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Archivio per il Tag »interviste«

→  gennaio 18, 2022


“L’unico modo per non perdere Draghi è mandarlo al Quirinale”.

Così era titolata una lettera al Direttore apparsa sul Foglio del 15 gennaio scorso e firmata dal senatore Franco Debenedetti.

Risposta di Claudio Cerasa: “Concordo”.

Perché una personalità che può contare su un quasi unanime consenso tra i partiti, divisi tra chi lo vorrebbe al Quirinale e chi a Palazzo Chigi, e che ha dimostrato attitudine a mediare in una larga maggioranza senza prevaricare le forze politiche, non dovrebbe essere il candidato comune per la Presidenza della Repubblica?

Roberta Jannuzzi ne parla con Franco Debenedetti.

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→  gennaio 18, 2022


Carla Signorile discute con Franco Debenedetti sulla lettera aperta di Larry Fink, Amministratore Delegato di Blackrock ai Ceo delle società in cui ha una partecipazione. Nella lettera, Fink sostiene che la sostenibilità sta alla base della creazione di profitti.

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→  novembre 23, 2021


Intervista di Gianluca Zapponini a Franco Debenedetti

L’economista e saggista: basta con la fobia dello straniero, Kkr vuole investire e valorizzare un asset strategico per l’Italia. La rete unica non è un dogma, molto meglio una sana concorrenza tra i diversi operatori. Ora comincia la battaglia sull’Opa ma Draghi lasci il Golden power nel cassetto

Una Tim a trazione americana non è un problema, non può e non deve esserlo. Perché, in fin dei conti, che differenza tra un azionista francese o statunitense? Poca, dice in un modo che ammette poche repliche a Formiche.net Franco Debenedetti, economista e saggista, che le telecomunicazioni e i loro arcani li conosce bene. E poi, gli Usa non sono mica la Cina. Forse allora sarebbe il caso di non strepitare troppo, se il fondo americano riuscirà davvero a mettere le mani sull’ex Telecom a 0.50 euro ad azione o più (Vivendi, socio di riferimento al 24%, per ora ha detto no all’offerta a stelle e strisce) non sarà una tragedia.

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→  aprile 27, 2021


Dott. Franco Debenedetti, Lei è autore del libro Fare profitti. Etica dell’impresa edito da Marsilio: quali responsabilità hanno le imprese per i grandi problemi sistemici della nostra epoca?
Le imprese hanno una responsabilità che sovrasta tutte le altre. quella di fare ricchezza: è il compito che assegna loro la società, se non lo fanno loro, chi d’altro lo fa? Questo vale anche per i Paesi a cui arrivavano o argento dalle colonie, come fu la Spagna, o che estraggono il petrolio dal loro sottosuolo: consumano ricchezza, non la creano.
Nel farlo le imprese impiegano ricchezze finanziarie, risorse umane, consumano beni comuni. Sono quindi corresponsabili dei grandi problemi sistemici della nostra epoca, come lo sono tutti, dagli Stati alle persone.

Con differenze sostanziali. Gli Stati non dànno nessun contributo attivo alla soluzione, possono solo fissare obbiettivi, e sanzionare chi non li rispetta. Le famiglie possono contribuire modificando i propri consumi e le proprie abitudini individuali. Le imprese sono le sole che possono dare un contributo attivo e significativo: chi se no?

Quali sfide pongono alle imprese crisi ambientale e pandemia?
Come le imprese hanno la responsabilità di creare ricchezza, così compito dello Stato è garantire le condizioni perché possano farlo: fare leggi ed amministrare la giustizia perché il mercato sia libero e concorrenziale. Sono le condizioni necessarie per produrre innovazioni. Queste aumentano la produttività, che è la chiave della “Ricchezza delle Nazioni” come aveva già capito il padre della moderna teoria economica, Adam Smith. E rispondono alle sfide, come lei le chiama. Per quelle ambientali, per trovare fonti di energia non inquinanti e rinnovabili, per produrre i mezzi che le usino, per ricatturare parte del CO2 che è stato prodotto nei secoli passati. Quanto alla pandemia le imprese rispondono producendo oggetti che riducono la probabilità di infettarsi, proponendo servizi che consentano di individuare e di isolare chi potrebbe portare il contagio, sviluppando i vaccini per immunizzare la popolazione. Mi sembra che abbiano dimostrato di saperlo fare: non altrettanto si può dire della capacità degli Stati di usarli e di dispiegarli.

In cosa consiste un’etica per le imprese?
Come dice il titolo del mio libro, nel “Fare Profitti”, e come precisa il testo usando le parole di Milton Friedman, impegnandosi in concorrenza corretta, senza frodi, e rispettando le leggi, quelle scritte e quelle incorporate nei costumi etici.

