAI resta pubblica è perché la politica vuole che l’informazione che essa fornisce, il messaggio culturale che essa trasmette, sia la risultante di un’idea di informazione e di cultura di cui solo la politica si crede depositaria. Se il direttore mi consente la crudezza (a fronte di quel che si è letto, è del Cecco Angiolieri): si può benissimo rinunciare al “fùttiri”, ma se non è per “cumannari”, per quale motivo tenersi la Rai pubblica?

E’ capitato molte volte che la pubblicazione di intercettazioni abbia suscitato nell’opinione pubblica reazioni che hanno avuto l’effetto di sentenze passate in giudicato: penso alle vicende bancarie dell’estate scorsa, alle dimissioni di Fazio, a quelle di Storace, alle vicende del calcio. Ma lì erano in gioco interessi veri, battaglie combattute all’ultimo voto, machiavelliche geometrie di poteri. Invece, nonostante le apparenze, il rapporto tra sesso e potere è molto squilibrato a favore del potere. Solo nei romanzi sono le Contesse di Castiglione o le Mata Hari a fare la storia, e le pause pomeridiane di Mussolini, stivali ai piedi, nella sala del Mappamondo, restano pettegolezzi. “Cumannari” è sempre meglio che “fùttiri”.
Io non ho perso la fiducia nella privatizzazione della RAI, e tengo preziosa la lettera di Prodi al Corriere di fine 2003 in cui la prometteva ( almeno in parte). Ma se avverrà, non sarà per i” Porcelli e Porcelle” così gustosamente descritti da Granellini. Quelli non avranno nessun effetto strutturale: favorita anche dal nuovo clima politico, si instaurerà una pacata moderazione, nisi caste, saltem caute. E magari, con le quote rosa, qualche balda variante.

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