L’Europa si allontana. E anche la borghesia alla fine di rimetterà

settembre 12, 1994


Pubblicato In: Varie


Borghesia e rappresentanza politica è il tema di un dibattito svoltosi alla Festa dell’Unità merco­ledì scorso, e a cui hanno partecipa­to Alfredo Reichlin, Giorgio Bogi e Franco Debenedetti. Di quest’ulti­mo pubblichiamo una sintesi dell’intervento.

Consigli per l’opposizione»: sui giornali sembra diventata una ru­brica fissa. L’opposizione dovreb­be: darsi un governo ombra o lavo­rare per progetti, rafforzare le pro­prie strutture o sciogliere le proprie organizzazioni; allenare un pro­prio leader o attendere per non bruciarlo; sommare i propri voti o mantenere le proprie identità; per­dere la propria ala estrema o aggregare tutti i consensi. Perfino, co­me chiede Sergio Romano, dare una mano con senso di responsa­bilità (anzi di colpa!) alla maggio­ranza, dato che un giorno tutto questo potrebbe essere suo (ma si sa che era una tentazione nel de­serto).

Pochi si chiedono perché mai la sinistra non dovrebbe continuare a essere relegata all’opposizione. In questo paese, è sempre stata una qualche aggregazione centrata sul­la borghesia ad esprimere il governo: che cosa è cambiato? La que­stione dell’opposizione richiama quella della continuità o disconti­nuità dell’attuale maggioranza ri­spetto a quelle che per SO anni hanno governato questo paese.

Trasformismo
Secondo Asor Rosa (l’Unità del 27 agosto), «di nuovo regime rappresenta davvero l’erede della parte peggiore del vecchio regime. Siccome il quadro sociale non è stato intaccato, il quadro politico ne è stato solo trasformisticamente boulversè». Certo, ci sono elementi di discontinuità nel trasformismo. L’avere sostituito l’appoggio dei partiti laici rimettendo in gioco l’opposizione neofascista, rende superflua la ricerca di un consenso sociale basato sulla solidarietà, seppure a volte in modo vuoto o distorto; dà mano libera rispetto al­le regole. Mani Pulite potrebbe an­che essere dovuta al fatto che il co­sto dell’intermediazione politica era diventato troppo elevato, e che .era opportuno trovare modi per gestire in proprio, senza interme­diari, il rapporto con la pubblica amministrazione. Semplificato il processo politico, eliminate molte mediazioni, questo governo rappresenta una soluzione più efficiente di quelli del passato per quella borghesia che lo esprime.

Proviamo a guardare questo governo con gli occhi degli altri. Allora la volgarità apparirà difetto trascurabile, la mancanza di cultura politica un merito, i pericoli democratici per l’informazione lamenti di vecchi garantisti, le improvvisazioni verranno generosamente perdonate. Questo governo ci darà: un po’ di flessibilità del mercato del lavoro (l’aveva già fatto Ciam­pi), qualche ritocco al sistema delle pensioni (come Amato), qual­che riduzione dello stato sociale (sappiamo che così non si va avanti), un po’ di privatizzazioni (le fanno ovunque). C’è posto an­che per la solidarietà: al 20% della popolazione in stato di indigenza si può, e conviene riservare una quota del reddito prodotto. Piccolo cabotaggio, cambiamenti omeopatici neppure vistosamente dis­sennati. Non è quello che abbiamo sempre avuto? Neppure Rumor era un Kennedy, né De Mita una That­cher. 1 prossimi 3-4 anni saranno verosimilmente di congiuntura fa­vorevole: sarà più facile galleggiare sull’onda. Perché cambiare?

Economia cambiata
Il fatto è che la continuità trasfor­mistica dei quadri politico e socia­le deve poi fare i conti con un’eco­nomia profondamente mutata. Si diceva, emblematicamente, dei governi Rumor. ma allora la disoccupazione era congiunturale, le il debito inferiore al 50% del Pii. Oggi debito al 125% e disoccupazione strutturale ci incrodano su una stretta cengia, ci pongono di fronte a vincoli ineludibili. Si parla di mutazione della struttura produttiva, da un’economia manifatturiera ‘a un’economia dei servizi. In questa non lavorano solo ragazzi che frig­gono hamburger: la McDonald è una delle più grandi società immo­biliari al mondo. Per cablare l’In­ghilterra con fibra ottica sono ne­cessari 30mila miliardi. I pacchetti di software della Microsoft o della Lotus o della Borland rappresenta­no investimenti dell’ordine del mi­liardo di dollari. Solo un gigante­sco investimento in formazione consentirà all’Europa di mantene­re l’equilibrio sul livello di reddito e di benessere che ancor oggi ne fanno la prima area economica del mondo: altrimenti l’economia dei servizi che conosceremo sarà proprio quella di chi gli hamburger li fa friggere per conto della McDo­nald. O di chi il software lo compe­ra dalla Microsoft e lo installa. L’e­conomia dei servizi è ad alta inten­sità di capitale: dove trovarli, se il nostro risparmio continua a dover finanziare i debiti dello Stato, se, per evitarci una crisi finanziaria, siamo costretti a economie sugli investimenti in servizi pubblici, e per averne di più efficienti si deve intaccare una delle basi sociali del­la maggioranza?

