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Archivio per il Tag »economia«

→  gennaio 22, 2021


di Massimiliano Panarari

Gli attacchi radicali al capitalismo – dice Franco Debenedetti – sono ciclici come le sue crisi. E oggi circolano in stile “contenuti virali”.
L’imprenditore e saggista, che dell’elogio dell’economia del mercato ha fatto una ragione di vita, dedica quindi questo libro alla difesa delle imprese finanziarie. E lo fa prendendo ile mosse da uno dei “manifesti” intellettuali di quello che sarebbe diventato neoliberismo. Ovvero il famoso articolo di Milton Friedman, uscito nel 1970 sul New York Times Magazine, nel quale asseriva “l’unica vera responsabilità delle imprese è fare profitti”.

La spinta propulsiva della “società per azioni” come motore di innovazione, cui si devono alcuni momenti centrali di quella cosa che chiamiamo modernità, rimane intatta. Così, l’autore analizza le mutazioni del modello capitalistico e dell’impresa all’indomani della rivoluzione digitale, e nel contesto globalizzato ridefinito dall’economia immateriale. Mostrando come le problematiche di questa fase – dalla tendenza verso il monopolio delle corporation high-tech alle diseguaglianze – non siano “colpa” del mercato, che si fonda sulla concorrenza e l’apertura al nuovo. Ma, in democrazia, debbano essere affrontate e risolte dalla politica e dalla rule of law.

→  gennaio 22, 2021


Estratto da “Fare profitti. Etica dell’impresa”, di Franco Debenedetti, Marsilio, 2021

È tornato di moda attribuire tutti i mali del mondo alla struttura delle imprese, tanto che si invoca un cambio di paradigma e uno stravolgimento della missione aziendale. Il nuovo saggio di Franco Debenedetti, edito da Marsilio, spiega perché queste critiche sono sbagliate

Il viaggiatore che, sceso dall’aereo a Londra di prima mattina mercoledì 18 settembre 2019, avesse preso la sua copia del «Financial Times», avrebbe strabuzzato gli occhi: a racchiuderla, una copertina giallo canarino recante un solo titolo, a caratteri cubitali, come l’ormai famoso Fate presto del «Sole 24 Ore», quando lo spread era a 575: Capitalism. Time for a reset.

Reset si traduce con ripristinare o con azzerare: per «ripristinare» il capitalismo – spiega sul retro una lettera del direttore Lionel Barber – bisogna «azzerare» la dottrina dello shareholder value, secondo cui la responsabilità sociale delle imprese, in particolare di quelle che hanno la forma di società per azioni, è la massimizzazione dei profitti. Questo principio è stato punto di riferimento, soprattutto nei paesi anglosassoni, per quasi mezzo secolo.

Certo, c’erano voci di dissenso, ma ora siamo a un dichiarato cambio di paradigma, che l’edizione fuori norma del «Financial Times» rende ufficiale.

Chi, nell’Italia dell’Iri prima e della Cdp oggi, per decenni ha letto il quotidiano rosa come la bibbia del libero mercato, la voce del mercato finanziario moderno nel paese del capitalismo delle scatole cinesi e delle partecipazioni incrociate, avrebbe ben di che strabuzzare gli occhi.

L’articolo del «Financial Times» riprendeva e amplificava la dichiarazione resa un mese prima dai 181 capi delle massime aziende americane alla Business Roundtable, che portava in calce, a renderla più solennemente impegnativa, le loro 181 firme autografe.

Questa a sua volta discendeva dal manifesto, redatto da Martin Lipton su richiesta del World Economic Forum, pubblicato nel 2016 e poi nell’edizione del manifesto di Davos del 2020. Che vi affermassero l’impegno a trattar bene i dipendenti, a non discriminare per colore della pelle o per preferenze sessuali, e che la soddisfazione dei loro clienti fosse in cima ai loro pensieri, non parve una novità sconvolgente.

