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→  agosto 21, 2014


Intervista di Pietro Vernizzi

Tutti attendono quello che dirà Janet Yellen, presidente della Federal Reserve, anche se tra quanti interverranno al summit di Jackson Hole ci sono anche il governatore della Bce, Mario Draghi, il suo omologo giapponese Haruhiko Kuroda, quello inglese Ben Broadbent e quello brasiliano Alexandre Antonio Tombini. Dal vertice che inizia oggi ci si attendono le linee guida sulle future mosse della banca centrale statunitense. Ne abbiamo parlato con Franco Debenedetti, commentatore politico, imprenditore ed ex senatore.

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→  luglio 13, 2014


Intervista di Maria Teresa Meli a Matteo Renzi

Polo viola, jeans, sneakers , il presidente del Consiglio è loquace e sarcastico come sempre: «Scusi se la ricevo così, ma tanto qui il sabato mattina non c’è praticamente nessuno». Lui c’è. Anche perché ha in programma diverse telefonate con i leader del Pse in vista della «cena delle nomine», il 16. Poi deve chiamare il presidente ucraino Petro Poroshenko e il premier spagnolo Mariano Rajoy.
Ha l’aria di uno che ha fatto le ore piccole. Ed effettivamente è così. Si è svegliato alle cinque del mattino per leggere il suo livre de chevet , «la mia lettura quotidiana», lo chiama lui, il libro che ha sempre sotto mano e che ieri mattina troneggiava anche sulla sua scrivania: il riassunto del bilancio dello Stato, voce per voce. Lo compulsa (da solo) quotidianamente e con Pier Carlo Padoan, Carlo Cottarelli e i loro rispettivi staff settimanalmente. Lo sa quasi a memoria. Tanto che l’altro giorno un funzionario addetto alla spending review è rimasto stupito perché conosceva l’esatto ammontare di una voce che non gli tornava. Sulla sua scrivania c’è anche un altro dossier. Ben più agile. Glielo ha dato Denis Verdini. Allungando lo sguardo, nell’attesa che il premier multitasking si occupi della politica internazionale, saltano all’occhio le simulazioni dei diversi sistemi elettorali. Si finirà per parlare di entrambi i dossier. Non perché giacciono lì sul suo tavolo, ma perché lui lega la politica italiana e quella europea con un nodo indissolubile.
Colto l’occhio della giornalista sul suo tavolo, l’avvio della conversazione è questo: «Calcisticamente parlando, qualcuno pensa che io sia un fantasista, cioè quello che inventa il colpo a sorpresa, o il portiere fortunato, che para i rigori perché provoca l’avversario. Non hanno capito che, dal punto di vista amministrativo, io sono un mediano (o in termini non calcistici, accessibili anche a chi non si interessa di pallone, un mulo), che su tutti i palloni si mette lì e “butubum-butubum” studia le carte. Ma è meglio che non lo abbiano compreso: così arrivo a fari spenti lì dove voglio arrivare, con buona pace di tutti i commentatori e dei professionisti della gufata».

Presidente, lei parla così, ma intanto c’è chi dice che la troika potrebbe commissariarci.
«Mai e poi mai. È un’ipotesi che non esiste. Dirò la verità: io non vivo nel terrore dei mercati. L’Italia è più forte delle paure dei vari osservatori e i dati lo dimostrano».

Be’, tutti i dati, no.
«Ogni giorno ci sono istituti che sfornano montagne di dati e ognuno legge quelli che vuole. Qualcuno poi si è accorto che nell’ultimo mese c’è stato un aumento di oltre 50 mila posti di lavoro? No, perché, com’è naturale, fa notizia l’albero che cade e non la foresta che cresce. L’Italia è molto più forte di come si racconta in sede internazionale: ha un alto debito pubblico, è vero. Ma ha ricchezza privata e se rimette finalmente a posto il fisco, la burocrazia e la giustizia ce la può fare. Il problema, però, è che la ripresa europea è fragile. Molto fragile. Più del previsto. Il problema è che la produzione industriale non segna negativo solo in Italia ma in quasi tutta Europa, a cominciare dalla Germania».

