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Archivio per il Tag »Repubblica«

→  settembre 17, 2019


Risposta a “La rete di evasione. Dai giganti del web solo 37 milioni di tasse”, di Ettore Livini, Repubblica del 15 Settembre

I “giganti del web” (Ettore Livini, La rete dell’evasione, dai giganti del web solo 37 milioni di tasse, Repubblica 15 Settembre) sono aziende americane: americane sono le loro sedi operative, i brevetti e copyright, ì massimi investimenti, la maggior parte degli azionisti. Impensabile che parte dei loro utili consolidati sia occultata ai loro azionisti. Incredibile che il fisco americano chiuda gli occhi su “evasioni” di aziende che, per dimensione e redditività, sono tra i suoi maggiori contributori. E infatti non è così: la legge americana ha consentito alle multinazionali di parcheggiare gli utili realizzati all’estero in un paradiso fiscale in sospensione di imposta. Saranno tassate quando ritorneranno in USA.

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→  aprile 5, 2018


Un autorevolissimo lettore di IC ha scritto a Sergio Rizzo, vice direttore di Repubblica, per protestare contro le sue parole contro Israele a proposito della “marcia” organizzata al confine di Gaza dai terroristi di Hamas. Rizzo ha infatti risposto all’intervento di un ascoltatore che demonizzava Israele evitando di prendere posizione.
Questo il resoconto della trasmissione che il lettore di IC ha inviato a Sergio Rizzo, vice direttore di Repubblica.

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→  novembre 12, 2017


È vero che il titolo posto all’articolo (“La corsa alle privatizzazioni è costata allo Stato 40 miliardi”) non corrisponde al testo, dove Ettore Livini riconosce “i vantaggi economici non quantificabili” dell’averci consentito di agganciare l’euro, oltre ad aver generato “valore nelle ex-imprese statali” e contribuito “a sviluppare il sistema finanziario e ad ammodernare lo Stato”. Vorrei tuttavia fare la mia parte per dare “credibilità e qualità […] valori che i lettori cercano nella stampa” (come recita il titolo nella stessa pagina) aggiungendo un paio di chiose.