La novità era la sottoscrizione di un nuovo paradigma di governo societario, che adotta i principi dello stakeholderism e degli investimenti Esg (Environmental Social Governance) rinnegando il principio che aveva tenuto banco almeno dal 1970, quando la pubblicazione sul «New York Times Magazine» di un articolo di Milton Friedman aveva reso popolare la sua dottrina: una e una sola è la responsabilità sociale dell’impresa, fare quanti più profitti possibile, purché, aggiunge, «nel rispetto delle regole fondamentali della società, sia quelle incorporate nelle sue leggi, sia quelle dettate dai suoi costumi etici».

Una novità, quella del nuovo paradigma, non priva di contraddizioni. Infatti, attirando a Davos i capi delle massime aziende del mondo per catechizzarli e convertirli allo stakeholder capitalism, Klaus Schwab fa aumentare lo shareholder value del suo World Economic Forum.

E, a sua volta, se i catecumeni ivi convenuti adotteranno il nuovo verbo stakeholderista, sarà solo perché pensano che, in questo modo, o aumenterà lo shareholder value delle loro imprese, o diminuiranno i rischi a cui possono andare incontro (o semplicemente saranno più liberi dalle pretese degli shareholder). E anche la direzione del «Financial Times» deve aver pensato che attribuire alla massimizzazione dei profitti delle aziende la responsabilità delle diseguaglianze di redditi, della precarietà del lavoro, dei problemi ambientali, potesse essere il modo per conquistare nuovi lettori e inserzionisti massimizzando così i profitti. (Poi devono aver temuto di passare da bibbia del mercato a corano del socialismo e, ricordando la prima norma del marketing – non perdere i clienti che si hanno – il 7 ottobre 2019 pubblicavano un articolo a firma di Jesse Fried dal titolo inequivocabile: “Gli shareholder vengono sempre prima, ed è un bene che sia così”).

Insomma, nei club, o nei templi, del capitalismo è un susseguirsi di autodafé, comprensibili solo come riti scaramantici.

a sua «prima e principale responsabilità», come scrive Archie B. Carroll, «è di natura economica. […] l’impresa è l’unità base nella nostra società. Come tale ha la responsabilità di produrre beni e servizi che la società desidera e di venderglieli con profitto. Tutti gli altri ruoli dell’impresa sono basati su questo fondamentale assunto». La misura è lo shareholder value. Invece lo stakeholder value richiede di scegliere tra le varie constituency, in base a criteri arbitrari che sovente finiscono per essere dettati dalla politica.

Non restare in conformità ai «costumi etici», anche senza violare la legge scritta, può avere conseguenze molto gravi: un’azienda può perdere i clienti e i collaboratori più qualificati, quindi veder diminuire il suo shareholder value. C’è però anche un rovescio della medaglia: intercettare per primi il sentimento della gente, mettersi in sintonia con le loro speranze e le loro paure, può consentire di conquistare clienti e collaboratori, magari perfino di spuntare un prezzo migliore, tutto a vantaggio dello shareholder value. Perseguirlo può consentire di raggiungere obiettivi che sfuggono ai governi.

È il caso del cambiamento climatico e della decarbonizzazione dell’economia. La Tesla nel 2019 rischiava di fallire, un anno dopo la sua capitalizzazione in Borsa superava quella della Toyota: non per i suoi utili, ma perché, seguendo il principio «siliconvallico» del move fast and break things, ha trascinato l’elettrificazione delle auto, sicché oggi non c’è pubblicità di costruttore che non esibisca in prima fila i modelli elettrici.

In generale, sono le scelte degli investitori a decretare il successo delle imprese con credenziali Esg e le preferenze dei clienti quello dei prodotti sostenibili. Mentre i governi non riescono a mettersi d’accordo sul protocollo di Parigi.

