Se anche la Fininvest difende il monopolista pubblico

marzo 9, 1995


Pubblicato In: Varie


Il fatto che Silvio Berlusconi «abbia un monopolio virtuale della televisione privata in Italia e, attraverso coloro che il suo governo, mentre egli ne aveva la guida, ha posto alla testa dei tre canali di Stato, abbia una considerevole influenza sul resto, sembrerebbe fuori luogo in Madagascar; in una moderna democrazia occidentale è bizarre». Chi legge abitualmente l’Economist ne avrà subito riconosciuto la precisione di sintesi e il gusto per l’understatement. Di questa ‘bizzaria’ abbiamo avuto un’altra prova ieri. Il giorno prima Prodi, sul Corriere, chiedeva a Berlusconi di chiarire la posizione per cui bisognerebbe andare subito a votare per evitare i referendum sulla Tv. Ieri, e qui sta la bizzarria, chi, sempre sul Corriere, risponde a Prodi? Non Berlusconi, che Prodi chiamava in causa, ma Fedele Confalonieri, il presidente della Fininvest.

Il problema televisivo presenta due aspetti: uno politico, che attiene alla libertà e pluralità dell’informazione, all’esistenza democratica che le battaglie politiche vengano condotte ad armi pari. L’altro attiene al mercato e alla concorrenza, e varrebbe anche nel caso in cui Berlusconi non fosse in campo’. Tra i due aspetti c’è un’ovvia interrelazione: ma bisogna riconoscere che si è fatto di tutto per renderla un inestricabile intreccio. L’intervento di Fedele Confalonieri contribuisce, in modo a mio avviso significativo, a questa confusione. Lo dice chi non ha mancato di esplicitare i propri distinguo da alcune iniziative della parte politica sotto il cui simbolo è stato eletto, la propria opposizione a tutto ciò che possa anche solo sembrare punitivo o ad personam. Lo dice chi ha sinceramente sperato che Berlusconi proteggesse le positive innovazioni che ha portato nella politica italiana da ogni sospetto di aver agito per proteggere i propri interessi.
Nello scritto di Confalonieri abbondano i termini di qualificazione politica (cattolico di sinistra, nemici della libera impresa, ex comunista, intolleranza di classe, faziosità, odio civile, sinistra incongruente e pasticciona); i referendum vi sono citati almeno cinque volte. Ma che cosa c’entra Confalonieri nella polemica politica Prodi-Berlusconi sulla data delle elezioni? Trovo assolutamente legittimo che Confalonieri difenda la ragioni della sua azienda nei riguardi di orientamenti di politica industriale espressi dal leader di una possibile nuova maggioranza e chieda «un argomentare più attento alla politica industriale e ai diritti di impresa». È su questo piano che vorrei riportare il presidente Confalonieri: nessuno disconosce il merito che ha avuto la Fininvest nello sbloccare una situazione di monopolio statale nel settore televisivo. Nessuno disconosce le eccezionali capacità, anche la spregiudicatezza (lo dico in senso positivo) di Berlusconi-imprenditore. Ma ammetterà che all’evolvere delle situazioni di mercato possano evolvere le regole, e che l’assetto del settore televisivo italiano sia alquanto distante da ciò che si chiama mercato concorrenziale. Su questo argomento, chi detiene una posizione dominante avrà logicamente le proprie opinioni: così è stato per l’Alcoa verso il giudice Hand, poi per l’At&t verso il giudice Green, poi per l’IBM, oggi per Bill Gates della Microsoft.
Sotto questo aspetto, il caso Fininvest è assimilabile quelli Enel e Stet, su cui stiamo discutendo in Senato definendo il testo della legge sulla Autorità di settore. Se il dottor Confalonieri è genuinamente interessato ai problemi dell’autonomia di impresa, si legga i resoconti parlamentari e veda a quale parte sta chi ha a cuore la libertà di mercato. Né c’è da stupirsi, o da sospettare strumentali conversioni: l’effetto delle privatizzazioni sarà anche quello di liberare tutti da alcune ambiguità; dispersi fin gli echi di lontane politiche interventiste, alla sinistra sarà restituito il ruolo storico di nemico dei monopoli, e questi continueranno a cercare i propri sostenitori in alcune parti della destra: come nel resto del mondo.
Ma c’è un tema, al quale il presidente della Fininvest accenna, che vorrei riprendere, là dove parla dello sviluppo delle televisioni via cavo, e su cui esiste un progetto di legge, che Fininvest conosce, ma che finora non ha mostrato granché di apprezzare. Presentandolo, avevo in mente che l’uscita dall’attuale impasse poteva trovarsi solo allargando il terreno di gioco, offrendo anche a Fininvest l’opportunità di diversificarsi e di far valere le indubbie capacità impren-ditoriali di cui dispone. Che Stet, monopolista delle telecomunicazioni, si opponga a proposte liberalizzatrici, non deve stupire. Stupisce invece che Fininvest non levi la voce per lo sviluppo del sistema, ma lo faccia solo per difendere ciò che ha nell’etere; che non si accorga che ciò di fatto la porterebbe a colludere con quegli interessi monopolisti che a voce dichiara di voler combattere, e metterebbe anche lei a difendere la preistoria.
Ci son più cose tra cielo e terra che un paio di referendum.

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