Quale ruolo dunque per le imprese nella società?
Ripeto, producendo ricchezza e risolvendo i problemi man mano che essi si presentano. Ho risposto per quello che riguarda i due problemi che ci sovrastano, il cambiamento climatico e la pandemia. Per entrambi non ci sono solo le mosse difensive, inquinare di meno e vaccinarsi, ma anche quelle in positivo: penso al lavoro in remoto, che consente di risparmiare tempo, di inquinare di meno; ma anche alle possibilità di confrontare caratteristiche e prezzi di oggetti che possiamo comperare senza muoverci da casa. In entrambi i casi, non sostituendo integralmente, ma integrandosi con i metodi tradizionali di studiare, lavorare, acquistare.

Quali rischi per la democrazia nel monopolio dei giganti del Web?
Le imprese del web sono un pericolo quando sono possedute dai governi di Paesi dove non c’è democrazia. In quel caso forniscono i mezzi per sorvegliare i cittadini e per punire quelli che, potrebbero rappresentare un pericolo al potere. I giganti del web si sono conquistate posizioni di mercato molto importanti, ma sono in concorrenza tra di loro, anche da prima che fossero minacciate dalla Cina. Condivido tuttavia l’opinione di chi avrebbe preferito che non venisse concesso a Facebook di comperare Instagram: però capisco che i contatti di Facebook trovino molto comodo potersi scambiare fotografie senza bisogno di passare su un’alta piattaforma.

Certo, c’è il problema delle fake news e degli hate speach. Gli OTT continuano a fare investimenti in intelligenze, umane e artificiali, per riconoscerli e rimuoverli, mossi dalla paura del danno reputazionale che potrebbe derivargliene. Non c’è nessuna ragione che lo Stato potrebbe fare meglio, mentre sono evidenti i pericoli di avere Stati padroni della verità e col potere di censurare le opinioni. Guardiamo solo quanto è difficile giudicare le responsabilità per l’assalto al congresso che stava assegnando la vittoria a Joe Biden: e questo in una democrazia come quella americana.

In che modo il successo delle imprese può tradursi in benessere collettivo?
Intanto non è sempre chiaro e univoco in che cosa consista il benessere collettivo. È evidente che nella fornitura di servizi pubblici è meglio se lo Stato fissa le regole e controlla il privato che ha battuto i concorrenti nella gara per aggiudicarsene la fornitura per un tempo definito. Ma la stragrande maggioranza degli italiani ha votato NO al referendum per la possibilità di assegnare ai privati la fornitura di acqua potabile, e a Roma i cittadini hanno preferito che gli autobus continuassero ad esser gestiti dall’ATAC, non certo un modello di efficienza. Un’amministrazione pubblica viene votata in base a un insieme di giudizi: alcuni relativi ai servizi che usano (l’asilo per i bambini o le buche per le strade?) altre relative alle preferenze politiche. Le imprese ogni giorno rischiano la loro reputazione: rovinarla può equivalere a perdere l’azienda. Lo rischiò la Nike quando si venne a sapere che i palloni con cui giocavano i ragazzi americani erano cuciti da loro coetanei in Bangladesh, mantenuti in condizioni di semi-schiavitù. Il giudizio sulle capacità matematiche delle donne è costato il posto al preside di Harward; un’impresa accusata di discriminare per genere, colore della pelle, preferenze sessuali rischia il boycottaggio. Il politically correct arriva agli assurdi della cancel culture.

Benessere collettivo può anche essere la somma di interessi individuali, quelli che derivano dal sapere che i propri risparmi sono investiti in, e i relativi dividendi distribuiti da aziende che non praticano attività giudicate immorali, per alcuni vendere armi, per altri diffondere mezzi anticoncezionali, all’epoca della guerra del Vietnam produrre il defoliante Agent Orange. Anche così il successo, cioè i profitti delle imprese, si traducono in benessere collettivo.

→  aprile 27, 2021


Intervista di Michele Masneri a Franco Debenedetti

L’Olivetti. Sottsass. In affitto da Agnelli. E l’esperienza dell’Interaction Design Institute. Parla Franco Debenedetti

Poche persone si conoscono appassionate di design come Franco Debenedetti: manager, intellettuale, ex senatore. E poi ancora collaboratore del Foglio, dandy, fratello di, fashion victim impeccabile nei suoi completi Prada.

Una vita segnata dall’Olivetti, di cui fu amministratore delegato quando il fratello Carlo De Benedetti (sì, staccato) ne era il padrone. E lì, il nume tutelare di Ettore Sottsass, di cui Debenedetti è cultore: gli ha fatto disegnare le sue case, e compra spasmodicamente vasi Memphis, beato lui, di cui mi manda le foto. Incontro fatale a Ivrea. “Non lo scoprii certo io. Me lo ritrovai in azienda, e ebbi modo di lavorarci insieme. Io ero a capo del progetto Synthesis, i mobili per ufficio, e gli feci disegnare alcune cose. Sono gli anni leggendari della diarchia, Sottsass e Bellini. Poi vidi la meravigliosa casa che fece per Roberto Olivetti, figlio di Adriano”.

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→  aprile 12, 2021


Andrea Cabrini intervista il presidente dell’Istituto Bruno Leoni Franco Debenedetti a Class CNBC Speciale