Le riflessioni raccolte in questo libro nascono proprio da quella che a chi scrive sembra una contraddizione che la latitudine semantica del verbo reset consente: tra critica di quanto vada «rimesso a posto» in un paese capitalistico, o anche in tutto l’Occidente, e «azzerare» il modo di funzionare delle società per azioni.

Ci sono ragioni anche evoluzionistiche, sostiene Michael Jensen, per cui gli esseri umani devono simultaneamente esistere in due ordini, che Hayek chiama il micro e il macrocosmo. Applicare a entrambi il nome di società serve a poco ed è perlopiù fuorviante. Dobbiamo continuamente aggiustare le nostre vite, i nostri pensieri, le nostre emozioni, per vivere in diversi tipi di ordine secondo diverse regole. Bisogna considerare, oltre al sistema nel suo complesso, le strutture sottostanti, passando dalla società civile alla società per azioni, il mattoncino di Lego del capitalismo, cioè dai governi alle imprese, dalla macro alla microeconomia, dalle decisioni del regolatore ai comportamenti del regolato, dalla political economy alla corporate governance.

Il capitalismo, innanzitutto: che è sotto accusa. Non solo vengono disconosciuti i suoi più evidenti successi (Mariana Mazzucato), non solo viene condannato per il suo intrinseco modo di funzionare (Thomas Piketty): è rigged (Martin Wolf), è gone wild (John Mauldin), necessita di una cassetta degli attrezzi per ripararlo (Joseph Stiglitz), ha creato un nuovo materialismo (Greg Jaffe).

Non stupisce che accusarlo sia diventato, come si diceva una volta, un luogo comune, o come si dice oggi, nell’epoca dei social media, un contenuto virale. Quelle che si rivolgono alle grandi aziende di internet, più che accuse sono condanne in attesa di esecuzione; l’intera cultura degli algoritmi è vista con sospetto; contro robot e intelligenza artificiale si scatena il nuovo luddismo.

Eppure in poco più di un secolo la percentuale di persone che viveva in condizioni di estrema povertà è passata dall’85% al 4%; il 40% dei bambini moriva prima del quinto anno di età, oggi solo uno su 25; nel tempo della mia vita la popolazione del mondo è cresciuta più di tre volte e contemporaneamente il Pil pro capite è passato da circa 3 mila dollari a circa 15 mila.

Nel 1800 la schiavitù era legale quasi ovunque, oggi è (formalmente) illegale in tutto il mondo; le donne non votavano, oggi lo fanno ovunque si voti; infine, nel 1800 quasi nessuno viveva in una democrazia.

Per alcuni le difficoltà che incontra il capitalismo, invece che sfide da affrontare, sono segno di degenerazione: le diseguaglianze in primo luogo, che in alcune società raggiungono livelli difficili da giustificare; la dislocazione di attività, che ha interessato imprese e professionalità, soprattutto nelle industrie tradizionali; la finanziarizzazione dell’economia; una caduta del tasso di crescita della produttività. Sotto accusa è anche l’antitrust americano che, dopo la svolta di Robert Bork, ha consentito che crescessero monopoli nel paese che era stato modello di mercato concorrenziale.

La grande crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno lasciato la sensazione che il sistema sia truccato, che ci sia una relazione diretta tra gli eccessi dei servizi finanziari e i disagi economici che i cittadini hanno dovuto sopportare.

Anche il decennio di interessi bassi che ne è seguito è andato a vantaggio della speculazione piuttosto che dei cittadini ordinari. Il modello capitalistico di produrre e di consumare – questo il verdetto – esaurisce le risorse del pianeta e lo sta distruggendo: ha creato le condizioni di un pericolo esistenziale a cui non si sa come porre rimedio. E poi la pandemia da Covid-19, ad acuire i problemi, compresa la diseguaglianza.

In passato le sirene del thatcherismo e del reaganismo avevano cantato che si sarebbe ripetuto quanto era avvenuto per le rivoluzioni tecnologiche e le globalizzazioni precedenti, che le imprese avrebbero risolto i problemi del mondo, assicurando crescita e diffondendo benessere.