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→  agosto 8, 2016


articolo collegato di Mariana Mazzucato

I travagli che da diversi anni scuotono il sistema finanziario italiano offrono spunti di riflessione sul ruolo che la finanza potrebbe e dovrebbe avere in un ecosistema economico dinamico ed efficente. Non si tratta soltanto di interrogarsi sul ruolo delle banche in Italia, perché la finanza è il combustibile fondamentale per ogni sistema capitalista. Concentrerò la mia analisi in cinque brevi punti.Primo: il denaro non è solo un mezzo di scambio che sostituisce simbolicamente l’oro. È l’essenza del sistema capitalista che, secondo la tesi sostenuta in particolare dal grande economista Hyman Minsky, si fonda in primo luogo sul debito. La moneta dunque, in quanto garantita da un’autorità superiore, in genere lo Stato, rappresenta la creazione del debito, motore centrale del processo capitalistico. Quindi per capire come un moderno paese funziona all’interno del sistema capitalistico è soprattutto importante capire come funziona il debito, capire chi presta a chi e come.
Secondo: la finanza in teoria dovrebbe creare debito per finanziare la crescita dell’attività nell’economia reale. Invece, a partire dalla deregulation del sistema finanziario globale dagli anni Settanta, la finanza ha finito per finanziare… la finanza. In gran parte del mondo occidentale negli ultimi vent’anni il valore aggiunto lordo della intermediazione finanziaria è cresciuto più dell’economia reale.
In altre parole si è preferito prestare soldi a chi maneggia i soldi invece di investirli in attività produttive. E così siamo arrivati allo scoppio della bolla nel 2007. A livello mondiale è quindi importantissimo reindirizzare la finanza verso l’attività produttiva nell’economia reale.Terzo: in Italia al problema globale della finanziarizzazione si aggiunge una sorta di sclerotizzazione degli interessi e delle relazioni che ha reso ancora più problematica l’attività creditizia verso l’economia reale. Se invece di basarsi su un giudizio obiettivo che valuti la natura produttiva di un investimento e misuri i potenziali profitti realizzabili, il credito segue logiche clienterali, il sistema diventa incapace di vera crescita e innovazione. Non dimentichiamo che il termine “clientelismo” non deriva dal moderno “clienti” (una reale relazione economica) ma dal latino clientes, i parassiti sbeffeggiati da Giovenale che campavano di favori e regalie e si presentavano ogni mattina per la salutatio al loro patronus.Le banche italiane malate sono insomma sia causa che sintomo dell’eterna cultura clientelista del paese.Quarto: quando la crescita è bassa, come in Italia negli ultimi vent’anni con il Pil e la produttività più o meno fermi, finanziarizzazione e clientelismo diventano ancora più pervasivi e perniciosi. Se non emergono buone aziende da finanziare, se non ci sono opportunità di investire in progetti validi nell’economia reale il sistema continuerà ad investire nella finanza speculativa o nei rapporti clientelari. Il problema non è l’offerta, ma la domanda di credito da parte di imprese valide: le piccole e medie imprese innovative e produttive trovano il credito di cui hanno bisogno, ma sono troppo poche. Perché? Le imprese innovative ad alta crescita prosperano in genere in paesi dotati di ecosistemi dinamici di innovazione, in cui esistono forti legami tra ricerca e industria, cospicui investimenti pubblici nel settore dell’istruzione e della formazione professionale, nazioni in cui le imprese private spendono in formazione, ed in Ricerca e Sviluppo.
Quinto. Per generare crescita serve un sistema creditizio paziente, che persegue strategie a lungo termine. Senza finanza paziente non si avrà crescita, per quanto il governo possa pensare che basti ridurre la burocrazia, o rendere meno rigido il mercato del lavoro. E se l’economia reale non cresce, la finanza diventa una roulette in cui i soldi scommettono sui soldi. È essenziale insomma puntare sulla qualità e non sulla quantità del credito.
Storicamente il credito ad alto rischio iniziale è sempre stato erogato da varie forme di finanza pubblica, che soltanto in una fase successiva hanno attratto la finanza privata dei venture capitalist. E non stiamo parlando di paesi comunisti. In Israele, attraverso il fondo di venture capital pubblico Yozma. In Germania grazie alla banca pubblica KfW. In Finlandia attraverso agenzie di investimento pubblico come Sitra. Negli Usa attraverso agenzie di innovazione come Darpa, ma anche grazie al programma Small Business Innovation Research che attraverso attività di procurement crea un mercato per le piccole imprese più innovative. In Italia non esiste nulla del genere, nessun ente serio preposto all’innovazione. La Cdp non è mai stata messa in condizione di diventare una vera banca pubblica come quelle che operano in Cina, in Germania e persino in Brasile. Si è scelto di dare alla Cdp soltanto un ruolo di prestatore e investitore di ultima istanza, che sussidia più che investire. Il prevalere dei sussidi sugli investimenti ad alto rischio ha finito per aumentare l’apatia del sistema invece che svegliarlo dal suo sonno. La politica pubblica dovrebbe creare addizionalità, ossia intervenire laddove il credito privato non ha coraggio di andare. Agendo come investitore di prima istanza può in seconda battuta attrarre finaziamenti privati risvegliando quel famoso spirito animale di cui parlava Keynes.
Se analizziamo come funziona il debito in Italia, chi presta a chi e come, riusciamo a capire quali siano i grandi problemi italiani e che tipo di soluzioni attendano. Dobbiamo chiedere al governo una vera politica di crescita che crei addizionalità e riassegni con autorità al settore privato il suo compito primario: assumersi il rischio di investire in nuove opportunità piuttosto che continuare da una parte a lagnarsi di lacci e lacciuoli burocratici e dall’altra a domandare sussidi pubblici a gran voce.
L’autrice ha scritto Lo Stato Imprenditore ( Laterza) ed è Professor in the Economics of Innovation, University of Sussex.

