Il mercato? È a sinistra. Parola di padrone

marzo 16, 1994


Pubblicato In: Varie


intervista di Alessandro Gilioli

Che cos’hanno in comune Gianni Agnelli, Carlo De Benedetti e l’ar­civescovo di Torino Giovanni Saldarini? Il collegio senatoriale. Il 27 Mar­zo voteranno tutti e tre nel «Torino 1», quello in cui si confronteranno il leghista Gipo Farassino, il centrista Valerio Zanone e il progressista Fran­co Debenedetti.

Debenedetti ha 61 anni, è fratello di Carlo, fino a pochi mesi fa occupa­va una poltrona di prima fila all’Oli­vetti, dopo una carriera che lo ha vi­sto negli anni ’70 anche ai vertici del­la Fiat come direttore del settore componenti. È nello stesso schieramento di Fausto Bertinotti (candidato anche lui a Torino, per la Camera) e ogni sette-otto minuti deve spiegare ai giornalisti perché lui, imprenditore, decisamente non comunista, può sta­re accanto a quelli di Rifondazione, e perché un operaio «rosso» può vo­tarlo senza doversi turare il naso.

Allora, Debenedetti: com’è nata questa idea di puntare al laticlavio per conto dei progressisti?

«Ho cominciato a far politica occupandomi di privatizzazioni. Sono sta­to consulente del Comune di Milano, ai tempi della giunta Borghini, per il progetto di privatizzazione della Sea, la società aeroportuale. Poi è venuto l’impegno a favore del referendum sul sistema elettorale promosso da Mario Segni, ho appoggiato la nascita di Al­leanza democratica a Torino e mi so­no battuto per Valentino Castellani sindaco. Così, diverse settimane fa, prima ancora che Silvio Berlusconi decidesse di entrare in campo, il coor­dinatore di Alleanza democratica, Ferdinando Adornato, mi ha chiesto se ero disponibile a candidarmi. Mi sono preso una settimana di tempo, poi ho accettato».

E lei, esperto di privatizzazioni, ha scelto di stare con le sinistre…

«Privatizzare non è soltanto una necessità per lo Stato che vende e incassa, ma è soprattutto un’occasione straordinaria di crescita per l’impren­ditoria privata. Ed è anche una men­talità che deve entrare nel vivo del tes­suto imprenditoriale. Certo, non è fa­cile far vincere questa cultura dopo quasi 50 anni di statalismo imposto dalla Dc e dal Psi».

In questa campagna elettorale parlano tutti di statalismo…

«Sì, Ma attenzione: lo statalismo a cui mi riferisco io non è solo quello del burocrate o dell’assistito. E un co­stume che ha contagiato, eccome, an­che gli imprenditori: il desiderio di es­sere protetto, ammanicato. Per 50 an ni la Democrazia cristiana, prima da sola e poi col Partito socialista, ci ha insegnato che nel gioco del libero mercato c’era un giocatore, lo Stato, che faceva anche da arbitro. Noi avevamo delle normali scarpette da foot­ball, lui aveva le scarpe coi chiodi di metallo. Ora questo giocatore-arbitro è stato finalmente pregato di uscire dal campo, ma intanto ha ceduto le sue scarpe d’acciaio a un altro gioca­tore, che vuol fare anche l’arbitro…».

Ce l’ha con Silvio Berlusconi?

«Io vedo il massimo della continuità fra Berlusconi e lo statalismo del vecchio regime. Berlusconi ha esatta­mente quella mentalità: vuole essere giocatore e arbitro nello stesso tempo. Quando dice, vantandosene, che a garantire la libertà delle sue reti e dei suoi giornalisti ci pensa lui, sen­za rendersene conto lascia capire che non sa distinguere fra arbitro e giocatori. Eh no: non può essere lui, che è parte in causa, a garantire l’impar­zialità. Ci vogliono regole che non di­pendono dal buon cuore di una delle parti»

E se Berlusconi diventasse presi­dente del Consiglio?

«Sarebbe un’offesa alla Costituzione, in contraddizione con tutto il pen­siero liberale dalla Rivoluzione fran­cese in avanti sulla distinzione dei po­teri. Saremmo di nuovo all’arbitro che fa anche il giocatore. Tornerem­mo al peggiore statalismo proprio ora che ne stiamo uscendo. E in questo che si palesa la continuità tra Forza Italia e il vecchio regime».