Ora invece la politica si impadronisce dei problemi, ma non ce la fa a individuare le soluzioni, non riesce a redigere un programma, a riempire di contenuti le grandi questioni delle diseguaglianze, del welfare, della tecnologia.

Scaricare le colpe di tutto sul neoliberismo può andar bene per deviare le proteste e farle convergere su un costrutto retorico. Ma quanto a indicare soluzioni, il sistema è troppo complesso, sia per chi crede nella sua capacità di rispondere ai problemi, come è sempre stato finora, sia per chi vorrebbe abbatterlo, nonostante i disastri provocati da chi ci ha provato.

I governi impongono i tributi, intermediano una larga parte del prodotto, forniscono direttamente servizi essenziali; pubblica è la politica monetaria; la politica estera influenza scambi commerciali e investimenti; il potere legislativo può determinare i rapporti di concorrenza tra le aziende, i diritti generali di shareholder e stakeholder. Le società per azioni devono «entrare in concorrenza aperta e libera con gli altri soggetti presenti sul mercato, senza inganni o frodi», ma è compito dello Stato garantire la libertà dei mercati e la concorrenza sul mercato di prodotti e servizi, e la contendibilità del controllo societario.

E siccome la concorrenza è, come dice Friedrich von Hayek, un processo di scoperta, in questo modo si pongono le condizioni per la crescita dell’innovazione.

Passando ora di livello, dalla società civile alla società per azioni: per quale motivo le cose dovrebbero andar meglio se creare la ricchezza della nazione non fosse responsabilità delle società per azioni? A tutte le scale, gli esperimenti per assegnarla, quella responsabilità, allo Stato hanno dato risultati che dissuadono dal riprovarci. Anche chi ha perso (o non ha mai avuto) fiducia nel capitalismo, deve riconoscere che la società per azioni a responsabilità limitata ha avuto un ruolo da protagonista per il successo delle economie di mercato: ha convogliato il risparmio verso gli investimenti e ha favorito la crescita dei paesi dove ha avuto origine e dai quali si è diffusa nel mondo.

Che cosa supporta la convinzione che i grandi problemi sistemici – della crescita, della distribuzione della ricchezza, della formazione, del welfare, e ora della cura dell’ambiente – abbiano origine proprio nelle società per azioni e poi si aggreghino a livello delle società in senso lato?

Ci deve essere, sostengono alcuni, una causa generale e strutturale se qualcosa è andato storto, se si è verificata una distonia tra il funzionamento delle imprese e quello del mondo che esse stesse hanno costruito, e pensano che questa sia l’obiettivo che esse perseguono. Per cui vorrebbero che le imprese cambiassero la loro funzione obiettivo; basterebbe questo, dicono, perché riprendessero il compito di creare innovazione e ricchezza, in modo virtuoso.

Era già accaduto: con la grande depressione e la conseguente crisi di fiducia nel capitalismo, si guardò alle grandi imprese per continuare a diffondere in tutta l’economia il corporativismo del New Deal, legittimandolo con la teoria della Corporate Social Responsibility (Csr). Ed è proprio per rimediare alle degenerazioni che ne derivarono nei decenni successivi che Milton Friedman riportò la responsabilità sociale dell’impresa alla sua funzione: fare quanti più profitti possibile.

Shareholder e stakeholder value sono diventati simboliche astrazioni, termini sintetici di visioni politiche e sociali contrapposte, anche in modo esasperato. Ma essi hanno un significato preciso all’interno di una teoria dell’impresa a forma societaria. Il fatto che questo costrutto giuridico sia presente in tutte le economie del mondo, mantenendo un’impressionante uniformità di caratteristiche e andando incontro fondamentalmente agli stessi problemi giuridici attraverso le varianti delle giurisdizioni nazionali, testimonia che è elemento imprescindibile dell’economia di mercato.

