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→  maggio 12, 2014


Stephen D. King
Quando i soldi finiscono
La fine dell’abbondanza in Occidente
Fazi editore, 2014


Quando i soldi finiscono è solo un gioco di parole, scrive Stephen D. King a proposito del titolo che ha dato a questo suo libro: ovvio, finché c’è una banca centrale disposta a stamparli i soldi non finiscono mai. Ma può finire la fiducia, e senza di essa la società finisce per disintegrarsi.

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→  marzo 17, 2013


Caro Direttore,

Alla fine è arrivata! Ero curioso di vedere se il coraggio del buon senso avrebbe prevalso sulla pavida ottusità. Ma quando ho visto la busta verzolina, e il mittente, Comune di Cortina, mi sono dato ancora una volta dell’inguaribile ottimista. Il fatto me l’ero stampato bene in mente: era Capodanno, mezzodì di una giornata di sole. Ero in via Roma, l’amico con cui volevo andare a sciare tardava e avevo messo la mia A3 in testa a una fila di macchine ferme in doppia fila. Stavo armeggiando con la radio, quando alzo la testa e vedo nello specchietto retrovisore un vigile, che sta scrivendo sul suo blocchetto: prima che finisse, metto in moto e mi allontano. Voglio proprio vedere se mi mandano la multa, mi son detto. Me l’hanno mandata.

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→  maggio 29, 2012


Un’impresa che voglia dotarsi di un impianto wi-fi, telefonico o dati, con più di 24 punti di accesso, dovrà fare eseguire l’installazione e la successiva manutenzione a un’impresa iscritta a un nuovo registro di installatori abilitati; chi l’impianto già l’avesse, ha 12 mesi per mettersi in regola e fornire agli ispettorati territoriali del dipartimento comunicazioni copia della documentazione dell’impianto, redatta e firmata da un iscritto al registro. E’ quello che prevede il regolamento del ministero dello Sviluppo economico, messo in consultazione il 9 febbraio, con cui viene recepita la direttiva comunitaria 2008/63/CE sulla “concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni”.

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→  dicembre 6, 2011


di Alessandro De Nicola

Le privatizzazioni e le liberalizzazioni sono il nerbo delle riforme strutturali necessarie a rilanciare la nostra economia. Servirebbero a ridurre debito e sprechi e anche a frenare la corruzione. Ma il mito della proprietà pubblica è duro a morire

Consoliamoci, la manovra economica del governo non è la fiera di tasse esotiche che avrebbe potuto diventare. Tuttavia uno dei suoi capitoli più oscuri rimane quello delle privatizzazioni che, insieme alle liberalizzazioni, sono il nerbo di quelle riforme strutturali che potrebbero rilanciare l’economia del nostro paese.

Il mito della proprietà pubblica è duro a morire perché non nasce con il marxismo ma è profondamente radicato nella storia e nella cultura del Bel Paese. Dall’ager publicus romano alla Cassa Depositi e Prestiti, sono cambiate le motivazioni per le quali lo Stato possiede e si cimenta nella gestione di attività economiche, ma la sua ingombrante presenza è sempre lì.

Vediamo di riassumere brevemente perché privatizzare è invece una scelta politica virtuosa per l’Italia.

Prima di tutto bisogna ridurre lo stock del debito pubblico. Sappiamo che ha raggiunto il 120 per cento del Pil e che la spesa pubblica è il 50,8 per cento del Pil: in queste condizioni la vendita di aziende e immobili ai fini sia della riduzione del debito che degli interessi passivi pagati dallo Stato italiano ai sottoscrittori dei suoi titoli è indilazionabile. A seconda delle stime, un programma massiccio di dismissioni sia di imprese che di immobili pubblici (statali e degli enti locali) potrebbe portare a ricavi tra i 250 e i 300 miliardi di euro, sufficienti per riportare in breve tempo il debito pubblico sotto il 100 per cento del Pil senza bisogno di patrimoniali. Inoltre, si risparmierebbero almeno altri 10 miliardi di interessi, l’equivalente di una manovra (basti pensare che l’aggiustamento dei conti compiuto con il decreto di ferragosto, portava ad aggiustamenti per il 2012 di appena 5 miliardi). E’ vero che si verrebbero a perdere i dividendi delle imprese che fanno profitto, ma nel corso degli anni clamorose son state pure le perdite (Tirrenia ed Alitalia insegnano).