Ma noi abbiamo qualche problemino in più. Non ha paura dei mercati?
«No. Non mi preoccupano gli investitori internazionali. Al massimo, possono preoccuparmi i frenatori italiani. Ma sono convinto che li stiamo sconfiggendo ogni giorno di più. Tre anni fa, i mercati segnalarono un “problema Italia” in Europa. Adesso c’è un problema Europa nel mondo. Certo, alcuni analisti continuano a dire che noi non ce la faremo. Ma mi piace pensare agli esperti di alcune banche che dieci anni fa dicevano che l’Italia sarebbe fallita. In questi dieci anni sono fallite le banche e nessuno ce l’aveva annunciato. L’Italia, invece, è sempre qui».

Ma non si può dire va tutto bene, madama la marchesa.
«D’accordo con lei. Infatti non va tutto bene. È una situazione difficile, da gestire con grande responsabilità. Ma essere responsabili non significa essere catastrofisti. Responsabile è chi quando vede un ostacolo prova a cambiare strada, non chi urla più forte».

Presidente, può assicurare che i bonus verranno confermati anche il prossimo anno?
«Gli 80 euro verranno senz’altro riconfermati. Stiamo ragionando se sia possibile allargare la platea, partendo da famiglie, partite Iva, pensionati. Questo non lo sappiamo ancora».

Dipende da quel librone che tiene sulla scrivania?
«Anche e non solo».

Cioè?
«Se noi vogliamo avere la forza di mutare il modello di politica economica della Ue, basato tanto sul rigore, e poco sulla crescita, dobbiamo dimostrare di essere capaci di cambiare prima il nostro Paese. Ecco perché attribuisco grande importanza alla riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, perché simbolicamente significa che la classe politica non ha paura di cambiare se stessa. E questo le dà l’autorevolezza di dire, in Italia, che si possono abbassare i tetti degli stipendi dei manager pubblici e dei magistrati, per fare un esempio, e di spiegare in Europa che è ora di cambiare verso».

A proposito di Italia, sul Senato non avete ancora convinto tutti .
«Impossibile convincere tutti. Però mi pare che in Commissione si sia registrato un consenso più ampio della maggioranza. Ed è la prima volta che questo accade: non era successo nel 2001, non era successo nel 2006. Certo, sono un po’ stupito. C’è un consenso di quasi tutti sull’impianto. Persino chi mi accusa di autoritarismo riconosce che semplificare i livelli istituzionali, ridurre il potere delle Regioni, superare il bicameralismo perfetto, costituisce un obiettivo condiviso. Ci sono un paio di punti – un paio, non di più – su cui si è scatenato un dibattito molto duro. In particolar modo sull’articolo 57 che disciplina la composizione del nuovo Senato seguendo il modello tedesco. Mi piacerebbe discutere sulle grandi questioni del disegno di legge costituzionale. Invece stiamo a discutere se l’elettività del senatore sia di primo o di secondo livello. A mio giudizio l’obiettivo dei frondisti non è questo».

Qual è, allora?
«Affermare l’elezione diretta per poter dire che il Senato deve avere più poteri. Non si rassegnano all’idea della semplificazione e del fatto che non ci sia indennità per i senatori. Inoltre, metto nel conto le resistenze fisiologiche e comprensibili delle burocrazie. Anche per questo, il risultato della Commissione è un passaggio straordinario. E non è che l’inizio. In questa settimana noi abbiamo lavorato su agenda digitale, riforma della pubblica amministrazione, servizio civile universale, riforma della giustizia: il fatto che voi giornalisti siate più attenti ai sospiri di Mineo, Minzolini e Mucchetti che non a questi provvedimenti, mi sembra più il frutto di un affetto tra colleghi che di una valutazione di merito».

Venendo al merito: i frondisti dicono anche che con questa riforma del Senato e con l’Italicum chi vince le elezioni vince tutto e addio democrazia.
«Ho notato come il suo occhio andava a quel documento che riguarda le simulazioni sulla Camera dei diversi sistemi elettorali sulla base delle ultime Europee. Ebbene sa quali sono i risultati? Con il Mattarellum senza lo scorporo, sui 475 collegi uninominali, il centrosinistra ne avrebbe 458, con lo scorporo ne avremmo 438, con il Mattarellum corretto ne guadagneremmo 504 (e Grillo ne avrebbe zero), con il Consultellum 340 (perciò avremmo sempre la maggioranza) e gli stessi con l’Italicum. Quindi, di quale Parlamento a mia immagine e somiglianza si parla?».

