Quanti dolori nel nome della Freedom

ottobre 10, 2010



Patty Berglund, la protagonista di Freedom di Jonathan Franzen, si domanda se la sua vita non sarebbe stata differente se avesse interrotto la lettura di Guerra e Pace prima di arrivare alle pagine in cui Natasha Rostova, destinata a Pierre, s’innamora del suo amico il Principe Andrei. Forse, pensa, non avrebbe ceduto all’attrazione per Richard Katz, il trasgressivo cantante rock, l’esatto opposto del suo amico del cuore Walter. E’ Walter quello che Patty sposa, ma quell’attrazione rimane sepolta nel suo cuore, dovranno passare trent’anni perché esploda.

Questa riflessione Patty la fa nell’autobiografia che scrive su suggerimento del suo psicanalista e che del libro è la più appariscente invenzione: per lo spazio che occupa, – quasi un terzo, tutta la prima parte dopo un prologo e l’ultima prima dell’epilogo – e perché è un’autobiografia in terza persona, un gioco a nascondino in cui Patty ”é” Franzen. Singolare aver posto l’identificazione all’interno di un lavoro psicanalitico, che invece consiste proprio nel guardare se stessi e non lasciarsi reificare nelle proiezioni sugli altri, per riuscire a vivere anziché essere vissuti. Singolare aver scelto per oggetto dell’identificazione l’eroina di Tolstoj, quando la psicanalisi nascerà proprio per dare alle angosce dell’uomo romantico uno strumento di liberazione.

La libertà, dunque, tanto stentoreamente enunciata nel titolo quanto sapientemente pervasiva del romanzo, dove il tema è tenuto perlopiù sottotraccia. Si é già molto scritto del libro. Dell’architettura in cui Franzen dispone l’alternarsi dei tempi del racconto e l’intrecciarsi delle storie dei personaggi. Delle tecniche, quella per così dire cubista con cui scompone e ricompone i piani di pensieri ed emozioni, quella iperrealista con cui “vividamente e granularmente” li rappresenta. Della capacità di scandagliare i segreti equilibri del desiderio sessuale nella donna, il suo umbratile virare tra attrazione e repulsione, soddisfazioni e rinunce. Della seduzione di uno scritto dove non c’è pagina in cui non ci sia almeno una frase che si rilegge e si vorrebbe ricordare. Solo a libro chiuso il romanzo si svela al lettore come un lungo saggio sul tema della libertà, sulle difficoltà e sofferenze e incerti esiti della tensione per inseguirla.

Libertà dal determinismo dei geni: quelli dell’uomo che la madre ebrea di Patty ha sposato perché wasp, e cui ora attribuisce gli insuccessi dei figli. Quelli della cupa eredità svedese del nonno di Walter che aveva creduto di vedere realizzato negli USA il suo sogno di libertà: “ La personalità che alimenta il sogno di una libertà senza limiti, è anche quella che, se il sogno non si avvera, è predisposta alla misantropia e alla rabbia”.

Libertà nell’America di Bush e Cheney, con la guerra a esasperare le contrapposizioni tra democratici e repubblicani, nel Paese e dentro le famiglie. Joey, il figlio dei liberal Patty e Walter, si lascia convincere dal neo-straussianismo in voga, da chi pensa che quella sia “una strana sorta di guerra in cui, a meno di errore di arrotondamento, i soli morti sono dall’altra parte”, dai facili guadagni che può fare lavorando per la Halliburton. Ma dei soldi della Halliburton ha bisogno anche Walter per realizzare il suo sogno ecologista: arriverà a invidiare lo statalismo europeo e a pensare che “la ragione per cui il sistema in questo Paese non può essere cambiato [giri] tutta intorno alla libertà”. In realtà, nell’America di Franzen (e in Italia? urge traduzione) la contrapposizione tra liberal e conservatori non è tanto sui principi politici quanto sulla presunzione di superiorità: “C’era sempre stato qualcosa di non completamente giusto nei Berglund” si dicevano i vicini di casa, che vedevano in loro “il tipo di quei super-colpevoli di sinistra che hanno bisogno di perdonare tutti in modo che possa essere perdonata la loro buona fortuna, quelli a cui manca il coraggio del loro privilegio”. Quelli che si interrogano “come rispondere a una persona povera e di colore che ti accusa di distruggere il suo quartiere”.

