Le mie obbiezioni a Enel che resti integrata

settembre 20, 1994


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Non stupisce che il dibattito sull’Enel si stia infiammando, come già accadde all’epoca del processo opposto nel 1962: qui sono davvero in gioco i poteri forti, e la linea del fuoco corre per tracciati che possono anche non seguire quelli degli schieramenti politici: a volte neppure quelli delle posizioni ideologiche.
Ci sono tuttavia alcune premesse sulle quali tutti dovrebbero convenire: la prima, che il business elettrico consta di tre aree con specificità proprie – produzione, trasmissione e distribuzione- e che se ne deve pretendere l’ unbundling contabile, come concordemente richiedono Autorità antitrust e autorità comunitarie; la seconda, che l’assetto del sistema energetico è di fondamentale importanza per il futuro a lungo termine di un paese industriale.

Ogni progetto ha un obbiettivo; qui si dichiara quello assunto: scopo della privatizzazione è la liberalizzazione del mercato. Quindi si argomenta:
1. che si ha mercato solo quando una pluralità di clienti possono accedere a una pluralità di fornitori;
2. che quando sussistono situazioni di monopolio naturali, dovuti in questo caso alla localizzazione fisica degli utenti, la possibilità di confrontare più fornitori è un sostituto ragionevolmente accettabile della possibilità di scegliere;
3. che la condizione di concorrenza, per non essere teorica, deve limitare le posizioni dominanti, e ridurre la barriera d’ingresso del new-comer rispetto all’incumbent;
4. che ci si intende collocare nello spazio economico e politico dell’Ue, la cui Commissione, in un suo recente documento (14 Settembre), afferma: «Solo un mercato aperto in cui gli acquirenti di energia possono scegliere i fornitori più efficienti è in grado di generare prezzi competitivi».
Si può essere o non essere d’accordo. In caso affermativo l’unica soluzione è: mettere sul mercato fin dall’inizio separatamente diverse società di produzione e diverse società di distribuzione, mantenendo unitaria la rete di trasmissione, eventualmente soggetta ai vincoli della golden share. Le altre soluzioni proposte non raggiungono l’obbiettivo, e a esse è preferibile lasciare le cose come stanno. Come partitim si intende dimostrare.
1. Mantenere l’Enel come società integrata, lasciando al libero mercato il soddisfacimento delle future necessità di potenza, come oggi avviene per le fonti rinnovabili. La soluzione inizierà ad avere effetto solo oltre il Duemila, e ogni nuovo entrante si troverà di fronte al monopolio di fatto, con il quale avrà interesse a colludere. Nessuna possibilità di confrontare le performance dei distributori né di usare lo strumento contrattuale per forzare la riduzione dei differenziali oggi esistenti (a titolo di esempio a Milano circa 32 L/kWh, a Napoli oltre 80).
2. Tripartire l’Enel, mettendo in borsa le singole società. Stesse obbiezioni, con in più quella che, la redditività relativa delle singole società derivando da ripartizioni contabili non validate dal mercato (e quindi dall’azionista), il prezzo di borsa sconterebbe, in diminuzione, questa incertezza.
3. Mettere in Borsa l’Enel così com’è. Supera almeno le incoerenze della seconda soluzione e la finzione (e i rischi) della prima. La ‘privatizzazione’ metterebbe a segno il non ambito record di avere dato vita al più grosso monopolio privato di tutto il mondo occidentale. Dato poi che da tale operazione non ci si può attendere nessuna economia produttiva, in realtà si vende a pronti una redditività a termine. Perché allora cedere questo utile a chi lo può ‘acquistare’ rispondendo all’Opv, quando l’identico utile può restare ripartito tra tutta la collettività, cui dall’operazione non deriva nessun beneficio da maggiore efficienza?
Chi non condivide l’obbiettivo indicato all’inizio, o ritiene che l’unica soluzione a esso coerente comporti rischi o inconvenienti, dovrebbe chiedere il mantenimento dello status quo: in fondo, non era parsa una soluzione sbagliata 32 anni fa (a parte il valore e l’impiego dell’indennizzo…), né si può onestamente dire che i risultati siano stati così negativi da imporre un cambiamento comunque.