L’obiezione che in questo momento le società quotate non sono valorizzate adeguatamente non regge. Prima di tutto anche i titoli di Stato pagano interessi elevati (oltre 300 punti di spread con il bund tedesco) e poi solo il mago Merlino sarebbe in grado di indovinare il momento giusto.

Altra obiezione, più sensata, è che le privatizzazioni dovrebbero andare di pari passo con le liberalizzazioni. Anche in questo caso è facile obbiettare che finché lo Stato è proprietario le liberalizzazioni sono più difficili e Poste e Ferrovie ne sono un esempio attuale. Peraltro, gran parte di ciò che si può vendere compete già sul mercato con i privati.

Il secondo punto parte proprio da questa constatazione: lo Stato fa concorrenza sleale ai privati. Le imprese pubbliche hanno un accesso facilitato al credito (almeno fino ad oggi la garanzia del governo vale qualcosa) ed in più sono vicine sia al legislatore che al regolatore. Controllati e controllori rispondono in ultima istanza allo stesso potere politico che li ha nominati.

Tale contiguità ci porta alla terza ragione per la quale il Leviatano dovrebbe spogliarsi dei suoi beni. Le scelte manageriali delle sue aziende, infatti, vengono più di qualche volta influenzate da motivi di convenienza elettorale, non di efficienza. Si tratti di assunzioni di raccomandati, di privilegi ai sindacati interni, di investimenti in collegi elettorali sensibili, di conclusione di affari con società amiche, sempre di sprechi stiamo parlando e le cronache dei giornali traboccano di esempi di “prossimità” tra faccendieri e imprese pubbliche.

Il che ci conduce al quarto punto: dove ci sono sprechi, intrusioni politiche, opacità, lì prospera la corruzione, piaga che non casualmente affligge così tanto il nostro Paese dove quasi tutto è intermediato dalla politica. Non è vero, come si illudono alcuni, che la proprietà di un’azienda o di un bene sia indifferente, purché funzioni. La politica non maneggia soldi suoi e ne ha meno cura, difficilmente viene sanzionata elettoralmente per cattiva gestione e, controllando il potere economico, può minacciare le fondamenta della democrazia. D’altronde, come ammoniva Ludwig von Mises, a cosa servirebbe la libertà di stampa se lo Stato possedesse tutte le tipografie?

→  novembre 8, 2011


dalla rubrica Peccati Capitali

L’usura è un delitto odioso: chi, in un momento di difficoltà, cade nelle spire degli strozzini, non ne esce più. Intervenga dunque lo Stato, punisca chi la esercita, aiuti chi ne soffre. La legge antiusura è una delle prime proposte del primo Berlusconi, nel 1994: prevede ben due fondi, uno di solidarietà per le vittime, uno per la prevenzione, poi li unifica, ci mette sopra un Comitato di solidarietà, istituisce nuclei di valutazione, sottoscrive protocolli di intesa. Nell’ultimo decennio i mutui erogati sono 175 milioni: ma il 40% deve essere revocato perché manca la prova dell’impiego, l’80% perché i recuperi sono marginali; sovente si constata “contiguità ambientale sociale ed economica tra usurato e usuraio”. Scatta la risposta “forte”: formazione, piano media, materiale pubblicitario, sito internet, numero verde.

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→  ottobre 11, 2011


dalla rubrica Peccati Capitali

Qualcuno, a Roma, ha fotografato autisti dell’ATAC mentre parlano col telefonino, e ha sporto denuncia: ma come, se lo faccio alla guida della mia 500 in autostrada perdo 5 punti, se lo fa chi conduce un autobus snodato con cento persone a bordo in mezzo al traffico, niente? Un finimondo: i sindacati – FILT Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Fit trasporti – la chiamano persecuzione, “video, denunce, querele, aggressioni fisiche e verbali si susseguono ogni giorno”. Invocano la legge: l’art 173 commi 2 e 3 del codice della strada esonera dal divieto le forze armate, e l’art 138 comma 11 anche i conducenti di veicoli adibiti al trasporto pubblico. E a loro volta denunciano gli “Zorro conterranei, i giustizieri” col videofonino.

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