Berlusconi come la Democrazia cristiana, insomma. A molti invece ricorda Craxi…

«Certo, il riferimento al rampantismo craxiano degli anni ’80 è fin troppo evidente. Mi sembra che a questo proposito si possa citare il titolo di un famoso libro di Walter Benjamin: L’opera d’arte nell’epoca della sua ripro­ducibilità tecnica. Ma quella non era un’opera d’arte».

Silvio Berlusconi però dice: ho amministrato bene la mia azienda, posso amministrare bene anche il Paese. Ha ragione?

«Dato e non concesso che Berlusconi abbia amministrato bene la sua azienda, lei mi dica perché in America non hanno eletto il presidente del­la General Electric al posto di Bill Clinton. O perché il presidente della Bmw non è al posto di Helmut Kohl».

Lo dica lei.

«Perché c’è una grossa differenza fra l’operare in azienda e l’operare politico. Un conto sono le competenze che uno sviluppa in una certa posizione, altro conto è cercare di trasferire la mentalità della propria azienda al governo del Paese. Per esempio: in un’azienda deve vigere un forte principio di autorità che non può essere trasferito alla cosa pubblica. Attenzio­ne, perché l’autoritarismo aziendale trasportato in politica finisce per as­somigliare tanto all’autoritarismo classico della destra estrema. Ecco che allora l’alleanza cosiddetta tecni­ca fra Berlusconi e il Msi nasconde ben altre affinità sotterranee».

Ma non crede che demonizzare Berlusconi serva solo a lui?

«Non si tratta di demonizzarlo. Ma chi promette posti di lavoro per proteggere i propri interessi secondo me insulta i disoccupati. Quando sento parlare di miracolo, quando sento promettere cose incompatibili con il quadro oggettivo del Paese, mi chie­do: Berlusconi su chi vuole scarica­re, poi, le difficoltà? Qui subentra an­cora la mentalità dell’imprenditore statalista che spera di scaricare fuori dall’azienda le sue difficoltà. Ma in­vece di un’azienda bisogna gestire il Paese. E non si può scaricare fuori niente».

Lei, liberaldemocratico, contesta allo schieramento di Berlusconi il nome «polo della libertà»…

«Sì, io lo chiamerei polo di conservazione».

Conservazione di che cosa?

«Delle sue reti, prima di tutto».

A destra dicono che siamo a un nuovo ’48. Nel ’48, però, non c’erano imprenditori come lei nel fron­te delle sinistre…

«Io nel ’48 avevo 15 anni e andavo in giro ad attaccare manifesti per i Comitati civici di Luigi Gedda, facen­do arrabbiare i miei genitori. Ma a parte questo, allora c’erano in gioco valori fondamentali, e soprattutto era da decidere la collocazione interna­zionale dell’Italia. Adesso, per fortu­na, questa necessità non c’è più, sia­mo liberi di votare senza condiziona­menti. No, non siamo al ’48. Caso mai, se devo cercare un riferimento storico, mi viene in mente di più il ’46: la ricostruzione, la necessità di volta­re pagina, di trovare unità per rifare l’Italia».

Però lei si trova accanto a un Bertinotti che gioisce quando sente parlare di sciopero…

«Non credo che Bertinotti intendes­se dire esattamente così. Quando c’è uno sciopero significa che c’è un conflitto, una patologia, una sofferenza. La gente non batte sui tamburi in cor­teo per divertirsi. Non c’è motivo di gioire né per l’imprenditore né per l’o­peraio».

Che cosa direbbe a un operaio in mobilità per convincerlo a votare Franco Debenedetti?

«Prima di tutto deve sapere onestamente che io non sono comunista e non lo sono mai stato. Ma penso anche di potergli di­re che i suoi obbiettivi so­no i miei: uno Stato che ponga l’equità come condi­zione irrinunciabile della propria legittimità».

Questo è un principio generale. Mi dica un esempio concreto…

«Allora le dirò: sono più vicino a Fausto Bertinotti quando chiede meno ora­rio a parità di salario che all’economista di Forza Ita­lia Antonio Martino quan­do indica in 18 milioni an­nui il reddito dignitoso per una famiglia di 4 persone. Certo, a Bertinotti poi do­vrei aggiungere: l’obbietti­vo del minor orario a pari­tà di salario non può esse­re immediato, è una ten­denza in atto da due secoli che dobbiamo cercare di non invertire».

