Lettera al direttore

maggio 29, 2012


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Un’impresa che voglia dotarsi di un impianto wi-fi, telefonico o dati, con più di 24 punti di accesso, dovrà fare eseguire l’installazione e la successiva manutenzione a un’impresa iscritta a un nuovo registro di installatori abilitati; chi l’impianto già l’avesse, ha 12 mesi per mettersi in regola e fornire agli ispettorati territoriali del dipartimento comunicazioni copia della documentazione dell’impianto, redatta e firmata da un iscritto al registro. E’ quello che prevede il regolamento del ministero dello Sviluppo economico, messo in consultazione il 9 febbraio, con cui viene recepita la direttiva comunitaria 2008/63/CE sulla “concorrenza sui mercati delle apparecchiature terminali di telecomunicazioni”.

Il costo di tenere un registro non sconquassa il bilancio dello stato, per le imprese è solo un fastidio aggiuntivo, gli installatori iscritti al nuovo albo non diventeranno ricchi: ciò che colpisce è che funzionari del ministero che si chiama dello Sviluppo procedano imperterriti ad ampliare l’impronta dello stato proprio mentre il governo è impegnato in una spending review, per cui si è addirittura nominata una prestigiosa commissione. Ostacolo ai propositi riformatori sono i sacerdoti depositari di una cultura giuridica che essi rendono sempre più intricata, che loro pari interpreteranno, e su cui magistrati vigileranno.
Il rimedio non è svelare moralisticamente gli abusi, ma rifondare fin dai suoi presupposti giuridici il rapporto tra cittadino e stato.

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