Qui veniamo al nocciolo del problema, che ha tre facce: un fi­sco che funzioni, una pubblica amministrazione che non disperda ricchezza, un debito pubblico che non immobilizzi una quota assolu­tamente prevalente del risparmio nazionale. Chi ha espresso questa maggioranza non vuole pagare le tasse, e spera di continuare a lucra­re ricchi interessi esentasse comprando il debito dello Stato: pen­siamo che cambierà rappresentan­za politica solo perché l’opposizione gli propone una legge migliore sulla scuola?

Questo governo ha avuto un’occasione storica di por mano al pro­blema del debito pubblico: invece di lamentarsi del debito ereditato, poteva disconoscere l’eredità. Esi­to che qualcuno, anche dall’opposizione, in campagna elettorale aveva giudicato probabile: sì, an­che sperato, essendo chiaro che questa era l’unica cosa che lo schieramento progressista proprio non avrebbe potuto fare. Successi­vamente, pur con la responsabile prudenza dovuta a un argomento così esplosivo, c’è chi, in modo sempre più chiaro, è arrivato fino a ipotizzare i modi in cui risolverlo: imposta patrimoniale, o qualche forma di consolidamento. Ma co­me poteva questo governo decen­temente affrontare un problema che tocca il patrimonio degli elet­tori senza prima aver fugato il so­spetto (che per molti è la certez­za) che la famosa discesa in cam­po fosse motivata dalla preoccupa­zione di mantenere il proprio? E quanto alle tasse, con quale autori­tà morale potrà mai parlare, dopo quello che è venuto alla luce su rapporti dell’azienda del capo del­l’esecutivo con l’amministrazione fiscale? Finché ci si illuderà che le cose possano andare avanti così, evadendo il fisco e finanziando il debito, per quel nocciolo duro di cui parla Asor Rosa, quello che ha come ragion d’essere l’accumula­zione della ricchezza e non la pro­duzione di beni, questa è la miglio­re rappresentanza politica che si possa aspettare: di più, è una ga­ranzia.

Necessità di cambiare
Ma all’inversione del ciclo ci ver­rà presentato il conto: la quel mo­mento il Mediterraneo sarà diven­tato più stretto. All’opposizione non resta dunque che aspettare che il governo si scavi la fossa da sé, una fossa in cui tra l’altro ca­dremmo tutti, maggioranza e op­posizione? Non basterà, a proporsi come forza di governo, legittimarsi fornendo giudiziose soluzioni al­ternative su temi pure importantis­simi, pensioni, immigrazione, cri­minalità: non si diventa maggio­ranza facendo l’ufficio studi per gli altri. Non basterà prospettare rigo­re o austerità: ci abbiamo già pro­vato e non ci è andata bene. Né ri­cordare che le regole sono parte integrante dei metodi politici delle altre grandi nazioni europee: steri­le è il ruolo delle vestali. Né testi­moniare che lo stato sociale è un bene’ prezioso: non lo si salva con un conservatorismo piagnone.

Non si diventa maggioranza sen­za: essere rappresentanza politica anche di una larga parte della borghesia: il (provvisorio?) consenso del grande capitale non basta. Il problema è far capire (non solo dl grande capitale) che la ricetta che è andata bene per tanti anni non può continuare a funzionare ca.11 biando il packaging; che la società dei servizi non è a buon mercato, ma richiede giganteschi investi­menti in capitale, incominciando da quello umano; che questi capi­tali si otterranno solo spostando il risparmio dal finanziamento del debito a quello di attività produttive; che l’equilibrio dei conti dello Stato si realizza sul lato della spesa come su quello delle entrate.

Un programma politico che af­fronti con coraggio anche il nodo dei Bot e di far pagare a tutti le tas­se sembra l’equivalente di un suici­dio. Ma anche uscire dall’Europa è un suicidio: evitarlo dovrebbe inte­ressare anche una parte di questa borghesia. Non è essa ad essere anomala rispetto all’Europa, lo è la sua attuale rappresentanza politica. Sostituirsi ad essa, essere i rap­presentanti politici di questi inte­ressi, questo è il traguardo dell’op­posizione.

Ma bisognerà saper rapprese% tare in modo positivo l’opportuni­tà, e non solo la necessità, di cam­biare; riuscire a dare un’idea più credibile del ruolo centrale dell’im­presa, una proposta più convin­cente sui rapporti tra questa, lo Sta­to, il mercato. 2 in questa parte po­sitiva che si registra il vuoto mag­giore, e qualche occasionale incer­tezza. Forse perché il progressista teme di dover aiutare a risanare lo Stato, per poi affidarne la ricostru­zione al mercato (ovviamente «selvaggio»)? Ma dove, meglio che in Europa, la «mano invisibile» è stata di fatto una «stretta di mano invisi­bile»? La contrapposizione non è più tra destra e sinistra, tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, tra efficienza e solidarietà, ma fra chi vuole restare in Europa e chi vi si lascia scivolare ai margini: questa, neppure quanto a garanzie ed op­portunità, può essere una prospettiva allettante.

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