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Archivio per il Tag »Nicola Rossi«

→  marzo 21, 2018


di Franco Debenedetti e Nicola Rossi

Uno di noi li ha perfino chiesti, i voti per il PD: ma non sono arrivati. Anzi sono stati troppo sotto la soglia, non diciamo delle rodomontate fake, ma anche delle speranze di essere una news. E così il 5 marzo l’Italia si è svegliata e si è trovata bipolare. Non si vede per quale motivo questo dovrebbe essere un risultato provvisorio destinato ad essere ribaltato, vuoi da una nuova votazione, vuoi dalle non rassicuranti prospettive dei possibili futuri governi. Neppure si vede perché questo dovrebbe essere un male, in un paese che non ha, e probabilmente non avrà, un sistema elettorale alla francese.

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→  luglio 6, 2017


di Francesca Parodi

L’analisi di Franco Debenedetti

Franco Debenedetti, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, ha seguito da vicino il lavoro dell’ex presidente Nicola Rossi e del suo gruppo di economisti, sociologi e soprattutto statistici attuariali che hanno elaborato la proposta di riforma fiscale, molto discussa in questi giorni in particolare sul Sole 24 Ore. «È un progetto molto ambizioso, di fondamentale importanza per il nostro paese. È vero: questo è un momento complicato, c’è molta incertezza sul futuro politico. Ma forse proprio per questo può essere il momento buono per lanciare un progetto, che può essere di grande utilità anche per uscire dalle incertezze», dice a Tempi. «Perché il nostro progetto non è una bandiera ideologica da agitare in campagna elettorale; si può anche non condividerne principi e risultati, ma si deve riconoscere che è un lavoro scientificamente fondato, economicamente consistente, politicamente rilevante».

“Flat tax” è il titolo, ma, sottolinea Debenedetti, «è solo metà della nostra proposta, l’altra metà è il “minimo vitale”. Il nostro progetto prende in mano, razionalizzandoli, sia il modo in cui lo Stato raccoglie le risorse, sia quello in cui le eroga. Da un lato, l’imposta ad aliquota fissa, con una radicale semplificazione di un fisco ormai incomprensibile per i contribuenti e anche per i tecnici, dall’altro, appunto, il “minimo vitale”, un trasferimento monetario, differenziato geograficamente, indipendente dalla condizione professionale dei cittadini che lo ricevono, ma non incondizionato, e che consente di abolire tutta una serie di prestazioni assistenziali. Col tempo, e con il sovrapporsi di interventi che mirano a singole esigenze, si è perso di vista il quadro complessivo; si può arrivare all’assurdo che, dei sussidi assistenziali, 5 miliardi vadano al 30 per cento più ricco della popolazione» dice Debenedetti. «A differenza di altre proposte che circolano in questa infinita campagna elettorale, una per tutte quella del reddito di cittadinanza proposto dai grillini, tanto economicamente irrealizzabile da essere ormai solo la bandiera di un progetto molto più modesto, il nostro “minimo vitale” è sostenibile e non presenta le controindicazioni di tanti programmi di assistenza universale e incondizionata». Per il presidente dell’Ibl la proposta ha un’ambizione ancora maggiore. «Ripensare come si spendono le risorse che lo Stato raccoglie dai cittadini, significa ripensare obiettivi e funzionamento della Pubblica Amministrazione. Riformare raccolta ed erogazione comporta la necessità di ripensare il funzionamento della PA.». Un tema su cui per decenni si sono esercitate le migliori intelligenze politiche e amministrative. «Il nostro progetto pone una condizione preliminare a ogni riforma della PA. perché obbliga a rispondere a una domanda di fondo: che cosa lo Stato vuole fare e soprattutto che cosa non vuole più fare? Quali sono le cose essenziali e quali le cose diventate superflue o addirittura negative?».

Salvare l’anima
La pressione fiscale in Italia è molto alta: nel confronto con gli altri paesi europei, l’Italia si trova al settimo posto. «È il risultato di quello che è stato fatto con aggiunte di norme di legge che rispondevano di volta in volta a specifiche esigenze o a specifiche pressioni: così si è finito per perdere di vista il quadro generale. Come un tessuto che, a forza di tirarlo in una direzione (quello delle esigenze dello Stato) e nell’altra (quella delle richieste dei gruppi di pressione), è diventato così sgualcito da non riuscire più a vederne né trama né forma. Noi vorremmo “stirarlo”, per renderne comprensibile la trama e funzionale la forma».

Il progetto dell’Ibl è stato criticato da Romano Prodi, perché non rispetterebbe il principio di progressività scritto in Costituzione. Ma, sostiene Debenedetti, progressività dell’onere fiscale non significa necessariamente e solo progressività delle aliquote. «Nel nostro progetto al crescere del reddito diminuisce la quota di reddito esente. Si prevede la deduzione: esclude le fasce di più alto reddito dal beneficiare gratuitamente di alcune prestazioni pubbliche. Ad esempio, da un certo reddito in su, ognuno paga le proprie spese sanitarie certamente, col corrispondente diritto di fare opt out dal sistema sanitario e sottoscrivere una assicurazione privata. La stessa cosa potrebbe farsi per l’università. La risultante è che famiglie e imprese sosterranno nel complesso costi minori. L’Ibl ha anche messo online un modello di simulazione semplificato in cui ognuno può inserire i propri dati e parte della propria dichiarazione dei redditi per verificare quanto pagherebbe di imposte con questo progetto di flat tax».

