Abbiamo salvato l'Italia?

gennaio 11, 2007


Pubblicato In: Giornali, La Stampa

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Con le sue “Osservazioni critiche” (Corriere della Sera, 8 Gennaio), Nicola Rossi risponde agli interrogativi suscitati dalla sua decisione di uscire dai DS: perché attacca Fassino se il suo bersaglio è il Governo? rimpiange la stagione del primo governo D’Alema o prefigura quella dei “volenterosi”? non si rende conto che la prima vittima della sua uscita è il Partito Democratico?

Rossi risponde alzando la posta, con un ragionamento che non si colloca sul piano dell’agenda politica, ma della visione politica; che non riguarda i rapporti di forza all’interno della coalizione, ma la credibilità della politica. La ratio della sua iniziativa ne esce precisata, ma resta la sensazione di una visione pessimistica al limite del disperato. Credo invece che sia possibile dare al suo discorso un obbiettivo e una prospettiva, ardui ma praticabili. Servirà anche a far sì che l’iniziativa dei “volenterosi”, prevista per il 29 gennaio a Milano, non sia soffocata sul nascere da sospetti di trasformismo o di accuse di tradimento.

Parto da questo suo passaggio: “Le difficoltà in cui si dibatte l’odierna azione di governo sono il frutto malato di cinque anni di opposizione: si è seminato male perché non si credeva fino in fondo in quel che si diceva voler fare”. Eravamo in molti, nei cinque anni di opposizione, a chiederci perché “non un solo giorno [venisse] speso per costruire la cultura che sarebbe servita per governare”. Se governare ha il senso di attuare le riforme e non solo di scrivere una formula in un programma dove ognuno possa ritrovare quel che vuole, se governare significa dare agli elettori una prospettiva per non arroccarsi a difesa delle rendite, per non sprecare energie a difesa del poco che c’è, ma per investire ed acquisire il di più che ci può essere, allora bastava saper fare una somma per capire che era necessario superare l’assetto politico formatosi nel 1994. Quando diventò evidente l’incapacità di Berlusconi di attuare le promesse fatte, non era difficile costruire una proposta politica – teorie, programmi, uomini – capace di attrarre gli elettori delusi di centrodestra. Non c’era neppure il problema di garantire quotidianamente i voti al governo, non c’era la costrizione a far convivere Mastella e Diliberto, Di Pietro e Pecoraro Scanio: poteva valere anche per noi il licet experiri . Non ne abbiamo approfittato: invece di vedere gli elettori, si son guardate le sigle dei partiti; alla convergenza possibile degli interessi si è voluto imporre la spaccatura politica e culturale creatasi 13 anni fa tra Polo della Libertà e Progressisti. “Per fare le riforme ci vuole il consenso” scrive Michele Salvati, e ricorda beffardamente Eugenio Scalfari. Proprio per questo ci si doveva liberare da quella gabbia ideologica. Anzi, a ben pensarci, lo si doveva fare proprio per ciò che distingue il riformista dall’”illuminista che vagheggia riforme imposte dall’alto”. Il riformista crede che esista nel Paese consenso alle proprie proposte, crede che la strada per conquistarlo possa essere trovata. Ma è una pretesa assurda cercare di allargare l’area del consenso e allo stesso tempo pretendere di mantenere l’intero arsenale delle proprie pregiudiziali ideologiche; cercare il consenso e volere riconosciuta la propria (presunta, oh quanto presunta!) superiorità culturale e morale; far leva su interessi legittimi e considerare gli italiani peccatori, molti reali, tutti potenziali, contro il settimo comandamento.
Il passato è passato. In fondo corrisponde a una giustizia del contrappasso che il centrosinistra debba scontare gli anni passati a chiedere centinaia di volte al giorno la verifica del numero legale, difendendo ora perinde ac cadaver una maggioranza sempre a rischio. Il problema non è questo: lo è invece il mantenere del tutto inalterata la prospettiva politica. Che Prodi, alla fine di quella nottata al cardiopalma, abbia esultato “abbiamo salvato l’Italia!”, si può capire. Ma a luglio, nel DPEF, non ha senso paragonare la situazione del 2007 a quella del 1992. Che Berlusconi abbia lasciato dietro di sé una doppia devastazione, morale nell’animo degli italiani ed economica nei conti dello Stato, è una tesi fattualmente falsa e politicamente disastrosa. Serve solo a perpetuare una contrapposizione totale con l’avversario, a presidiare con un riarmo morale una linea di confine.

Chi scrive è (ancora) convinto che il bipolarismo dell’alternanza sia l’assetto istituzionale adatto a realizzare le riforme, e che le soluzioni centriste finirebbero per proteggere interessi corporativi. Non c’è mai stata ragione di essere antiberlusconiani militanti per essere bipolarismi: non ha senso alcuno esserlo oggi che Berlusconi come persona non ha un futuro politico. Non ha senso alcuno ripetere quello che Norberto Bobbio diceva nel ’94, che la televisione è un universo naturaliter berlusconiano, oggi che siamo entrati nell’era dell’abbondanza dell’offerta e della concorrenza tra piattaforme. Non ha senso accusare ancora oggi (Claudio Rinaldi sull’Espresso) chi, come il sottoscritto, non ha votato contro la legge Berlusconi sul falso in bilancio per significare il proprio dissenso dall’uso che ne era stato fatto come spada di Damocle all’epoca di Tangentopoli. Non ha senso brandire ancora oggi il conflitto dei interessi e le leggi ad personam per demonizzare l’avversario invece che usarli per evidenziare gli ostacoli che essi disseminano sulla strada delle riforme.

“La politica italiana – scrive Nicola Rossi – è oggi guidata da due leadership entrambe sconfitte”. Il fatto, non si può che constatarlo. C’è invece una sconfitta di cui la sinistra non vuole prendere atto: quella dell’idea secondo cui la nostra é ancora una situazione anormale, che gli italiani hanno bisogno di un personale politico che gli impedisca di “viver come bruti”, e di uno stato ingombrante e pervasivo che impedisca loro di perdersi con i meccanismi incontrollati del mercato. Questa legislatura andrà avanti come è nata, riuscirà a superare anche la doppia trappola del referendum e della legge elettorale. Ma anche la competizione politica è una procedura per la scoperta, scoperta di strade che aggreghino il consenso alle riforme. E proprio per questo è da adesso, da subito, che si deve guardare agli assetti politici senza pregiudizi, con occhio disincantato e animo “volenteroso”.

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