Libertà del cantante rock Richard tra momento creativo e successo commerciale; tra ragazzine usa e getta e Patty, l’amore di trent’anni.

Libertà sessuale, la più elementare delle libertà, “gli universali gradini ascendenti del sesso, [così] impersonali o pre-personali”. Libertà del desiderio e dal desiderio, attrazione e ripulsa, soddisfazione e rinuncia.

Libertà quella, tutta americana, della natura e dei grandi spazi. Per il nonno di Walter “l’America era la terra della libertà non svedese” il posto “degli spazi aperti dove un figlio può ancora immaginare di essere speciale”. Walter – “più verde di Greenpeace” – questa natura la vuole salvare e preservare: la prima volta che porta Patty a cena, la corteggia parlandole del Club di Roma. Riesce a convincere un mecenate a finanziare un trust per la protezione del Cerulean Warbler, “non solo una bella creatura, ma l’uccello canterino che sta più rapidamente sparendo in America”, un batuffolino di piume che ogni anno vola migliaia di chilometri per andare a nidificare sempre negli stessi posti, dove rischia o di trovare cemento al posto dei boschi, o di cadere vittima di gatti e predatori. Il “buon” Walter si convince, e cerca di convincere, che, per avere domani riserve naturali protette è necessario consentire oggi l’apertura di miniere di carbone a cielo aperto, quindi delocalizzare famiglie, quindi offrire loro occasioni di lavoro, quindi sponsorizzare un’iniziativa industriale: che poi è una fabbrica di corazze da mandare in Irak.

Giunto al bordo dell’assurdo Walter si ritrae: la crescita senza limiti non è sostenibile, la sola soluzione per la sopravvivenza è rinunciare alla libertà di avere figli. Ma anche rinunciare alla felicità: per Lalitha, la bella, giovane, innamorata bengalese, che lo accompagna in questa crociata e con cui ha assaporato l’amore senza limiti e senza rimorsi, la strada della felicità finisce con l’albero contro cui si schianta.

Alla fine tutte le tessere del mosaico sembrano ricomporsi: Joey, il figlio di Patty, si ricongiunge con la moglie Connie, dona ai veterani di guerra i guadagni fatti vendendo pezzi di ricambio arrugginiti all’esercito in Irak, diventa un finanziere di successo. La sorella Jessica moderatamente lo invidia, ma segue la sua strada dedicandosi “come suo padre a un’impresa declinante, minacciata e poco profittevole” quale le pubblicazioni letterarie. Patty mette d’accordo i parenti nello spartirsi l’eredità del padre. Richard Katz diventa il sagace gestore della irresistibile rock star che era stato (ma legge Thomas Bernhard, forse per lui si può sperare di meglio). I litigi con i vicini si compongono; e Patty conosce con Walter la tranquilla serenità che avevano inseguito per tutta la vita. La conquista della libertà coincide con l’approdo al lieto fine? La psicanalisi è il contesto in cui si svolge tanta parte del libro: non quella delle origini, che porta il paziente ad accettare la precarietà dell’ego in bilico tra le pulsioni dell’inconscio e le punizioni del super-io, ma la sua versione americana, che mira a integrare in qualche modo l’individuo nella società. Per alcuni sarebbe questo lieto fine, là dove la scrittura si fa mielosa, a svelare la vera natura del libro: Adorno avrebbe avuto ancora una volta ragione.

Patty ritorna da Walter dopo 6 anni, e dopo 555 delle 562 pagine del libro. Ma a dirci quale sia il “lieto fine” secondo Franzen sono le ultime 50 righe. Inaspettatamente per i loro vicini, ma meno per il lettore, i Berglund si spostano a NewYork e lasciano la casa sul “lago senza nome” con il suo carico di simboli e di storie. Operai erigono una rete protettiva intorno a tutta la proprietà perché sia riserva per gli uccelli, divelgono dalla casa gli infissi perché ci possano nidificare gufi e rondini. Recinto e denudato è il luogo della libertà.

Freedom
di Jonathan Freedom
Editore Farrar Straus Giroux
pp. 562

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di Francesco Pacifico – La Domenica del Sole 24 Ore, 26 settembre 2010

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