L’unica soluzione coerente con l’obbiettivo è quella sopra ricordata: essa offre un’ampia modularità di scelte: sul numero dei blocchi di produzione e di distribuzione, sui criteri di ripartizione (per tecnologie, per localizzazione geografica), sui rapporti con le società municipali di distribuzione esistenti, sulla dimensione da lasciare alla restante ‘E-nel produzione’ perché possa competere sul mercato euro-
peo (e soddisfare i desideri di investimento di eventuali nuclei stabili di riferimento). Ricordando tuttavia che è la gal-
lina del mercato unico che fa l’uovo di una grossa società di produzione; nel caso contrario il grosso uovo rischia di non schiudersi mai: fuor di metafora, che il processo corretto è da grande mercato a grande impresa, e non viceversa.
Questa soluzione ha anche una o più varianti gradualiste, come quella illustrata da Luigi Abete in Senato: si stabilirifica a regime) dipende il successivo valore dell’azione. Quanto maggiore la loro indeterminatezza, tanto maggiore lo sconto che il sottoscrittore richiederà. E poi chi è disposto a scommettere con danaro proprio che lo Stato sia un contraente affidabile nella puntuale osservanza di quanto pattuito? Per rendere operativa la soluzione proposta è essenziale un’Autorità che sia veramente tale, per ampiezza di delega e per capacità e volontà di usarla. Ma tant’è, o si vuole imporre trasparenza all’interno di rapporti oggi indistinti, e regolarli promuovendo incrementi di efficienza, o è meglio lasciar tutto com’è. Nessuna autorità amministrativa ha forza, competenza e conoscenze per contrastare poteri economici così grandi se non può porre questi poteri in competizione tra loro.
È altresì necessaria una netta separazione di ruoli. Al governo (e quindi al ministero) la politica nazionale, in particolare la scelta delle fonti energetiche, della politica tariffaria come strumento di efficienza allocativa, le decisioni di creare nuova capacità produttiva, gli obbiettivi generali di programma. All’Antitrust di salvaguardare quel bene pubblico che è la concorrenza e la libertà di mercato, anche riguardo a integrazioni verticali tra produttori di macchinari e di energia. Alla nuova Autorità i rapporti tra fornitori e utenti: quindi la determinazione dei corrispettivi di servizio anche in funzione dei livelli qualitativi, la loro metodologia di aggiornamento, gli indennizzi agli utenti, l’introduzione di meccanismi tariffari più flessibili (ad es. tariffe multiorarie), in generale l’efficienza produttiva (una centrale non cambia il suo rendimento termico a seconda che la proprietà sia pubblica o privata, ma il rendimento medio Enel è del 38 per cento, mentre oggi si fanno centrali con rendimento energetico del 50 per cento). Infine anche la rete, cui sarebbe demandato il rigoroso controllo sulle riserve di potenza.
Resta, unica obbiezione se si accetta l’obbiettivo iniziale, quella dei tempi di incasso. Infatti nessuna società è quotabile (certamente non all’estero) se non ha alle spalle almeno un paio di esercizi con bilanci certificati. L’unica fonte di cassa a breve sarebbero quindi le centrali di produzione vendute a privati investitori.
Se si vendesse il 50 per cento della capacità installata si tratterebbe di una cifra dell’ordine di 6 mila Mld (probabilmente di più), cui potrebbero aggiungersi i proventi della vendita di qualche società di distribuzione acquistata da municipalizzate di cui si decidesse contestualmente la quotazione. È meno di quanto il Tesoro si aspetta: ma sussiste comunque la difficoltà di fare assorbire al mercato un collocamento dell’ordine di 30 mila Mld, ancor più in contemporanea ai collocamenti Stet ed Eni. Ci sono poi i tempi tecnici (anche derivanti da obblighi legislativi) per procedere alla separazione delle altre attività. Non senza considerare che il prezzo di cessione non può che avvantaggiarsi da una corretta definizione dei confini, e forse anche da una vendita articolata.
Tutto considerato, un tempo di 2-3 anni è probabilmente comunque necessario. Ma soprattutto, come si diceva all’inizio, da queste decisioni dipende il nostro futuro di paese industriale: questo non può essere subordinato a esigenze di bilancio, per pressanti che siano. Quello che è certo che non deve essere subordinato a interessi, costituiti o in attesa di costituirsi. Come si vede, sono tanti.

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