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Archivio per il Tag »Libri«

→  gennaio 12, 2021


di Alberto Mingardi

Dai vaccini alle piattaforme online: le imprese orientate al profitto hanno risposto “presente”

Le case farmaceutiche che hanno prodotto a tempo di record i vaccini, i fornitori di servizi digitali che ci hanno aiutato a lavorare da casa, le catene industriali che ci hanno permesso di continuare ad avere quello che ci serviva: tutti hanno agito secondo logiche di mercato e profitto. Quelle che molti dibattiti post pandemia vorrebbero «correggere» in nome del bene comune. Non è del tutto saggio.

Un osservatore ingenuo penserebbe che, da quando la Food and Drug Administration americana ha autorizzato i vaccini di Pfizer/BioNTech e Moderna, il corso della pandemia sia cambiato. Ora abbiamo un’arma, che può aiutarci a ridurre in modo importante diffusione e letalità. Se l’arma, finalmente, esiste, tutti gli sforzi dovrebbero essere concentrati su come portarla su quanti più campi di battaglia possibile.

Israele a parte, i Paesi occidentali sembrano avere tutti problemi con l’organizzazione di una grande campagna di vaccinazioni. C’è però anche un problema di obiettivi e di sensibilità. Che coi vaccini si debba fare presto è il corollario di una visione per la quale l’obiettivo è tornare quanto prima alla «normalità». Cioè a una situazione in cui le persone possono esprimere quelle domande che da mesi vengono, purtroppo, compresse. Il bisogno di socialità. I viaggi: non verso mete esotiche, ma semplicemente verso una città in un’altra regione. Uscire la sera. Andare a teatro o al cinema.

Lo stato delle cose
Purtroppo, negli scorsi mesi molti governi non sono riusciti a investire su iniziative volte, appunto, a garantire quanto più possibile la vita consueta delle persone (per esempio, tamponi rapidi e test di massa). E c’è anche chi pensa che alla normalità non si debba proprio tornare. Il World Economic Forum ha per esempio inaugurato una discussione su quello che il suo fondatore, Klaus Schwab, chiama «the great reset». Reset è parola con la quale tutti abbiamo familiarità informatica e allude a un azzeramento. Mettere un punto e andare a capo, tirare una riga. La sede e il promotore del dibattito sono bastati a molti per imbastire una polemica di sapore complottista.

Il punto di partenza di Schwab e i suoi rasenta l’ovvietà: la pandemia ha esposto problemi e punti deboli dei diversi Paesi, bisognerebbe cercare di imparare la lezione del 2020. A Davos però ci si concentra su lezioni che hanno ben poco a che fare con la gestione del contagio. Si parla semmai di cambiamenti che, adeguatamente assistiti dalle politiche pubbliche, realizzino un «capitalismo sostenibile». Non è solo questione di sensibilità ambientale, ma proprio di quello che Franco Debenedetti («Fare profitti», Marsilio, 2021) chiama il «mattonino di Lego del capitalismo»: l’impresa. L’idea che essa debba fare profitti a vantaggio dei suoi azionisti è considerata una sorta di minaccia: il profitto di alcuni può mettere a repentaglio il benessere di tutti. Per questa ragione vanno imposte alle aziende metriche diverse, che le allontanino dall’ossessione del breve termine e le si rendano pienamente «compatibili» col benessere sociale. Queste metriche coincidono con un aumento della libertà d’azione del management, a spese degli azionisti (i cui interessi vanno subordinati a una qualche idea di utilità sociale) e dei consumatori (le cui esigenze possono non essere esaudite, se considerate non «sostenibili»).

La pandemia è la grande occasione per fare questo passo, non perché il motivo del profitto abbia mostrato i suoi limiti: se ne potremo uscire, è in buona misura grazie ad imprese orientate al profitto (Big Pharma). Se milioni di ragazzi hanno potuto, in qualche modo, seguire delle lezioni, è grazie a imprese orientate al profitto (Microsoft, Zoom, Cisco). Se durante il confinamento abbiamo potuto continuare ad avere certi consumi, è stato grazie a chi, facendo il proprio interesse, ci ha portato a casa ciò che desideravamo. La pandemia è la grande occasione perché sempre le crisi concentrano potere nelle mani delle autorità pubbliche, e questa concentrazione di potere non deve andare sprecata. L’impressione, fastidiosa, è che le vaccinazioni lente e che non cambiano la convivenza con il virus finiscono per fare il gioco di chi propugna azzardati esperimenti di ingegneria sociale.