→  maggio 11, 2016


Intervista di Liana Milella a Roberto Scarpinato

“Se non capisci come funziona il gioco grande… sarai giocato”. Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, toga famosa per le sue indagini sulla mafia, è convinto che i magistrati “debbano” esprimersi sul referendum non solo perché “è un nostro diritto “, ma per la futura valenza che la riforma comporta.

Il vice presidente del Csm Legnini (e altri con lui) dice che i magistrati non devono impegnarsi nella campagna referendaria perché finirebbero nella contesa politica. Che ne pensa?
“Mi permetto di dissentire. Forse a tanti non è sufficientemente chiaro quale sia la reale posta in gioco che travalica di molto la mera contingenza politica. A mio parere siamo dinanzi a uno spartiacque storico tra un prima e un dopo nel modo di essere dello Stato, della società e dello stesso ruolo della magistratura. Nulla è destinato a essere come prima”.

Cosa potrebbe cambiare nel futuro rispetto al passato?
“A proposito del passato mi consenta di partire da una testimonianza personale. Tanti anni fa ho deciso di lasciare il mio lavoro di dirigente della Banca d’Italia e di entrare in magistratura perché ero innamorato della promessa-scommessa contenuta nella Costituzione del 1948 alla quale ho giurato fedeltà “.

E quale sarebbe questa “promessa-scommessa “?
“Quella scritta nell’articolo 3 di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. Era uno straordinario programma di lotta alle ingiustizie e un invito a innamorarsi del destino degli altri. La Repubblica si impegnava a porre fine a una secolare storia nazionale che Sciascia e Salvemini avevano definito “di servi e padroni” perché sino ad allora intessuta di disuguaglianze e sopraffazioni che avevano avuto il loro acme nel fascismo e nella disfatta della seconda guerra mondiale”.

Sì, però l’attuale riforma costituzionale si occupa solo della seconda parte della Costituzione e lascia intatta la prima sui diritti. Cosa la turba lo stesso?
“La seconda parte è strettamente funzionale alla prima. Proprio per evitare che la promessa costituzionale restasse un libro dei sogni e per impedire che il pendolo della storia tornasse indietro a causa delle pulsioni autoritarie della parte più retriva della classe dirigente e del ritardo culturale delle masse, i padri costituenti concepirono nella seconda parte della Costituzione una complessa architettura istituzionale di impianto antioligarchico basata sulla centralità del Parlamento e sul reciproco bilanciamento dei poteri”.

E perché tutto questo coinvolgerebbe le toghe? Realizzare la promessa non era compito della politica?
“All’interno di questo disegno veniva affidato alla magistratura il ruolo strategico di vigilare sulla lealtà costituzionale delle contingenti maggioranze politiche di governo”.

Un’affermazione forte… Ma di quale vigilanza parla?
“I giudici, tra più interpretazioni possibili della legge ordinaria, devono privilegiare quella conforme alla Costituzione e, se ciò non è possibile, devono “processare la legge”, cioè sottoporla al vaglio della Consulta. La magistratura italiana quindi è una “magistratura costituzionale” e, in quanto tale, la sua fedeltà alla legge costituzionale è prioritaria rispetto a legge ordinaria. È una rivoluzione copernicana del rapporto tra politica e legge di tale portata che a tutt’oggi non è stata ancora metabolizzata da buona parte della classe politica che continua a lamentare che la magistratura intralcia la governabilità sovrapponendosi alla volontà del Parlamento”.