Debenedetti non sottovaluta le critiche alla proposta. Sa che in Italia occorre fare i conti con una certa diffidenza che vede in questi progetti il tentativo, per dirla un po’ grezzamente, di trovare un escamotage per “rendere i ricchi ancora più ricchi”. «Prodi sostiene che se adottasse questa proposta la sinistra perderebbe l’anima. Mi dispiace sentirglielo dire, avendo stima e affetto per lui. Credo abbia semplicemente pensato che un sistema ad aliquota unica fosse impossibile da digerire per quella confederazione fra Pd e sinistra-sinistra per la quale sta lavorando, e si sia espresso di conseguenza. Ha messo la politics davanti alle policies. Ma proviamo a fare il contrario. Nella nostra proposta c’è una copertura solidaristica, tutti con il minimo vitale; l’obbligo costituzionale di progressività del sistema fiscale viene rispettato e, al contempo, c’è una riduzione del carico fiscale. È questo il problema? Siamo sempre convinti che le tasse siano bellissime, anche se consentono la sopravvivenza di inefficienza e di posizioni di rendita? Questo salva l’anima alla sinistra?».

Motore dell’ascensore sociale
Per Debenedetti la questione, nel suo risvolto politico, riguarda profondamente la sinistra: «Credo che sia necessario chiedersi se incentivare la gente a lavorare di più per guadagnare di più, a investire di più sul proprio capitale umano per diventare più ricca, sia un male o non piuttosto un bene per la società. E questo non per la teoria molto discussa del trickle down secondo cui le spese dei ricchi percolando verso il basso aumenterebbero i consumi e favorirebbero la crescita: ma proprio perché la tensione di tutti a cercare di migliorare la propria condizione è uno dei più potenti motori dell’economia. Prodi è fra quanti sono più preoccupati di una mobilità sociale che sembra sempre più ferma. Non si capisce davvero, allora, perché la sinistra debba essere cieca innanzi alla possibilità di riattivare il più potente motore dell’ascensore sociale: la voglia di migliorare le proprie condizioni».

→  giugno 14, 2017


di Franco Debenedetti e Nicola Rossi

Un sentiero stretto ma molto, molto virtuoso”: si parla di finanza pubblica, e a leggerlo sul Foglio del 30 maggio c’è da trasecolare. E invece è quello che “dimostra” il professor Marco Fortis: basta sommare crescita e avanzo primario, e noi tra le grandi economie siamo secondi solo alla Germania. Se cresciamo meno è solo perché facciamo meno spesa pubblica, non avessimo quel debito potremmo spendere quanto spende la Germania e cresceremmo come lei. Miracoli della germanofobia!

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→  luglio 25, 2015


di Franco Debenedetti e Nicola Rossi

Caro direttore, che l’ex ministro delle Finanze Varoufakis consideri «tossico» «finanziariamente nocivo» «fallimento economico» il meccanismo per le privatizzazioni richiesto, insieme ad altre condizioni per concedere il terzo piano di aiuto per la Grecia, non fa notizia: uno dei «biglietti da visita» con cui, insieme al presidente Tsipras, si era presentato a Bruxelles era proprio il congelamento delle privatizzazioni già avviate dal precedente governo. Le cose sono poi andate come sappiamo. Ma Varoufakis è tornato sull’argomento (Corriere del 21 luglio) per ricordare gli elementi essenziali di un piano che, a suo dire, avrebbe presentato ai partner europei a trattativa ormai inoltrata. E questo sì, suscita qualche commento e, in noi italiani, anche qualche ricordo. 11 piano di costituire una holding a cui apportare i beni da (eventualmente) dismettere, di valorizzarli prima di venderli usando i proventi di bond emessi usando quei beni come collateral, è fratello gemello del piano per «privatizzare» Iri ed Eni redatto dal professor Guarino quando era ministro dell’Industria del governo Amato, e in seguito innumerevoli volte rilanciato. Riproposto per la Grecia mostra ancora più evidenti le ragioni per cui va respinto: allora e adesso.

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→  aprile 8, 2015


di Franco Debenedetti e Nicola Rossi

Promuovere oggi in Italia un nuovo capitalismo di stato è paradossale. Come se un bulimico vedesse nei farmaci dimagranti l’origine dei suoi mali.

Se l’Italia avesse un’Alta Commissione Piani e Programmi, il suo presidente lamenterebbe sulle pagine dei principali quotidiani nazionali il “tradimento del capitale” e ricorderebbe che “ormai da un lustro ogni volta che viene posta sul mercato dei diritti di proprietà una grande impresa italiana nessun investitore italiano si fa avanti”. Sarebbe, anzi – come vedremo – è uno sconcerto comprensibile. L’idea che il mondo non si conformi alle prescrizioni dell’Alta Commissione Piani e Programmi deve apparire intollerabile al suo presidente.

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→  gennaio 11, 2007

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Con le sue “Osservazioni critiche” (Corriere della Sera, 8 Gennaio), Nicola Rossi risponde agli interrogativi suscitati dalla sua decisione di uscire dai DS: perché attacca Fassino se il suo bersaglio è il Governo? rimpiange la stagione del primo governo D’Alema o prefigura quella dei “volenterosi”? non si rende conto che la prima vittima della sua uscita è il Partito Democratico?

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