Veltroni, il debito e la manovra straordinaria

ottobre 10, 2007


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Le sfide del PD

“Il PD, ha detto lunedì Walter Veltroni, dovrà elaborare una strategia di abbattimento del debito pubblico, non solo legata all’avanzo primario , ma a qualche manovra straordinaria che consenta di liberare risorse”. Alla vigilia delle votazioni che costituiscono l’atto di nascita del PD, il futuro segretario del nuovo partito stabilisce così uno stretto nesso tra il rinnovamento della politica italiana, che egli ha fiducia ne deriverà , e la liberazione del Paese da un vincolo, in cui individua la causa principale della mancanza di fiducia e del declino costante degli ultimi anni.

Ma quale manovra straordinaria? Che avesse in mente la vecchia proposta Guarino, l’ha smentito Veltroni stesso, che pensasse a una patrimoniale lo smentisce il buon senso. Per il momento non è andato oltre l’indicazione di “processi più efficaci e veloci” nella vendita di patrimonio immobiliare. Se stesse tutto lì, avremmo preso un abbaglio. Straordinaria è stata l’entrata nell’euro, che ha abbattuto il tasso di interessi sicché, tra avanzo primario e dismissioni, siamo riusciti a bloccare la crescita del debito e iniziare a ridurlo. “Paulo minora”, pazienza; ma “inepta”, no davvero.
Se stesse tutto lì, la manovra mancherebbe l’obbiettivo per due motivi. Primo, perché è l’incapacità di contenere la crescita (assoluta) delle spese per la PA che ha prodotto il debito, quindi se non si blocca quel meccanismo il debito si riformerà; e a quel punto veramente avremmo solo più il Colosseo e Piero della Francesca da vendere. Secondo, perché la “mancanza di fiducia, del senso che qualcosa si metta in moto” deriva in primo luogo dalla discrasia che i contribuenti percepiscono tra quanto versano di imposte e quanto, in qualità e quantità, ricevono come servizi. Due problemi diversi, che si risolvono solo insieme. Perché la ragione per cui la spesa della PA (assoluta, ripeto, e non solo in rapporto al PIL) cresce sempre, è strettamente collegata con l’opacità con cui essa converte tasse in servizi. E’ una stessa gabbia di costrizione quella in cui si trovano i cittadini a cui si chiede di pagare e i Ministeri a cui si chiede di tagliare, accomunati da una “mancanza di fiducia” reciproca.

Perché non è “bellissimo” pagare le imposte come sostiene Tommaso Padoa Schioppa? Eppure sovente è con piacere che ci separiamo dai nostri soldi: quando comperiamo la casa per la nostra famiglia, un regalo per una persona amata, una buona cena con amici; o quando sosteniamo un’opera meritoria. Perché non è così con le tasse? Perché manca la percezione del rapporto tra quello che si paga e quello che si ottiene in cambio: le tasse pagano indistintamente tutto il complesso della P.A., e le tasse di scopo vanno bene in casi singoli (un ponte, un’università), ma sono fiscalmente inefficienti. E perché gli indicatori globali della qualità del servizio non rendono conto delle enormi differenze tra ragione regione, tra servizio e servizio, sicché è l’evidenza aneddotica di malfunzionamenti clamorosi ad alimentare generalizzate denunce.

Bisogna cambiare paradigma. Finora abbiamo venduto pezzi dei patrimonio, e certo l’operazione va continuata e portata a termine. Attendono di essere dismesse le quote di Terna, Enel, Eni, innumerevoli società comunali, e un immenso patrimonio immobiliare, attendono Poste, RAI, forse anche rami delle Ferrovie. Ma questo è sempre il vecchio paradigma. Quello nuovo è ridurre il perimetro della Pubblica Amministrazione, dismettere intere funzioni svolte dallo Stato, con i relativi beni strumentali e personale addetti: come si fa quando si cedono “rami d’azienda”. In un precedente articolo portavo gli esempi delle carceri, delle Università, delle scuole secondarie, solo per citare i “blocchi “ più appariscenti, mentre innumerevoli sono le attività che possono essere dismesse. Grazie al vecchio paradigma non siamo più di obbligati a comperare i beni e i servizi pubblici dallo stato monopolista. Il nuovo paradigma estendere la facoltà di “scegliere il fornitore” anche a servizi finora ritenuti di riserva pubblica. Scegliere quindi anche tra scuole diverse, tra Università in concorrenza, soprattutto tra diversi livelli di protezione che i singoli cittadini vogliono avere, da lavoratore e da pensionato, da sano e da malato.

Abbiamo alle spalle un decennio di riforme, ma in nessun Paese sono state veramente conclusive, osserva Walter Munchau sul Financial Times di lunedì. E dato che “riforme permanenti sono senza senso come le guerre permanenti”, si diffonde negli elettorati un senso di sfiducia nella capacità dei governati di portarle veramente a termine. Veltroni, nel delineare quali saranno gli elementi costitutivi della futura coalizione di governo, mostra di avere fiducia che gli elettori siano capaci di scegliere, aldilà di ideologie e richiami identitari, ciò che è bene per loro. Le occasioni di una riforma straordinaria non si presentano molte volte: quando la si promette, non la si può mancare.

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