Con la riforma Renzi questo equilibrio potrebbe saltare?
“Alcune parti di questa riforma si iscrivono in un trend più complesso. Oggi tutto ciò rischia di restare solo una storia terminale della prima Repubblica, perché quello che Giovanni Falcone chiamava “il gioco grande”, si è riavviato su basi completamente nuove. Alla fine del secolo scorso, a seguito di fenomeni di portata storica e mondiale, sono completamente mutati i rapporti di forza sociali macrosistemici che furono alla base del compromesso liberal-democratico trasfuso nella Costituzione del 1948. Lo scioglimento del coatto matrimonio di interessi tra liberismo e democrazia ha messo in libertà gli “animal spirits” del primo che ha individuato nelle Costituzioni post fasciste del centro Europa una camicia di forza di cui liberarsi”.

Un attimo: cosa si sarebbe rimesso in moto?
“Si è avviato un complesso e sofisticato processo di reingegnerizzazione oligarchica del potere che si declina a livello sovranazionale e nazionale lungo due direttrici. La prima è quella di sovrapporre i principi cardini del liberismo a quelli costituzionali trasfondendo i primi in trattati internazionali e trasferendoli poi nelle costituzioni nazionali. Esempio tipico è l’articolo 81 della Costituzione che imponendo l’obbligo del pareggio di bilancio impedisce il finanziamento in deficit dello Stato sociale e trasforma i diritti assoluti sanciti nella prima parte della Costituzione in diritti relativi, cioè subordinati a discrezionali politiche di bilancio imposte da organi sovranazionali spesso di tipo informale e privi di legittimazione democratica. La seconda direttrice consiste nel trasferimento dei centri decisionali strategici negli esecutivi nazionali incardinati ad esecutivi sovranazionali, declassando i Parlamenti a organi di ratifica delle decisioni governative e sganciandoli dai territori tramite la selezione del personale parlamentare per cooptazione elitaria grazie a leggi elettorali ad hoc. Il gioco dialettico tra maggioranza- minoranza viene disinnescato grazie a premi di maggioranza tali da condannare le forze di opposizione all’impotenza”.

Questo è uno scenario politico. Perché ciò dovrebbe interessare la magistratura?
“Se muta la Costituzione, cioè la Supernorma che condiziona tutte le altre, rischia di cambiare di riflesso anche la giurisdizione. La magistratura già oggi è sempre più spesso chiamata a farsi carico della cosiddetta legalità sostenibile, cioè della subordinazione dei diritti alle esigenze dei mercati, e quindi delle forze che governano i mercati. L’articolo 81 della Costituzione ha costituzionalizzato il principio della legalità sostenibile che si avvia a divenire una norma di sistema baricentrica del processo di ricostituzionalizzazione in corso. La conformazione culturale della magistratura al nuovo corso potrà essere agevolata dalla possibilità di minoranze, trasformate artificialmente in maggioranze grazie al combinato disposto dell’Italicum e di alcune delle nuove norme costituzionali, di selezionare i giudici della Consulta e la componente laica del Csm”.

Cosa direbbe a un giovane magistrato oggi indeciso se impegnarsi nella campagna referendaria?
“Che se non capisci come funziona il gioco grande, sarai giocato. Da amministratore di giustizia rischi di trasformarti inconsapevolmente in amministratore di ingiustizia”.

→  febbraio 11, 2009

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da Peccati Capitali

C’é rapporto tra Carlo De Benedetti che lascia gli incarichi operativi nelle aziende che ha creato, e il clima politico seguito alla grande crisi finanziaria? In una prima fase, anni ’70 e ’80, Carlo De Benedetti é stato il simbolo di un capitalismo nuovo per il nostro Paese, trasgressivo verso l’establishment dei salotti buoni e aggressivo nel cogliere le opportunità delle prime liberalizzazioni: chiamato a raddrizzare le Fiat, ne esce dopo 100 giorni sbattendo la porta, salva l’Olivetti, espugna in Francia la Valeo, sfida Craxi sulla Sme e Berlusconi in Mondadori, lancia un’OPA sul Credito Romagnolo, rompe con Omnitel il monopolio Telecom.

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