L’unica cosa seria è dividersi

marzo 21, 2018


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


di Franco Debenedetti e Nicola Rossi

Uno di noi li ha perfino chiesti, i voti per il PD: ma non sono arrivati. Anzi sono stati troppo sotto la soglia, non diciamo delle rodomontate fake, ma anche delle speranze di essere una news. E così il 5 marzo l’Italia si è svegliata e si è trovata bipolare. Non si vede per quale motivo questo dovrebbe essere un risultato provvisorio destinato ad essere ribaltato, vuoi da una nuova votazione, vuoi dalle non rassicuranti prospettive dei possibili futuri governi. Neppure si vede perché questo dovrebbe essere un male, in un paese che non ha, e probabilmente non avrà, un sistema elettorale alla francese.

Questo pone al PD un problema esistenziale. La vocazione maggioritaria non ha mai portato dal seminario ai voti (scusate, ma Franco non sa resistere alla battuta). E il progetto prodiano di unire le élite alle masse, neppure quello è riproponibile: la masse se ne sono andate, facendo della sconfessione delle élite il proprio valore costituente. A sinistra come a destra. L’antico slogan, il PD come unione di tutti i riformismi, ha dato in passato risultati che sarebbe ingiusto non riconoscere, ma ha impedito il formarsi di un partito coeso su una storia comune, come i liberali in Inghilterra o in Germania, che con il loro voto possono spostare gli equilibri politici.

Le ascendenze rimandano alla storia, quella che precede, e di molto, sia l’Ulivo prodiano sia il PD veltroniano. Risalgono all’intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer pubblicata su Rinascita nel 1981. Il Movimento Cinque Stelle è realmente – come ha segnalato per tempo Domenico De Masi – l’erede del Partito Comunista degli anni ’80. Fra la “questione morale” e la “diversità” di cui si parla in quel testo, e il comizio di Alessandro Di Battista ad Arcore c’è un filo rosso (anzi, più una catena che un filo): passa per i girotondiprima, per l’invocazione “onestà, onestà” poi.

Il fantasma del neoliberismo e il richiamo della foresta alla spesa pubblica come soluzione di ogni problema fanno il resto. Sia chiaro: con ciò non si vuol dire che i Cinque Stelle siano la sinistra italiana. Da Rossana Rossanda a Emanuele Macaluso, chi ha radici culturali che vanno un po’ più indietro degli anni ’80 ha avuto gioco facile a negarlo e recisamente. I Cinque Stelle sono gli eredi della mutazione genetica della sinistra che già negli anni ’80 si è andata manifestando. Ma la demografia conta e – piaccia o non piaccia – quest’ultima sinistra è, per la gran parte degli italiani, l’unica sinistra conosciuta. Gli elettori della sinistra lo hanno capito da tempo abbandonando il PD, che invece resta luogo di elezione di quella borghesia che voleva far fare alla sinistra le politiche a se stessa più congeniali e, nel contempo, sentirsi la coscienza a posto, essendo così “nel giusto”, fra i “moralmente superiori”, anzi, alla loro guida. Così quella “sinistra” prevale nei collegi di Roma 1 e Milano 1 e questa nuova “sinistra” ha nel rifiuto di quell’establishment un suo elemento fondante. (Che poi l’establishment si mimetizzi levandosi la cravatta, adottando un simil-eskimo, tornando a parlare nelle sezioni e sfiorando il turpiloquio è, più di ogni altra cosa, malinconico).

Quell’intervista a Berlinguer avrebbe riguardato – e tanto – anche la destra. Perché la “questione morale” e la “diversità” furono i fondamenti dell’antiberlusconismo aprioristico, quasi antropologico, con cui larga parte della borghesia italiana diede l’ostracismo al Cavaliere, ai suoi conflitti di interesse, al suo essere “unfit”. Il risultato fu che la destra italiana non si impegnò a darsi obbiettivi ed orizzonti che andassero oltre chi in quel momento la impersonava e a fare della borghesia la forza trainante del paese.

In questi anni sono stati l’Ulivo prima e più ancora il PD dopo a fornire all’élite intellettuale del Paese una posizione apparentemente terza dalla quale contribuire a formare lo spazio pubblico, come luogo simbolico delle libertà civili, e dal quale indicare al Paese le strade della modernizzazione. E’ stata una sorta di camera di decompressione, con un’aria più respirabile del deprimente qualunquismo anticasta ma senza l’alta pressione dell’impegno politico. E’ stato un lungo, articolato discorso rivolto in larga misura alla sinistra, e non senza successi: è anche merito di questa koinè se alcune riforme sono state fatte, siamo ancora in Europa, siamo usciti dalla crisi e abbiamo acchiappato in po’ della crescita. Ma il problema di costruire anche a destra un soggetto politico in cui la borghesia produttrice potesse ritrovare – più di quanto non abbia fatto – i propri obbiettivi e le strade per realizzarle, per quanto utile ed opportuno, è sovente passato in secondo piano. Sicché ora si apre un bivio: si impiega meglio il tempo a erudire anche le ultime generazioni della diversità berlingueriana, o a risolvere i problemi posti dal sovranismo e a promuovere capacità concretamente riformiste al cavaliere e ai suoi adepti?