Le imprese entrano in numerosi rapporti contrattuali, con fornitori, dipendenti, clienti, anche terze parti quali le comunità locali, i beneficiari dell’ambiente naturale.
A far sì che l’impresa possa svolgere il ruolo di coordinamento agendo come controparte unica distinta dagli individui che la possiedono e che la gestiscono, così consentendo loro di impegnarsi insieme in progetti comuni, provvede la corporate governance.

Secondo la definizione che ne dà l’Ocse, essa è «il sistema con cui le imprese sono gestite e controllate; specifica la distribuzione dei diritti e delle responsabilità tra i vari partecipanti nella società, consiglio di amministrazione, manager, azionisti e altri titolari di diritti; precisa le regole e le procedure per prendere decisioni negli affari societari; fornisce la struttura con cui vengono stabiliti gli obiettivi dell’impresa e i mezzi per raggiungere questi obiettivi e per controllare l’efficienza».

Questo sistema si è andato evolvendo e raffinando per oltre un secolo, adeguandosi al mutamento delle tecnologie e dei mercati, quelli dove si scambiano beni e servizi e quelli dove si scambiano i diritti di proprietà.

Finché, con il saldarsi dei progressi delle tecnologie informatiche a quelli delle comunicazioni, siamo entrati nell’economia digitale. Una rivoluzione, la quarta, dopo quelle delle applicazioni industriali della macchina a vapore, dell’elettrificazione, dell’automazione e, delle precedenti, più rapidamente dilagante.

Questa rivoluzione, che quelli della nostra generazione hanno visto formarsi ed espandersi fino a interessare il vivere sociale in tutti i suoi aspetti, e la politica nel senso sia di relazioni tra Stati sia del governo negli Stati, è probabilmente la più formidabile rivoluzione che l’uomo abbia mai sperimentato. (E questo è solo l’inizio, se pensiamo alle applicazioni dell’intelligenza artificiale, ai quantum computer, all’Internet of Things). Lo è per la velocità con cui si è manifestata: un paio di decenni dalle prime applicazioni di internet alla connettività universale.

Essere disruptive è la caratteristica delle imprese del digitale, deliberatamente perseguita come chiave di successo. E pervicacemente denigrata da coloro che non riescono ad adattarvisi, fino a contestarne il modello di business.

Molte delle accuse mosse alle imprese Big Tech finiscono per essere rivolte al capitalismo in generale: l’aumento delle diseguaglianze, la tendenza al monopolio, l’evasione fiscale. E non senza qualche ragione, non fosse che per motivi statistici, dato che le società del digitale capitalizzano (a metà 2020) il 24,5% dell’indice S&P 500.

Dei 181 Ceo firmatari della famosa dichiarazione della Business Roundtable, la gran parte sono, direttamente o indirettamente, «digitali».

La pandemia da coronavirus, che dal dicembre 2019 si è propagata in tutto il mondo, potrebbe divenire un termine a quo si racconta la storia, forse come lo sono state le grandi guerre, certamente come lo sono state la grande depressione del 1929 e la grande recessione del 2007. Ha sconvolto le nostre vite, le nostre attività, le nostre relazioni, i nostri affetti. Ha devastato le attività economiche di tante imprese, che di questo libro sono le protagoniste.

È da loro, da quelle che avranno superato la crisi, e da quelle che dalla crisi nasceranno, che ci aspettiamo il ritorno alla normalità e la ripresa del percorso di crescita che lo renda possibile. Perché sono le imprese che hanno la responsabilità di produrre beni e servizi che la società desidera e di venderglieli con profitto.

→  gennaio 12, 2021


di Alberto Mingardi

Dai vaccini alle piattaforme online: le imprese orientate al profitto hanno risposto “presente”

Le case farmaceutiche che hanno prodotto a tempo di record i vaccini, i fornitori di servizi digitali che ci hanno aiutato a lavorare da casa, le catene industriali che ci hanno permesso di continuare ad avere quello che ci serviva: tutti hanno agito secondo logiche di mercato e profitto. Quelle che molti dibattiti post pandemia vorrebbero «correggere» in nome del bene comune. Non è del tutto saggio.