Intanto Grillo prepara il sit in.
«È la cosa che gli riesce meglio. Organizzare proteste è il suo mestiere. Il mio, invece, è cambiare l’Italia. Vorrà dire che martedì mattina, mentre si prepara alla 27esima marcia su Roma, che ormai mi sembra una retromarcia su Roma, e mentre urla al 42esimo colpo di Stato dall’inizio della legislatura, gli faremo trovare una puntuale risposta del Pd – argomento per argomento – al suo decalogo della settimana scorsa. Alcuni parlamentari e amministratori 5 stelle sono molto bravi. Spero che abbiano la forza di farsi sentire e non siano zittiti dal blog o espulsi. Le loro idee ci stanno a cuore, la loro passione non merita di disperdersi in un insulto o in una manifestazione».

Perché tutta questa fretta per il Senato? Per paura che arrivi prima la sentenza sul caso Ruby?
«Non la chiami fretta. La chiamo urgenza di dare agli italiani il messaggio che finalmente si cambia. Comunque, Forza Italia sta mantenendo un atteggiamento di grande responsabilità, come del resto tutti i partiti che hanno votato la riforma. Le vicende giudiziarie di Berlusconi sono slegate dal processo di riforma costituzionale. A dispetto di alcune dichiarazioni di fuoco dei suoi, Berlusconi fino a questo momento non ha mai fatto venir meno la sua parola e il suo impegno: diamo a Cesare quel che è di Cesare».

Sembra che lei stia agendo su due fronti in contemporanea: la partita italiana e quella europea.
«Sono legate indissolubilmente. Le faccio qualche esempio pratico. Nel piano sblocca Italia c’è un progetto molto serio sullo sblocco minerario. È impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non sfrutti l’energia e l’ambiente che hai in Sicilia e in Basilicata. Io mi vergogno di andare a parlare delle interconnessioni tra Francia e Spagna, dell’accordo Gazprom o di South Stream, quando potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40 mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini. È vero: stiamo combattendo su due fronti. Vogliamo restituire autostima all’Italia, ma anche dire che bisogna cambiare. Ed è per questo che ci siamo impegnati sulla legge Madia, quella sulla pubblica amministrazione: sarà una vera rivoluzione. Semplificherà e velocizzerà tante cose, migliorando la vita degli italiani e abbattendo i costi. E anche per questo incontra tante resistenze. Dall’altro verso, vogliamo far capire all’Europa che bisogna imboccare un’altra strada. Il mio unico cruccio è che non riesco – per colpa mia – a spiegarmi bene su quanto sia importante fare le riforme a casa nostra. I mille giorni non sono certo un modo per perdere tempo, ma un progetto di comunicazione organica che consentirà di legare il binomio flessibilità-riforme sia a livello europeo che cittadino».

In Italia, però, c’è chi pensa che lei si stia muovendo solo per se stesso.
«Non è così. Io vorrei che la classe politica italiana fosse consapevole che ci stiamo giocando tutto e che questa volta è possibile farcela. Anche per questo spero che Boldrini e Grasso abbiano la forza di mettere un tetto a tutti i loro alti funzionari come abbiamo fatto noi con i manager di Stato e pure con i magistrati».

Tornando all’Europa: come sono i suoi rapporti con Angela Merkel?
«Io la stimo molto. L’ho sentita ieri (l’altro ieri n.d.r. )».

Avete litigato sulla flessibilità?
«Nel senso che io le ho detto che con il Brasile la Germania era stata poco flessibile e lei mi ha risposto: ci vuole la giusta flessibilità».

In Italia: c’è stata polemica perché Indesit ha venduto a Whirlpool.
«La considero un’operazione fantastica. Ho parlato personalmente io con gli americani a Palazzo Chigi. Perché non si attraggono gli investimenti e poi si grida “al lupo”, riscoprendo un’autarchica visione del mondo che pensavamo superata. Noi, se ci riusciamo, vogliamo portare aziende da tutto il mondo a Taranto, come a Termini Imerese, nel Sulcis, come nel Veneto. Il punto non è il passaporto, ma il piano industriale. Se hanno soldi e idee per creare posti di lavoro, gli imprenditori stranieri in Italia sono i benvenuti».

Presidente, la sua querelle con le banche a che punto è?
«Le banche non hanno più alibi. Patuelli (presidente dell’Associazione bancaria italiana ndr ) che fa la lezioncina all’annuale assemblea dell’Abi non si può sentire. Ho molto apprezzato la reazione pacata ma tosta di Padoan. Le banche adesso sono piene di liquidità. Diano i soldi alle aziende, invece che lamentarsi. Con l’operazione Draghi non hanno più ragione di lamentarsi, né di mettere in sofferenza i piccoli artigiani, gli imprenditori del Nordest, le partite Iva. Navigano nei soldi, li spendano, grazie».