Il 4 marzo si è definitivamente esaurito un progetto politico: lo diciamo entrambi, con comune sincero rispetto, anche se con diversi sentimenti, diverse essendo state, in questi ultimi anni, le nostre posizioni nei riguardi del PD. Perché il destino è cinico e baro, direbbe qualcuno. Per incuria e ignavia, direbbero altri. Per debolezze intrinseche, direbbero altri ancora. Quale che sia la ragione, non saranno i riti – la direzione, l’assemblea, il congresso, le primarie e tutto quel che segue, in un crescendo “democratico” solo apparente – a richiamarlo in vita. Né vale la mossa tattica di stare all’opposizione oppure di condizionare il proprio appoggio al patto pubblico di non disfare quello che si è fatto (Fornero, Jobs Act) e di impegnarsi a rispettare le prescrizioni europee. Non ci sono le condizioni per porre condizioni (se non di livello non proprio elevato). Non quando la linea di frattura percorre un partito per intero, e quando una consistente parte è attratta dal ricongiungersi con quello che ogni giorno di più si configura per molti come il “luogo del cuore”. Si può stare all’opposizione se – come accade altrove – si ha una propria distinta identità e su di essa si può far leva per proporsi come forza di governo. Ma nel caso di specie l’identità – come la recente competizione elettorale ha dimostrato impietosamente – non c’è (o, addirittura, l’unica identità che è sembrato possibile proporre è quella più sbiadita).

Arrivano momenti nella storia in cui “tutto quello che è solido e stabile evapora, le cose sante vengono dissacrate e gli uomini sono obbligati a guardare con occhi disincantati i loro rispettivi rapporti”. Avvicinandosi la 200esima ricorrenza della nascita di chi lo scrisse, forse tocca al PD rifletterci. E per quelli a cui i riferimenti marxiani sono indigesti, valga il riferimento alla legge sul biotestamento, una legge di civiltà, garanzia di dignità ed autodeterminazione per ognuno di noi che il PD ha fortemente voluto.

L’uno e l’altro riferimento dovrebbero indurre il PD – pacatamente, serenamente – a riconoscere che le cose che si speravano solide e stabili e si consideravano sacre, sono “evaporate”, a dichiarare conclusa la propria esistenza terrena e a rendere un ultimo, grande servizio al paese: assicurarne la stabilità dividendosi consensualmente. Coloro i quali ritengono necessario un forte ancoraggio europeo per l’Italia ed auspicano una significativa riduzione del perimetro pubblico nell’economia vadano a rendere più equilibrato il centrodestra, a sostenerne un ipotetico governo, a consentirne l’insediamento stabile anche nelle fasce più moderate della popolazione. Coloro che invece l’Europa a malapena la sopportano e vedono nel settore pubblico la sola ancora di salvezza scelgano la strada dei Cinque Stelle e si propongano di accompagnarli in una loro eventuale esperienza governativa. Consapevoli della situazione da girone dantesco in cui si ritrova e si ritroverà ancora a lungo la sinistra europea: essere condannata a promettere la redistribuzione di una ricchezza che non si sa creare. Perché per farlo bisogna o tradire la propria gente (in apparenza) e creare ricchezza privata o pretendere che il completamento della costruzione europea possa avvenire solo in una direzione e attingere alla ricchezza pubblica. Quella per esempio auspicata da Nicola Zingaretti: ma cosi si confonde il destino di una parte politica con il destino degli europei. L’Europa a metà non si completa pensando solo alla (molto meno che la) metà dell’Europa.

Se il PD ha ancora una vocazione maggioritaria è bene che, nelle condizioni date, la traduca in un atto di generosità verso il paese. Mentre la parte che si ricongiungerebbe a sinistra avrebbe ben poco da apportare, essendone culturalmente e politicamente consustanziale, quella che guarda a destra avrebbe invece molto da lavorare e molto da apportare. Riscoprendo quel discorso politico che tanto ha fatto perché la sinistra facesse le riforme della destra. Portando con sé quel consenso che lo aveva accompagnato e che la polarizzazione delle ultime elezioni non ha affatto dissolto. Attraendo la struttura politica ed amministrativa senza la quale le riforme non si fanno.

Contrariamente a quel che una lettura superficiale farebbe pensare, il 4 marzo ha addossato al PD grandi responsabilità. Non eludibili.

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