Un osservatore ingenuo penserebbe che, da quando la Food and Drug Administration americana ha autorizzato i vaccini di Pfizer/BioNTech e Moderna, il corso della pandemia sia cambiato. Ora abbiamo un’arma, che può aiutarci a ridurre in modo importante diffusione e letalità. Se l’arma, finalmente, esiste, tutti gli sforzi dovrebbero essere concentrati su come portarla su quanti più campi di battaglia possibile.

Israele a parte, i Paesi occidentali sembrano avere tutti problemi con l’organizzazione di una grande campagna di vaccinazioni. C’è però anche un problema di obiettivi e di sensibilità. Che coi vaccini si debba fare presto è il corollario di una visione per la quale l’obiettivo è tornare quanto prima alla «normalità». Cioè a una situazione in cui le persone possono esprimere quelle domande che da mesi vengono, purtroppo, compresse. Il bisogno di socialità. I viaggi: non verso mete esotiche, ma semplicemente verso una città in un’altra regione. Uscire la sera. Andare a teatro o al cinema.

Lo stato delle cose
Purtroppo, negli scorsi mesi molti governi non sono riusciti a investire su iniziative volte, appunto, a garantire quanto più possibile la vita consueta delle persone (per esempio, tamponi rapidi e test di massa). E c’è anche chi pensa che alla normalità non si debba proprio tornare. Il World Economic Forum ha per esempio inaugurato una discussione su quello che il suo fondatore, Klaus Schwab, chiama «the great reset». Reset è parola con la quale tutti abbiamo familiarità informatica e allude a un azzeramento. Mettere un punto e andare a capo, tirare una riga. La sede e il promotore del dibattito sono bastati a molti per imbastire una polemica di sapore complottista.

Il punto di partenza di Schwab e i suoi rasenta l’ovvietà: la pandemia ha esposto problemi e punti deboli dei diversi Paesi, bisognerebbe cercare di imparare la lezione del 2020. A Davos però ci si concentra su lezioni che hanno ben poco a che fare con la gestione del contagio. Si parla semmai di cambiamenti che, adeguatamente assistiti dalle politiche pubbliche, realizzino un «capitalismo sostenibile». Non è solo questione di sensibilità ambientale, ma proprio di quello che Franco Debenedetti («Fare profitti», Marsilio, 2021) chiama il «mattonino di Lego del capitalismo»: l’impresa. L’idea che essa debba fare profitti a vantaggio dei suoi azionisti è considerata una sorta di minaccia: il profitto di alcuni può mettere a repentaglio il benessere di tutti. Per questa ragione vanno imposte alle aziende metriche diverse, che le allontanino dall’ossessione del breve termine e le si rendano pienamente «compatibili» col benessere sociale. Queste metriche coincidono con un aumento della libertà d’azione del management, a spese degli azionisti (i cui interessi vanno subordinati a una qualche idea di utilità sociale) e dei consumatori (le cui esigenze possono non essere esaudite, se considerate non «sostenibili»).

La pandemia è la grande occasione per fare questo passo, non perché il motivo del profitto abbia mostrato i suoi limiti: se ne potremo uscire, è in buona misura grazie ad imprese orientate al profitto (Big Pharma). Se milioni di ragazzi hanno potuto, in qualche modo, seguire delle lezioni, è grazie a imprese orientate al profitto (Microsoft, Zoom, Cisco). Se durante il confinamento abbiamo potuto continuare ad avere certi consumi, è stato grazie a chi, facendo il proprio interesse, ci ha portato a casa ciò che desideravamo. La pandemia è la grande occasione perché sempre le crisi concentrano potere nelle mani delle autorità pubbliche, e questa concentrazione di potere non deve andare sprecata. L’impressione, fastidiosa, è che le vaccinazioni lente e che non cambiano la convivenza con il virus finiscono per fare il gioco di chi propugna azzardati esperimenti di ingegneria sociale.