Ultimo capitolo, non certo per importanza, le donne. L’hanno criticata per l’uso strumentale delle suddette nel governo.
«Tanto, una critica in più, una in meno, cosa vuole che cambi. Preferisco essere criticato perché ci sono molte donne che lavorano in posti di responsabilità, che non perché siamo i soliti maschilisti. Una donna guida gli Esteri, una la Difesa, una sta seguendo la riforma costituzionale, una la riforma della pubblica amministrazione, una la politica industriale, una il patto per la salute. Le sembra poco? Preferiva prima? Nel frattempo, abbiamo nominato nelle posizioni di vertice una donna all’Agenzia delle entrate, una all’Agenzia digitale, una per i fondi europei, una alla guida del Legislativo di Palazzo Chigi. Forse i maschilisti sono i giudici che al Csm eleggono una sola magistrata».

→  febbraio 17, 2014


Intervista di Federica Meta a Tommaso Valletti

L’economista smonta il mito degli obiettivi europei: “Portare a tutti 30 mega è costoso e non sono chiari i benefici effettivi”. E sui fondi per le reti dice: “L’Italia persegua la strada dell’efficienza”

“Un ottimismo fuori luogo”. Tommaso Valletti ordinario di Economia all’Imperial College London e all’università Tor Vergata di Roma, spegne gli entusiasmi accesi dal rapporto Caio sulla banda larga.

L’ottimismo di Caio  nasce dalla possibilità di raggiungere gli obiettivi della Digital Agenda europea (Dae) fino al 2017. Lei non condivide?
I dati di partenza non sono incoraggianti, soprattutto sul versante banda ultralarga che è il vero tema. In Italia la banda ultralarga larga non è abbastanza diffusa, anzi lo studio precisa che siamo buoni ultimi in Europa sulle reti Nga e che siamo ben lontani dagli obiettivi dell’Agenda europea. Ecco perché l’ottimismo mi sembra fuori luogo.

Effettivamente lo studio evidenzia che gli operatori non hanno piani per la copertura al 2020. Che fare per recuperare il ritardo?
Non dimentichiamoci che gli obiettivi dell’Agenda europea hanno più che altro una valenza politica. Non danno indicazioni tecniche, anche se può sembrare così. Cosa succederebbe se si raggiungesse il 90% della popolazione a 30 mega e non il 100% come l’Agenda vorrebbe? Oppure, ancora, se si raggiungesse la copertura desiderata a 25 e non 30 mega? Nulla ovviamente: non riesco ad immaginare procedure di infrazione nei confronti dei paesi inadempienti. Semmai la domanda da fare è un’altra.

Ovvero?
Hanno senso degli obiettivi siffatti, considerando che è molto costoso  portare 30 mega a tutti? E soprattutto quali sono i benefici di questi target?  Non ci sono risposte esaurienti a questi interrogativi, salvo alcune previsioni – spesso fantasiose – che ci dicono che tutto andrà bene quando la banda ultralarga arriverà fin nelle zone più remote. Il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha dato una nuova centralità all’Agenda ma senza dire quale potrebbe essere la strada da percorrere: si cambia la struttura proprietaria della rete Telecom oppure il governo si impegna a investire risorse proprie per sovvenzionare, ad esempio, la domanda con la consapevolezza che questo andrebbe a scapito di altri investimenti?

Caio giudica credibili i piani delle telco. Lei che idea si è fatto?
Spetta solo agli azionisti a giudicare se i piani di investimento siano redditizi o meno. Il giudizio da parte di altri soggetti può arrivare solo se sussistano comportamenti anticompetitivi da parte di un operatore o azioni regolatorie non più efficaci rispetto agli obiettivi di diffusione della banda larga. Dire genericamente agli operatori di investire di più fa sorridere perché non identifica l’eventuale problema né offre soluzioni pratiche. Da questo punto di vista, il rapporto Caio è molto “supply-side” ovvero fotografa la situazione attuale, dando un’indicazione sui possibili andamenti degli investimenti, senza dire nulla sulla domanda: perché gli utenti si dovrebbero abbonare a reti ultraveloci? E a quali costi? E sotto quali regole imposte dall’Agcom? Domanda per i servizi e quadro regolatorio devono essere parte integrante di un’analisi previsionale.

