La socializzazione dell’economia è una boiata pazzesca. Lezioni di mercato alla prof Mazzucato

luglio 4, 2020


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Serve aumentare la concorrenza, facilitare la traduzione di idee in imprese, ridurre, se non le imposte che paga chi crea ricchezza, almeno il costo di chi la “socializza” e delle sciocchezze che fa

“Quando l’economia è in crisi, a chi chiediamo aiuto? Non alle aziende, ma allo Stato. Ma quando l’economia va bene, ignoriamo i governi e lasciamo che le aziende si prendano i benefici”. Colpisce, in questa prima frase del nuovo articolo di Mariana Mazzucato pubblicato sul New York Times il 1°Luglio, che dopo il punto va a capo. Mentre avrebbe dovuto mettere due punti: e concludere “e ricomincino a pagare le tasse”.

Lo Stato è il monopolio territoriale della violenza legittima, per proteggere i cittadini da nemici esterni e da criminali interni. Inoltre allo Stato chiediamo di organizzare e fornire servizi universali, sanità, istruzione, welfare. Per questo gli diamo circa il 50 per cento della ricchezza che produciamo, e, pagandole, contribuiamo a rendere sostenibile l’immane debito che i governi hanno contratto. “In quest’ottica solo le imprese creano valore”, scrive la Professoressa: potrà non piacerle, ma è esattamente così che funziona, produrre profitti è responsabilità delle imprese, e pagare le relative tasse. Per lei è motivo di scandalo, per le imprese causa della sensazione di restare in credito.

Cita gli aiuti che la Federal Reserve erogò alle banche durante la crisi del 2008 per evitare il melt down. Li diede la FED, e i cittadini non ebbero dubbi che quei soldi erogati dalla banca centrale fossero soldi loro. E non sono solo loro: se ha dei dubbi, la professoressa provi a chiedere ai cittadini dei “paesi frugali” di chi pensano siano i soldi con cui la BCE compera il debito italiano per tener bassi i tassi: o quelli che l’Unione Europea si appresta a prendere a prestito dal mercato.

L’assicurazione contro eventi estremi – calamità: alluvioni, terremoti, epidemie – è verosimilmente la ragione per cui lo Stato esiste: dai tempo di Hobbes tendiamo a pensare che sia così. Anche per la buona ragione che non è che lo Stato si passa chiamare totalmente fuori da calamità e crisi. Se ci sono alluvioni, c’è il dissesto idrogeologico a cui non si è posto rimedio; ci sono i terremoti ma anche case costruite senza ottemperare alle norme o sui declivi dei vulcani. Quanto al Codid-19, su tante morti indaga la magistratura, e potrebbe (dovrebbe) anche farlo sul razionamento dei tamponi. E quanto alla crisi dei subprime, le cause furono in parte dovute a politiche governative per la casa a tutti, in parte a norme inadeguate: altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di emanare la legge Sarbanes Oxley.

Mazzucato continua a ripetere la storia di Internet e del GSM: ma cos’è il, pur grande, valore di questi strumenti restituiti alla società a fronte di quanto sono costate alle imprese le guerre, fredde e calde, pagate dai contribuenti? E poi, il “valore” era li fermo o lo hanno creato Google e Uber con la loro pulsione di fare profitti battendo la concorrenza sul tempo?

Ma torniamo al Covid-19: qui non stiamo affatto socializzando le perdite. Qui stiamo evitando che si determinino fallimenti (con le conseguenze sociali che ne deriverebbero) in conseguenza di una scelta, giustificata finché si vuole, ma collettiva, di imporre a cittadini e imprese il lockdown. Per motivi indipendenti dalla loro volontà, interi comparti sono a rischio.