L’esperimento
Questi esperimenti coincidono con una riduzione dei consumi possibili per ciascuno di noi. Come scrive Andrea Miconi («Epidemie e controllo sociale», Manifestolibri, 2020), la rappresentazione dell’emergenza ha fatto perno sulla «colpevolizzazione del cittadino». Scelte e abitudini fra le più semplici sono diventate, nel discorso pubblico, «peccati» da evitare per allontanare il male. Moralizzazione dell’epidemia e ambizioni di riforma del sistema capitalistico scommettono che il Covid ci segnerà in profondità. La pandemia ci impoverisce, e quindi potremo permetterci meno viaggi, meno cene fuori, e di cambiare l’automobile più tardi di quanto desiderassimo. Probabilmente saremo orientati a risparmiare di più che in passato, come capita quasi sempre a coloro che hanno subito uno choc molto forte.

Le conseguenze
Ma una cosa è questa ragionevole previsione, altra pensare che la forza della legge e la retorica dell’emergenza possano «raddrizzare» il presunto legno storto dei bisogni umani. E’ vero che non c’erano i social ma, con l’eccezione della peste, i grandi eventi pandemici del passato non hanno segnato la memoria collettiva proprio perché la voglia di vivere è più forte. In Cina, durante la «settimana dorata» (che coincide con la celebrazione della fondazione del regime) di ottobre, si sono spostati circa 630 milioni di persone. Non l’hanno fatto perché glielo ha imposto il partito ma perché hanno approfittato, appena è stato loro possibile, della libertà dalle misure di contenimento. Spostarsi, viaggiare, vivere la propria socialità. I bisogni dei cinesi non sono cambiati, e nemmeno i nostri.

→  dicembre 4, 2020


di Franco Debenedetti e Alessandro Penati

Analisi paradossale e sarcastica di due economisti

Il piano di Mustier è stato finalmente smascherato. E ora è possibile il passo avanti che sani il vulnus delle privatizzazioni e del mercatismo all’origine di tutti i problemi dell’economia italiana – stagnazione, disoccupazione, debito pubblico, diseguaglianze e disagio sociale. Mercato e capitalismo hanno fallito. Fortunatamente lo Stato ha resistito alle pressioni di chi voleva costringerlo a vendere ai privati gioielli come Eni, Snam, Saipem, Terna, Fincantieri, Finmeccanica, Italgas, Enel, Rai, Fs, Anas, o come tutto il patrimonio delle aziende ex municipali per fortuna rimaste nelle mani degli Enti Locali, e che costituiscono la punta di diamante della nostra green economy quali Iren, A2A, Acea Acsm-Agam, Hera, Ascopiave.

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→  novembre 25, 2020


Intervista di Gianluca Zapponini a Franco Debenedetti

L’economista e saggista a Formiche.net, dopo la lettera del governo a Enel affinché acceleri sul disimpegno in Open Fiber. Mossa legittima, lo Stato è azionista di riferimento del gruppo elettrico, mentre nell’ex Telecom è solo uno dei soci, per giunta indirettamente visto che figura Cdp. E poi la cessione della quota a Macquarie non è un danno per nessuno. Anzi…

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→  novembre 21, 2020


DIVERGENZE SULLE DISUGUAGLIANZE.

Caro direttore, nella pandemia, scrive Giorgio Meletti (“Il capitalismo dei super ricchi ci sta portando verso il baratro”, 16 novembre), Amazon ha raddoppiato il suo valore, e così Bezos la sua fortuna. Ma Bezos non ne ha che 1’11,2 per cento, azioni che oltretutto non può vendere se non vuole far precipitare tutto; in tasca gli vengono i dividendi.

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