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Archivio per il Tag »banche«

→  dicembre 28, 2016


Questa volta, si spera, nessuno vorrà ululare al fallimento di mercato. Si tratta ovviamente di Monte Paschi di Siena. L’intervento pubblico – sotto forma di ricapitalizzazione preventiva – è reso oggi necessario per rimediare ai danni prodotti da decenni dalla partecipazione pubblica: infatti di nomina pubblica è la maggioranza dei consiglieri della Fondazione, per interesse partitico si è consentito alla Fondazione di detenere la maggioranza assoluta del capitale della banca, in violazione della legge Ciampi, e questa, per non perderla, ha fatto fare alla banca operazioni sui derivati che ne hanno deteriorato il bilancio.

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→  novembre 26, 2016


“Il referendum italiano ha le chiavi del futuro dell’euro”, titolava giorni fa il Financial Times. Tanto rapida e profonda è stata la rivoluzione che Donald Trump – meno di tre settimane dall’essere proclamato vincitore e più di dodici dall’essere insediato presidente, prima di aver scelto i suoi più stretti collaboratori e lungi dal potere compiere atti di governo – con le sue sole parole ha prodotto nel quadro politico mondiale. Se i banchieri centrali hanno “l’arte della parola”, come sostiene Alberto Orioli nel suo ultimo libro, i politici a volte hanno il “potere della parola”.

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→  agosto 12, 2016


Caro Direttore,

“Il danaro non è solo un mezzo di scambio” scrive Mariana Mazzucato (Cinque medicine per curare la malattia delle banche, la Repubblica, 8 Agosto 2016). Per una volta sono d’accordo, ma per poco: già dissento su che cosa sia d’altro. Per lei, seguendo Hyman Minsky, il danaro “rappresenta la creazione del debito, motore centrale del processo capitalistico”. Per me, leggendo Mervyn King, il danaro consente di scambiare lavoro di oggi con generico potere di acquisto in futuro; in un mondo esposto a radicali incertezze, il danaro è ponte tra presente e futuro.

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→  agosto 12, 2016


articolo collegato di Alberto Mingardi

Those British libertarians who went for Brexit were somehow disappointed by Theresa May easily winning the contest for Tory leadership. It’s quite easy to understand why: in her inaugural speech, she longed for an “industrial strategy” for post-Brexit Britain. See Mark Littlewood here.

Of course Mariana Mazzucato, though an advisor to Jeremy Corbyn, has commented in favour of this “idea” (in actual fact, nothing more than a rough sketch) of Mrs May. Mazzucato wrote a piece in the Financial Times which is no different than what she wrote before – but a prolific author never publishes just once, and being a prolific author myself, who am I to criticize her? You can read the thing yourself and make up your mind.

I’d just like to make a perhaps tangential point. Mazzucato is as ideological a thinker as anybody else. In her “The Entrepreneurial State”, she says, very clearly, that she sees herself as engaged in a “discursive battle” against those who want to reduce government spending by claiming its inefficiency. There is nothing necessarily wrong with that: strong disagreements, and passion, are what make the world of ideas engaging.

But in this last FT piece, she claims with some nonchalance that “the argument ought not to be about whether the state should not be involved in driving growth but how it can do this in the best way” and subsequently, “we do not need false or ideological choices between market and state”.

Ok, so, if you want to let the price system work to try to solve problems whose solutions is still unknown to us, you’re an ideologue. If you want a club of enlightened bureaucrats to step in, you’re not.

I find this way of arguing most disappointing – and I find disheartening that some people are apparently persuaded by it.

I think it’s safe to say that we’re all biased, but reality doesn’t necessarily confirm our biases. The public debate should be some kind of test of our prejudices, which need empirical grounding to be more than, well, prejudices.

But I do not quite get why it should be “ideological” to wait and see how markets develop, whereas going for government intervention when we don’t really know what to wish for is not.

I think the best reply to Professor Mazzucato was penned long ago by Bertrand Russell, in his “Skeptical Essays”:
I wish to propose for the reader’s favourable consideration a doctrine which may, I fear, appear wildly paradoxical and subversive. The doctrine in question is this: that it is undesirable to believe a proposition when there is no ground whatever for supposing it true.