Sulle condizionalità sugli aiuti dati alle imprese, per essere sicuri che essi vadano solo a evitare licenziamenti e a finanziare investimenti, nessuno obbietta nulla. Ma c’è chi vorrebbe sfruttare l’occasione per ridefinire – direttamente o indirettamente – gli assetti proprietari: e questo è tutt’altra cosa. Se è questo che pensa, lo dica. E sappia che questo desta allarmi e induce rifiuti nel Paese che si è dovuto indebitare per pagare i guasti lasciati dallo “Stato imprenditore” .

Con la Professoressa (e ahimè non solo con lei) sempre lì andiamo a cadere. Se lo Stato (oggi) possiede aziende che fanno profitti, ciò non toglie che queste siano sempre un’anomalia. Per la loro stessa presenza riducono la concorrenza; per il fatto di essere pubbliche devono adottare pratiche che mirano ad altro che il massimo dei profitti: quando va bene, alla spartizione dei posti.

“Dovremmo socializzare i successi”, scrive la Professoressa: è quello che fanno le imprese pagando le tasse,. Il problema è aumentare i successi: e questo vuol dire aumentare la concorrenza, facilitare la traduzione di idee in imprese, ridurre, se non le imposte che paga chi crea ricchezza, almeno il costo di chi la “socializza” e delle sciocchezze che fa.


We Socialize Bailouts. We Should Socialize Successes, Too.

di Marianna Mazzucato, New York Times – 1 luglio 2020

Governments have spent trillions in tough times without creating structures that turn short-term fixes into a more inclusive economy.

When the economy is in crisis, who do we turn to for help? Not corporations — it’s governments. But when the economy is flourishing, we ignore governments and let corporations soak up the rewards.

This was the story of the 2008 financial crisis. A similar story is unfolding today. Governments have spent trillions on stimulus packages without creating structures — like a citizens’ dividend, which would reward public investment — that turn short-term remedies into the means for an inclusive, sustainable economy.

This gets to the heart of what fuels inequality: We socialize risks but privatize rewards. In this view, only businesses create value; governments merely facilitate the process and fix “market failures.”

The coronavirus crisis offers a chance to change this dynamic and demand a better bargain. But to do so, we must redefine the concept of value itself. Until now, we have confused price with value — and that confusion has propelled inequality and warped the role of the public sector.

Our understanding of value has come from the policymakers and economists who view it as a matter of exchange: Essentially, only something with a price is valuable. This approach overvalues goods and services with a price tag — which in turn make up a country’s gross domestic product, the driver of public policy. This has perverse effects. A coal mine that spews carbon into the atmosphere increases G.D.P., and so is valued. (The pollution it causes is not taken into account.) But the care given to children by their parents at home doesn’t carry a price, and so is not valued.

This works at the individual level, too. People earning a lot of money appear to be very “productive.” In 2009 Lloyd Blankfein, the chief executive of Goldman Sachs, claimed that the bank’s workers were “among the most productive in the world.” He said so only a year after the 2007-08 financial crisis — and a year after the firm had received a $10 billion bailout from the government (later paid back).

Clearly, value is not best measured by price or payment. What’s more, governments create value every day, from which citizens and businesses benefit. They benefit from “basic” structures like highways, education and other essential goods and services, but also from the technologies that shape our economy.

Public financing of research and development helped bring us innovations like the GPS technology that powers Uber and the internet that makes Google possible. The same is true for many blockbuster drugs, which received high-risk early research funding from the government, and renewable energy sources like solar and wind, which were also funded by taxpayers in their development. Indeed, so was fracking.

This is why something like a citizens’ dividend — where citizens own equal shares in a fund tied to the national wealth — would transform the story of government intervention and create a more equitable economy. By giving the population a direct stake in the value that a country produces, it would help establish a better system: Public investments for businesses and research would also produce rewards for citizens. That would help to reduce inequality — and socialize both risks and rewards.

Since 1982, for example, Alaska has been paying a citizen’s dividend through its oil-based Permanent Fund. The state is among the most equal in the country. And in California, Gov. Gavin Newsom has called for a “data dividend” to be paid to the state’s citizens for the use of their personal information — fitting for a state that houses tech billionaires who could not have made their money without public investments.

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