L’esperimento
Questi esperimenti coincidono con una riduzione dei consumi possibili per ciascuno di noi. Come scrive Andrea Miconi («Epidemie e controllo sociale», Manifestolibri, 2020), la rappresentazione dell’emergenza ha fatto perno sulla «colpevolizzazione del cittadino». Scelte e abitudini fra le più semplici sono diventate, nel discorso pubblico, «peccati» da evitare per allontanare il male. Moralizzazione dell’epidemia e ambizioni di riforma del sistema capitalistico scommettono che il Covid ci segnerà in profondità. La pandemia ci impoverisce, e quindi potremo permetterci meno viaggi, meno cene fuori, e di cambiare l’automobile più tardi di quanto desiderassimo. Probabilmente saremo orientati a risparmiare di più che in passato, come capita quasi sempre a coloro che hanno subito uno choc molto forte.

Le conseguenze
Ma una cosa è questa ragionevole previsione, altra pensare che la forza della legge e la retorica dell’emergenza possano «raddrizzare» il presunto legno storto dei bisogni umani. E’ vero che non c’erano i social ma, con l’eccezione della peste, i grandi eventi pandemici del passato non hanno segnato la memoria collettiva proprio perché la voglia di vivere è più forte. In Cina, durante la «settimana dorata» (che coincide con la celebrazione della fondazione del regime) di ottobre, si sono spostati circa 630 milioni di persone. Non l’hanno fatto perché glielo ha imposto il partito ma perché hanno approfittato, appena è stato loro possibile, della libertà dalle misure di contenimento. Spostarsi, viaggiare, vivere la propria socialità. I bisogni dei cinesi non sono cambiati, e nemmeno i nostri.

→  gennaio 11, 2021


Il capitalismo è oggi sotto attacco, tra voci critiche che vorrebbero «resettarlo» e nuove forme di responsabilità sociale attribuite alle aziende. Che fare, allora?
«Ci sono altri sistemi per aumentare i salari minimi, per ridurre le emissioni, per modificare il finanziamento della politica: la certezza della legge e le iniziative delle democrazie». Franco Debenedetti, con il suo “Fare profitti: Etica dell’impresa” (Marsilio 2021), propone un viaggio al cuore dell’impresa per definirne la natura, i soggetti, i diritti e gli interessi al tempo delle aziende Big Tech e della pandemia. Per leggere e affrontare i cambiamenti in atto, analizza la crisi della produttività, la tendenza al monopolio dei giganti del Web e le ricadute sulla politica, e riflette sul tema della diseguaglianza, tra classi sociali come tra vertici e dipendenti.

Sono intervenuti:
Michele Boldrin (professore di economia alla Washington University in St Louis)
Franco Debenedetti (presidente dell’Istituto Bruno Leoni)
Fiorella Kostoris (senior fellow della School of European Political Economy LUISS)
Coordina:
Serena Sileoni (vicedirettore generale dell’Istituto Bruno Leoni)

Durante il webinar è stato presentato il libro di Franco Debenedetti, “Fare profitti. Etica dell’impresa” (Marsilio, 2021).

→  gennaio 7, 2021


di Dario Di Vico, 7 gennaio 2020

Un pamphlet pubblicato da Marsilio prende di mira Joe Biden, Papa Francesco e il «Financial Times». Franco Debenedetti: l’impresa genera benefici sociali solo se ripaga gli azionisti.

Se ne salvano pochi. Sotto le acuminate frecce di Franco Debenedetti e del suo Fare profitti, in uscita oggi dall’editore Marsilio, cadono uno dopo l’altro assoluti protagonisti del nostro tempo come Joe Biden e papa Francesco, prestigiose organizzazioni internazionali come la Business Roundtable e il forum di Davos, studiosi à la page come Branko Milanovic, un giornale bibbia del mercato come il «Financial Times» e non vengono risparmiati nemmeno mostri sacri del pensiero riformista come Anthony Atkinson e John Rawls. La loro colpa, il minimo comune denominatore che li porta alla condanna, è quella di fare rilevanti concessioni al populismo e allo statalismo, i due mali che affliggono l’economia contemporanea e che, se preesistevano largamente al virus, ora però si stanno servendo della pandemia per fare il pieno di potere e di consensi.