→  agosto 8, 2016


articolo collegato di Mariana Mazzucato

I travagli che da diversi anni scuotono il sistema finanziario italiano offrono spunti di riflessione sul ruolo che la finanza potrebbe e dovrebbe avere in un ecosistema economico dinamico ed efficente. Non si tratta soltanto di interrogarsi sul ruolo delle banche in Italia, perché la finanza è il combustibile fondamentale per ogni sistema capitalista. Concentrerò la mia analisi in cinque brevi punti.Primo: il denaro non è solo un mezzo di scambio che sostituisce simbolicamente l’oro. È l’essenza del sistema capitalista che, secondo la tesi sostenuta in particolare dal grande economista Hyman Minsky, si fonda in primo luogo sul debito. La moneta dunque, in quanto garantita da un’autorità superiore, in genere lo Stato, rappresenta la creazione del debito, motore centrale del processo capitalistico. Quindi per capire come un moderno paese funziona all’interno del sistema capitalistico è soprattutto importante capire come funziona il debito, capire chi presta a chi e come.
Secondo: la finanza in teoria dovrebbe creare debito per finanziare la crescita dell’attività nell’economia reale. Invece, a partire dalla deregulation del sistema finanziario globale dagli anni Settanta, la finanza ha finito per finanziare… la finanza. In gran parte del mondo occidentale negli ultimi vent’anni il valore aggiunto lordo della intermediazione finanziaria è cresciuto più dell’economia reale.
In altre parole si è preferito prestare soldi a chi maneggia i soldi invece di investirli in attività produttive. E così siamo arrivati allo scoppio della bolla nel 2007. A livello mondiale è quindi importantissimo reindirizzare la finanza verso l’attività produttiva nell’economia reale.Terzo: in Italia al problema globale della finanziarizzazione si aggiunge una sorta di sclerotizzazione degli interessi e delle relazioni che ha reso ancora più problematica l’attività creditizia verso l’economia reale. Se invece di basarsi su un giudizio obiettivo che valuti la natura produttiva di un investimento e misuri i potenziali profitti realizzabili, il credito segue logiche clienterali, il sistema diventa incapace di vera crescita e innovazione. Non dimentichiamo che il termine “clientelismo” non deriva dal moderno “clienti” (una reale relazione economica) ma dal latino clientes, i parassiti sbeffeggiati da Giovenale che campavano di favori e regalie e si presentavano ogni mattina per la salutatio al loro patronus.Le banche italiane malate sono insomma sia causa che sintomo dell’eterna cultura clientelista del paese.Quarto: quando la crescita è bassa, come in Italia negli ultimi vent’anni con il Pil e la produttività più o meno fermi, finanziarizzazione e clientelismo diventano ancora più pervasivi e perniciosi. Se non emergono buone aziende da finanziare, se non ci sono opportunità di investire in progetti validi nell’economia reale il sistema continuerà ad investire nella finanza speculativa o nei rapporti clientelari. Il problema non è l’offerta, ma la domanda di credito da parte di imprese valide: le piccole e medie imprese innovative e produttive trovano il credito di cui hanno bisogno, ma sono troppo poche. Perché? Le imprese innovative ad alta crescita prosperano in genere in paesi dotati di ecosistemi dinamici di innovazione, in cui esistono forti legami tra ricerca e industria, cospicui investimenti pubblici nel settore dell’istruzione e della formazione professionale, nazioni in cui le imprese private spendono in formazione, ed in Ricerca e Sviluppo.
Quinto. Per generare crescita serve un sistema creditizio paziente, che persegue strategie a lungo termine. Senza finanza paziente non si avrà crescita, per quanto il governo possa pensare che basti ridurre la burocrazia, o rendere meno rigido il mercato del lavoro. E se l’economia reale non cresce, la finanza diventa una roulette in cui i soldi scommettono sui soldi. È essenziale insomma puntare sulla qualità e non sulla quantità del credito.
Storicamente il credito ad alto rischio iniziale è sempre stato erogato da varie forme di finanza pubblica, che soltanto in una fase successiva hanno attratto la finanza privata dei venture capitalist. E non stiamo parlando di paesi comunisti. In Israele, attraverso il fondo di venture capital pubblico Yozma. In Germania grazie alla banca pubblica KfW. In Finlandia attraverso agenzie di investimento pubblico come Sitra. Negli Usa attraverso agenzie di innovazione come Darpa, ma anche grazie al programma Small Business Innovation Research che attraverso attività di procurement crea un mercato per le piccole imprese più innovative. In Italia non esiste nulla del genere, nessun ente serio preposto all’innovazione. La Cdp non è mai stata messa in condizione di diventare una vera banca pubblica come quelle che operano in Cina, in Germania e persino in Brasile. Si è scelto di dare alla Cdp soltanto un ruolo di prestatore e investitore di ultima istanza, che sussidia più che investire. Il prevalere dei sussidi sugli investimenti ad alto rischio ha finito per aumentare l’apatia del sistema invece che svegliarlo dal suo sonno. La politica pubblica dovrebbe creare addizionalità, ossia intervenire laddove il credito privato non ha coraggio di andare. Agendo come investitore di prima istanza può in seconda battuta attrarre finaziamenti privati risvegliando quel famoso spirito animale di cui parlava Keynes.
Se analizziamo come funziona il debito in Italia, chi presta a chi e come, riusciamo a capire quali siano i grandi problemi italiani e che tipo di soluzioni attendano. Dobbiamo chiedere al governo una vera politica di crescita che crei addizionalità e riassegni con autorità al settore privato il suo compito primario: assumersi il rischio di investire in nuove opportunità piuttosto che continuare da una parte a lagnarsi di lacci e lacciuoli burocratici e dall’altra a domandare sussidi pubblici a gran voce.
L’autrice ha scritto Lo Stato Imprenditore ( Laterza) ed è Professor in the Economics of Innovation, University of Sussex.

→  luglio 16, 2016


Contraddittori, controproducenti, imbarazzanti e omessi

Sul problema bancario è venuto il tempo di un meta-intervento: la mole di quanto è stato argomentato, tra articoli ed interviste, giornali e blog, ciò che bisognerebbe e ciò che non bisognerebbe fare, è cresciuta a tal punto che è necessario procedere a una classificazione.

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