Capire per combattere la crisi

maggio 12, 2014



Stephen D. King
Quando i soldi finiscono
La fine dell’abbondanza in Occidente
Fazi editore, 2014


Quando i soldi finiscono è solo un gioco di parole, scrive Stephen D. King a proposito del titolo che ha dato a questo suo libro: ovvio, finché c’è una banca centrale disposta a stamparli i soldi non finiscono mai. Ma può finire la fiducia, e senza di essa la società finisce per disintegrarsi.

King mette in una prospettiva storica la crisi che stiamo vivendo: “Alla fine del XX secolo, grazie a Adam Smith e alla sua mano invisibile e a Friedrich Hayek e il suo rifiuto della pianificazione centralizzata, i sostenitori del libero mercato potevano dire di aver vinto la guerra”. Eravamo sicuri che il progresso economico ci avrebbe permesso di “consumare oggi, andare in pensione domani, avere un’ottima assistenza sanitaria dopodomani, assicurare un futuro migliore ai nostri figli”; l’Argentina era un’aberrazione isolata, sapevamo come controllare l’inflazione e cosa fare per evitare la stagnazione giapponese. Invece proprio l’inflation targeting, e la propensione ad affidarsi a operazioni keynesiane di salvataggio hanno contribuito al tracollo finanziario dell’Occidente. Ora non ci fidiamo più dei mercati e l’un l’altro, dei nostri politici e dei nostri vicini, delle banche nostre e di quelle centrali. “Ci siamo specchiati nel nostro ottimismo” quando l’economia stava già rallentando; “pensavamo di poter governare il futuro” e stavamo consumando oggi il reddito di domani. Qui sta la differenzia di fondo tra questa crisi e quella degli anni 30; allora i governi potevano aumentare l’indebitamento a breve senza tener conto dell’impatto che lo stimolo avrebbe avuto sui bilanci degli anni futuri. Perché allora non c’erano i diritti acquisti. Dobbiamo capire “come ridimensionare i nostri diritti acquisisti ricreando un clima di fiducia reciproca”; invece le misure finora messe in atto sono, per King, del tutto inadeguate.
Certo, si è evitato il collasso, ma non si è imparato a distinguere tra realtà e illusione; gli Stati sotto shock promettono il ritorno alla prosperità, ma le misure monetarie sempre più disperate per rilanciare l’economia con cui si cerca di rilanciare l’economia prolungano la stagnazione; i tassi d’interesse tenuti bassi anche quando le previsioni sul futuro sono fosche, anziché l’arrivo della ripresa segnalano il permanere delle difficoltà. Le critiche più demolitorie King le riserva al quantitative easing: per gli effetti economici poco efficare a modificare le aspettative, senza gran risultati in termini di ritorno alla normalità – ma soprattutto perché sono un “meccanismo di redistribuzione del credito e della ricchezza, l’equivalente di una tassa occulta imposta senza alcun mandato democratico e senza legittimazione politica”. Col QB salta la separazione tra Stato Fiscale e chiesa monetaria, si riunificano governi e banche centrali.

Le difficoltà finanziarie alimentano la ricerca dei capri espiatori: per reazione a quello che viene percepito come fallimento della globalizzazione potrebbe tornare il nazionalismo. “Gli insegnamenti della fine del XIX secolo non possono essere ignorati”, ci sono le condizioni “per una recrudescenza del nazionalismo e del razzismo che un secolo fa trascinarono il mondo in un tragico conflitto”. Questo è l’incubo: che la diffidenza diventi odio.

Le proposte di King per “evitare l’incubo” non sono nuove, e non sfuggono alle abiezioni. La sua proposta di eliminare la “incoerenza etica” tra debitori e creditori resta una saggia esortazione; quella di trasformare l’Eurozona in un club fiscale dove chi chiede aiuto perde la sovranità fiscale, lascia aperto il problema delle riforme, chi le deve fare, chi le deve fare accettare al Paese, quella di creare una bad bank europea che ristrutturi i debiti non verrebbe accolta con giubilo da chi deve mettere i soldi per pagare i debiti altrui. Quello che distingue King è l’aver sempre presente l’assetto istituzionale in cui si articolano le proposte, vale a dire il rapporto tra Stato e banche centrali, tra politica fiscale e politica monetaria. La sua proposta più ambiziosa è una nuova architettura monetaria che accantoni l’inflation targeting e lo sostituisca con un obbiettivo di crescita del PIL nominale, cioè che consideri il valore e non il volume del PIL.

Tra i suggerimenti finali King mette anche il miglioramento dell’istruzione finanziaria: quella generale, perché la gente capisca come valutare un mutuo e come giudicare una banca. E quella universitaria, dando più spazio alla storia economica, perché si capisca che cosa è successo alle nazioni che hanno provato a vivere sopra i loro mezzi.

Scorrevole nella lettura, chiaro nelle tesi, preciso nelle dimostrazioni, il libro di King è esso stesso un contributo in questa direzione.

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