Finanziaria: così Tremonti batté le mani a Ciampi

luglio 16, 1994


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


La politica economica del governo Ciampi era assolutamente corretta, ha avuto successo, e va coerentemente proseguita.
Chi autorevolmente lo afferma non è un’opposizione frustrata e nostalgica, ma il ministro delle Finanze del governo Berlusconi: è infatti quanto si ritrova nel documento di manovra economica varato ieri dal governo.

1) «Il governo Ciampi – si legge nel testo ‘Analisi deli-andamento delle entrate tributarie’ – ha fondato la sua politica fiscale proprio sull’idea base della riduzione della pressione fiscale… Diversamente, questo governo ha l’ obbiettio più rigoroso di mantenere invariata la pressione fiscale». Non è esattamente il contrario di quanto avevamo sentito dire in campagna elettorale, e cioè che punto qualificante del Polo delle libertà era proprio di ridurre, sensibilmente e ra-pidamente, la pressione fiscale, invertendo una tendenza che, per il governo Amato avrebbe avuto la giustificazione dello stato di necessità, e che il governo Ciampi avrebbe miope-mente e inutilmente continuata?
2) Dei 40 mila miliardi che la manovra si propone di procurare, solo 5 mila sono necessari per riportare nei limiti il fabbisogno per il 1994. Dopo tanto balletto di cifre, si ha ora conferma che questa è l’entità della manovra necessaria: entità che è la più bassa che si ricordi da moltissimi anni, probabilmente più di 10. La politica di Ciampi viene dunque giudicata valida dall’attuale governo anche che sotto il profilo della adeguatezza di provvedimenti e della stabilità dei risultati conseguiti.
3) Il governo dichiara di non voler ricorrere, per provvedere ai mezzi necessari alla manovra, a nuove imposizioni, bensì da un lato alla riduzione del contenzioso ‘per adesione’, dall’altro e soprattutto con tagli alle spese, segnatamente per sanità e pensioni: la linea Ciampi viene quindi proseguita anche nei mezzi di provvista.
A proposito dell’evasione fiscale, dopo aver pagato i tributi del caso alle «cause morali materiali e soprattutto legali» del fenomeno, e alle ragioni del «fallimento delle azioni antievasione finora intraprese», il governo dichiara di apprestarsi a chiedere strumenti legislativi alternativi alla minimum tax. E preannuncia che essi sono da trovare «in ragionevoli standard di imponibile fiscale… basati sui coefficienti e sugli studi finora redatti, opportunamente elaborati e ponderati». Ma che cosa sono quei «parametri più realistici» di cui parla il decreto se non i «coefficienti presuntivi» di visentiniana memoria, contro i quali Tremonti polemizza da anni?
Abbiamo dunque l’autorevole conferma che quanto è stato affermato in campagna elettorale era appunto propaganda elettorale, o, per aggiornarci nella terminologia, arte varia; che la fantasia riformatrice del pubblicista trova ben pochi spazi quando deve fare realisticamente i conti con il possibile, tra esigenze di bilancio, remote «cause morali e legali», vischiosità della P.A. (comprendendo anche quanto le cronache debbono registrare sulla affidabilità di parte suo braccio militare ispettivo). Ma il disavanzo pubblico formato in gran parte da interessi, quindi dai tassi: e questi li fa largamente il mercato che è sensibile non solo ai fatti ma anche al loro annuncio. Anche gli spettacoli di arte aria hanno un prezzo: va proprio pagato?

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