Un Debenedetti in campo per battere il Cavaliere

febbraio 21, 1994


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


intervista di Alberto Papuzzi

«Io sono soltanto me stes­so. Non sono l’aanti Berlu­sconi. Come potrei?». Il gran borghese Franco Debenedetti rifiuta le etichette e si irrita garbatamente se la sua candidatura nel polo progressi­sta – collegio senatoriale numero 1 a Torino – viene messa in rela­zione con la rivalità tra Carlo Debenedetti, suo fratello, e Silvio Berlusconi, sua emittenza. Non è l’interprete di una guerra tra l’Ingegnere e il Cavaliere. «Però è vero – ammette – che la scesa in campo di Berlusconi mi ha dato ulteriori ragioni per essere nello schieramento progressista».

Così questo imprenditore ses­santenne, che costituì il settore componenti della Fiat e quello dei servizi informatici alla Oli­vetti, e che si è dimesso venerdì scorso dalla presidenza della Sasib di Bologna, «come indicazio­ne agli elettori di un impegno to­tale in politica», si trova schiera­to con il sindacalista rifondazio­nista Fausto Bertinotti, l’ex sin­daco rosso Diego Novelli, l’ex operaio comunista Rocco Lariz­za, il verde ex dp Edo Ronchi. Decisamente dall’altra parte ri­spetto al fronte conservatore guidato dal leader di Forza Ita­lia.

Ingegner Debenedetti, si rende conto che la sua can­didatura sarà messa in relazione con lo scontro fra suo fratello e Silvio Berlu­sconi?

«E’ una domanda che faccio fati­ca a capire. Io rappresento sol­tanto me stesso. Ho un ufficio di duecento metri quadri e il para­gone con il capo di un movimento politico che si propone alla guida del Paese con televisioni. giornali, pubblicità mi pare del tutto fuori posto».

Ma dietro la sua candidatu­ra c’è anche un impegno po­litico della famiglia?

«Assolutamente no».

Riesce a spiegarci in sintesi perché ha scelto i progres­sisti?

«Sul manifesto dei progressisti si legge: “Governare per ricostrui­re l’Italia”. Io assumo in pieno questa prospettiva di ricostru­zione istituzionale, morale e economica. Ma la ricostruzione si può fare unendo la gente non di­videndola. Ecco la ragione poli­tica per cui sono con i progressi­sti e non potrei mai stare con la destra».

Che cosa rimprovera a Sil­vio Berlusconi?

«Trovo incredibile che osi dire: “Io creerò posti di lavoro. Parola di re”. È un insulto a chi oggi soffre le conseguenze della crisi. È come vendere scatolette colo­rate ma vuote a chi ha fame. E significa non capire che la disoc­cupazione è un problema strut­turale ed europeo».

Sono reali le analogie con il 1948?

«Sì, perché lo schieramento di destra è fatto di contraddizioni: nazionalismo e federalismo, ri­volta fiscale e riforma fiscale, li­berismo e monopoli. L’elemento unificante è un fantasma: il co­munismo. Perciò c’è interesse a ricreare l’anticomunismo. Mi stupisce un imprenditore che guarda al passato: che garanzie può dare per il futuro?».

Se Berlusconi diventa pre­sidente del consiglio, che scenario vede?

«La considererei una iattura dram­matica. Se uno dice: “Io abbas­serò la pressione fiscale di un punto all’anno per dodici anni”, è pura demagogia. Le sue propo­ste sono così: o vuote o inappli­cabili Ma, cadute le proposte, resterà un rozzo programma di destra, che risolverà alcuni pro­blemi di alcuni ma lascerà pro­blemi drammatici per tutti».

Un grande borghese con Ri­fondazione, con la Rete: è un’alleanza vera o una scel­ta tattica?

«Partiamo dai dati di fatto: le al­leanze non sono un optional. Il sistema uninominale è stato vo­luto per creare delle alleanze. La nostra è un’alleanza elettorale che lascia aperto il problema delle alleanze di governo».

Ma lei andrà a chiedere i vo­ti anche agli elettori di Ri­fondazione e della Rete?

«Io andrò a chiedere i voti anche agli elettori che si riconoscono in Rifondazione o la Rete, partiti con la cui impostazione ideologica non ho alcun punto di contat­to. Lo chiederò in assoluta onestà perché le loro esigenze sono anche le mie. La lotta alla disoccupazione, uno Stato giusto sono un’esigenza mia quanto lo­ro».

Però loro hanno in mente soluzioni diverse, o no?

«Dissento profondamente dalle soluzioni che suggeriscono gli esponenti di quelli formazioni politiche. Questo conferma che c’è alleanza elettorale e non c’è alleanza di governo».

Sul piano personale, in que­sta alleanza, lei non si sente un transfuga?

«Mai più! Io con gli operai ci ho lavorato tutta la vita. Io sono en­trato nella fabbrica di mio padre quando aveva 85 operai. Le mie radici sono nella piccola indu­stria torinese. L’ingresso in poli­tica rappresenta una continuità con la mia vita».

La classe imprenditoriale italiana deve rimproverarsi degli errori?

«Credo che siano stati fatti an­che errori. Per esempio se la Fiat ha perso quote di mercato in Eu­ropa è difficile pensare che ciò non sia anche il frutto di decisio­ni imprenditoriali errate. Detto questo, ciò che dobbiamo fare è aiutarla a recuperare posizioni».

Quante possibilità di successo si dà?

«Con un budget di spese sottopo­sto per legge a vincoli strettissi­mi, è difficile comunicare con centocinquantamila elettori. Ma sono convinto che se riuscissi a parlare a tutti loro, vincerei alla grande».

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