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→  agosto 6, 2020


È appena uscito in libreria “Contro il sovranismo economico” di Alberto Saravalle e Carlo Saravalle che ci sarebbe da aggiungere un nuovo capitolo: infatti da ieri siamo entrati nel feudalesimo economico. Con i tribunali del popolo presieduti da Danilo Toninelli e il seguito della vicenda autostrade, era stato chiaro a tutti che il sovrano dispone degli asset di una società privata come meglio crede, se del caso espropriando, designando il nuovo proprietario (pubblico), riservandosi il diritto di approvare i soci che questi sceglierà. Ieri, con la lettera a firma dei Ministri Roberto Gualtieri e Stefano Patuanelli in cui si chiede a TIM di sospendere la firma dell’accordo con il fondo USA KKR, si segnala che il vassallo deve non solo rispettare la volontà del feudatario, ma attendere finchè questi abbia avuto il tempo per formare la sua volontà: una sorta di jus primae noctis societario.

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→  giugno 13, 2019


I DIECI COMANDAMENTI DELL’ECOLOGIA ITALIANA
a cura di Carlo Cottarelli e Alessandro De Nicola
Rubbettino, 2019

INDICE

Prefazione di Lorenzo Infantino

Introduzione di Carlo Cottarelli e Alessandro De Nicola

Carlo Cottarelli
PRIMO COMANDAMENTO
Spendi meno e, soprattutto, spendi meglio

Dario Stevanato
SECONDO COMANDAMENTO
Riforma l’Irpef

Giuliano Cazzola
TERZO COMANDAMENTO
Pensioni: Non santificare troppe feste

Paolo Belardinelli e Alberto Mingardi
QUARTO COMANDAMENTO
(Stato) medico, cura te stesso

Franco Debenedetti
QUINTO COMANDAMENTO
Per un’ecologia dei social media

Alessandro De Nicola
SESTO COMANDAMENTO
Non adorare il Vitello d’oro: la strana idolatria italiana dello Stato imprenditore

Marco Ponti e Francesco Ramella
SETTIMO COMANDAMENTO
Trasporti: tassa e spendi meno. Puoi e devi

Carlo Scarpa
OTTAVO COMANDAMENTO
Rendi l’università più efficiente

Simona Benedettini e Carlo Stagnaro
NONO COMANDAMENTO
Non desiderare la rendita d’altri

Giuseppe Lusignani e Marco Onado
DECIMO COMANDAMENTO
Ricorda di trasformare banche e finanza dopo la crisi

Note

Gli autori

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→  novembre 5, 2018


Paola Rivolta,
Scarfiotti
Dalla Fiat a Rossfeld
Liberilibri, Macerata, 2018-10-28

Presentazione
Torino, Museo dell’Automobile, 6 Ottobre 2018

“Questo libro parla di Fiat, di Agnelli, di Torino, tante cose che lei conosce: venga a presentarlo”, mi disse l’editore. Data la stima e l’amicizia che ho per Aldo Canovari, nonostante continui a crescere la montagna di libri che dovrei leggere perché trattano delle cose di cui mi occupo, ho detto di sì. Che questa chiacchierata diventi lo srotolarsi di un Amarcord era non solo previsto ma quasi voluto.
E quindi per mettere in atto una clausola di salvaguardia, come si dice, vorrei subito assolvere allo scopo di ogni presentazione: dare un giudizio sul libro e l’autore, e invogliare a compralo, leggerlo, comprarne un altro e regalarlo.
E’ un gran bel libro, preciso e appassionante. Soprattutto è scritto bene. Un esempio tra tanti:
a pag. 241, parlano della ricostruzione del Paese dopo la guerra, l’inizio di quello che sarà poi il “miracolo italiano”, Paola Rivolta ricorda:
La ricostruzione della nazione deve ricominciare dalle attività produttive indispensabili a dare una base concreta base economica alla speranza. Contemporaneamente è necessario ricostruire le abitazioni quella materiale partire.
Ed ecco l’osservazione insolita:
Ora che mancano servizi indispensabili come l’acqua e l’energia elettrica nelle città come nei casolari dispersi, ora che le strutture scolastiche e sanitarie sono insufficienti ovunque si ha generale contezza del degrado dell’Italia. Ciò che in molti territori mancava da sempre è percepito come vuoto lasciato dalla distruzione bellica. Crudele de iniqua sottrazione di ciò che non è mai stato. Sono gli esiti della guerra a rendere palesi, per la prima volta in modo inequivocabile, ritardi e povertà secolari.

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