Uno dei punti fondamentali riguarda il monitoraggio dei piani degli operatori a livello di governo con l’obiettivo di controllarne lo stato di avanzamento. Chi dovrebbe farlo, a suo avviso?
Non mi sembra ci sia bisogno di monitoraggio aggiuntivo, c’è già il regolatore indipendente che lo fa. Anche perché, come accennavo prima, non si possono ai soggetti imporre piani di investimento; si  può solo intervenire se si rilevano comportamenti abusivi o se si pensa che la banda ultralarga abbia caratteristiche di servizio universale per cui l’obbligo di “coprire” rientra per norma. In questo senso, spero proprio non si faccia l’ennesimo gruppo di lavoro per monitorare il raggiungimento di obiettivi mal definiti.

Letta ha brandito l’arma dello scorporo delle rete se gli operatori non continuano ad investire. Può essere efficace?
L’affermazione di per sé mi sembra assolutamente fuori luogo: lo scorporo è un’opzione, ma solo se ben motivata e non può essere oggetto di una boutade che serve solo a fare titolo sui giornali.

Il rapporto riconosce al pubblico un ruolo fondamentale su due fronti:  quello di un ottimale utilizzo dei fondi Ue nelle zone a fallimento di mercato e quello della definizione di un piano industriale per la banda larga. Finora l’Italia non si  dimostrata all’altezza di questo ruolo. Cosa fare?
È un fatto che abbiamo utilizzato male le risorse comunitarie e, quindi, bisogna perseguire la strada di uno sfruttamento efficiente. Sul versante politica indistriale io dico che, più che su questo, bisognerebbe insistere su un’efficace azione regolatoria. Bisogna prendere decisioni di fondo: prezzi più bassi oppure investimenti più alti? Sarebbe bello avere alta qualità a prezzi bassi per tutti, ma è un’affermazione, ahimé, solo populista. A meno che lo Stato ci metta la sue risorse ma non rilevo questa volontà.  A rigor di logica, vista l’enfasi messa sugli investimenti, andrebbero allentati vincoli regolatori sulle reti Nga. Ma è un’azione che va annunciata e perseguita in modo chiaro. L’alternativa è quella di optare per  prezzi più bassi che vuol dire, però, reti meno veloci.

→  febbraio 15, 2014


Intervista di Antonio Vastarelli.

L’ex senatore del Pd: il potere di nomina e lo spoil system per innovare subito l’apparato.

«Reni è come un ciclista: deve pedalare per non cadere. Per questo deve espugnare i fortini del potere che ostacolano la sua corsa e bloccano il Paese: la dirigenza pubblica e il sindacato». L’ex senatore dei Ds Franco Debenedetti valuta positivamente l’irrompere del sindaco di Firenze sulla scena nazionale ma sospende il giudizio su un suo possibile governo: «Aspetto di vedere dice chi metterà nei ministeri principali e anchese avrà il coraggio di abolire l’articolo 18».

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→  gennaio 24, 2014


Intervista di Piero Vernizzi

“La privatizzazione di Poste Italiane nasce con due errori di fondo. Il primo è il fatto che non è una privatizzazione, dato che lo Stato mantiene una partecipazione di assoluto controllo. Il secondo è che, vendendole insieme, mantiene unite due attività, quella di una banca e quelle di una società di spedizioni, invece di cogliere l’occasione per separarle.” Questa è la presa di posizione di Franco Debenedetti, presidente della Fondazione Bruno Leoni.
Il consiglio dei ministri di oggi approverà il pacchetto relativo alle cessioni di quote pubbliche di Poste Italiane ed Enav. A Palazzo Chigi sarà discussa in particolare I’lpo (offerta pubblica iniziale) di Poste, con ‘obiettivo di cedere tra il 30 e il 40% della società quotandola in Borsa dopo l’estate.

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→  ottobre 8, 2013


intervista di Nando Santonastaso

Non è un caso, dice Franco Debenedetti, ingegnere, già senatore DS, ora presidente dell’Istituto Bruno Leoni, se lo scontro politico sull’Imu ha ripreso vigore ora che è iniziato l’iter della decadenza da parlamentare di Silvio Berlusconi e il governo si è rafforzato. «Perché non so se è finito o meno un ventennio, come sostiene il premier Letta, ma è un dato di fatto che la fisionimia politica dell’esecutivo ne è uscita modificata. E questo genera tensioni.

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