E all’avvocato Agnelli, invece, che cosa direbbe per convincerlo a votarla?

«Credo di non avere bi­sogno di convincerlo… »

Come hanno reagito gli altri imprenditori alla notizia della sua sfida?

«Mi hanno detto che nel­lo schieramento progressi­sta ci dovrebbero essere molti più candidati come me».

Che voto assegna lei, come imprenditore e come candi­dato, a Carlo Azeglio Ciampi?

«Per alcune cose 8, per altre meno, comunque largamente superiore alla sufficienza. Sul tema delle privatizzazioni, per esempio, Ciampi s’è mos­so. Certo poteva fare di più, magari io avrei preso qualche decisione di­versa, ma almeno dopo tanti anni le privatizzazioni sono partite. E non mi sembra poco».

Abbassare le tasse per incentivare le imprese, aumentare così la base imponibile e di conseguenza incremen­tare il gettito. Questa è, in poche pa­role, la proposta fiscale della destra. A lei come imprenditore non fa gola?

«Si tratta della vecchia ricetta di Ronald Reagan, trasportata in Italia, in una situazione economica completamente diversa. Speriamo solo che, se per sventura dovessero applicarla, dia anche risultati diversi, visto che dopo 8 anni di Reagan, abbiamo avu­to la recessione più grave da alcuni decenni, senza ammortizzatori sociali e con un deficit che è andato alle stel­le. Io mi chiedo: abbiamo la possibi­lità di sopportare un aumento del de­ficit come è avvenuto negli Usa?».

Il suo principale avversario il 27 marzo sarà Gipo Farassino. Teme l’onda lunga leghista?

«La principale motivazione di molti elettori della Lega era il desiderio di mandare a casa un ceto politico che nessuno riusciva più a sopportare. E, devo dire, la Lega in questo senso è stata utile. Forse se è scoppiata Mani pulite, se Craxi non siede a Palazzo Chigi, se Forlani non è al Quirinale, lo dobbiamo anche alla Lega. Ora pe­rò lo scenario politico è completa­mente cambiato. E la Lega si è allea­ta proprio con i perpetuatori del vec­chio regime. Anche se, qui a Torino, pare piuttosto innaturale il sodalizio fra la cultura pa­tinata e artificiosa di Berlusconi e lo chansonnier dialettale Farassino».

E dell’altro suo avversa­rio, l’ex sindaco di Torino Zanone, che cosa pensa?

«Lo conosco da molto tempo. Quando mi incon­travo con lui, in casa di amici, su diversi argomen­ti trovavo spesso motivi di accordo. Ma io credo che in politica, quando si deci­de di rinnovare, per prima cosa bisogna cambiare gli uomini. Far mutare rotta a una macchina grossa come la pubblica amministrazio­ne è così difficile che se non c’è un turn-over di uo­mini, non cambierà niente».

In famiglia che cosa dico­no della sua candidatura?

«I miei figli l’hanno pre­sa con molta ironia. Con la mia compagna ne abbiamo dibattuto e ora è lei che gestisce la mia piccola mac­china elettorale».

Suo fratello Carlo?

«A lui non ho chiesto al­cun parere, prima di decidere, perché sapevo che  sarebbe stato tendenzialmen­te contrario. Lui teme soprattutto che io, un doma­ni, possa restare deluso da questa esperienza. Ma quando gli ho detto di aver deciso, è stato straordinariamente affettuoso, mi ha incoraggiato».

Lei che partito votava prima che nascesse Alleanza democratica?

«I partiti che di volta in volta mi da­vano garanzie di fare opposizione. Opposizione ai governi democristia­ni e socialisti, al Caf e alla P2».

Che reddito ha dichiarato sull’ul­timo 740?

«Nel ’92 ho avuto un imponibile di 322 milioni».

Lei è anche uno studioso di sag­gistica. Allora, a quale pensatore dovrebbe ispirarsi l’Italia di oggi?

«Visto che andiamo a lezione di li­bero mercato, direi di cominciare dal­la scuola dell’obbligo: Adam Smith, La ricchezza delle nazioni. Senza di­menticare che esso è preceduto dalla Teoria dei sentimenti morali».

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