Ciao privatizzazioni

giugno 18, 2021


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Autostrade a Cdp: le aziende del primo capitalismo oggi sono tutte pubbliche. Peccato

È finita così: la maggioranza assoluta di Autostrade per l’Italia è della Cassa depositi e prestiti (Cdp). Non è stato un esproprio per pubblica utilità, è stata la vendita forzata a un soggetto indicato dal governo. Mai più i Benetton in Autostrade, aveva sentenziato Toninelli: ma l’esito era condiviso dalla quasi totalità delle forze politiche, e non osteggiato, a volte esplicitamente, da larga parte dell’opinione pubblica, imprenditoria privata compresa. Si era suggerito che a comperare fosse il Mef, ciò che avrebbe più facilmente portato a soluzione il vero problema, cioè l’inadeguatezza del concedente a controllare il concessionario; si sarebbe anche potuto frazionare la rete e introdurre concorrenza per confronto. Il premier avrà pensato, non senza ragione, che, con il Pnrr e le riforme, non era il caso di mettere altra legna al fuoco.

Consummatum est. Con Autostrade pubbliche; con l’Ilva destinata alla respirazione artificiale con idrogeno verde e con Alitalia tenuta in vita con quella a euri sonanti; con Finmeccanica relegata a Monfalcone dagli inventori del colbertismo; con Eni dove la transizione energetica avrà falcidiato la fair value delle riserve di petrolio e gas; con Leonardo e Microelectronics saldamente pubbliche: che cosa è rimasto di quell’evento straordinario, la scommessa di suscitare una classe di imprenditori che imparassero a gestire le grandi imprese del primo capitalismo, da cui erano stati esclusi per due generazioni? E che ne sarà di Tim, stretta tra il socio pubblico in conflitto di interessi, Bruxelles sempre più regulatory superpower, e un’opinione pubblica che non le perdona di essere stata la più grande privatizzazione di mercato in tutta Europa?

Oggi le aziende del primo capitalismo, energia, acciaio , trasporti, sono tutte pubbliche, Draghi non può farci nulla. Ora ciò che si deve assolutamente evitare è che capitale pubblico entri nell’azionariato delle imprese del “quarto capitalismo”, le medie industrie che hanno tenuto a galla il nostro paese e da cui oggi ci aspettiamo il recupero di quanto perduto nella pandemia. I passati governi hanno ordinato a Cdp di costituire un fondo “patrimonio dedicato” di 40 miliardi di euro, proprio per investire nel capitale di aziende medio piccole. Quello che ci si attende da Draghi è che annulli quella disposizione: quei 40 miliardi ritornino nella disponibilità della Cassa senza destinazione specifica.

A riavviare le aziende dopo la pandemia non basta il credito bancario: per riprendere a investire bisogna ricostituire il capitale bruciato. Chi immette capitale in una società riceve in cambio diritti di proprietà; che siano azioni o obbligazioni convertibili o altri strumenti equivalenti, poco cambia, conferiscono qualche potere su gestione e su strategie. E qui sta il punto. I governi passati hanno armato la Cdp perché lo facesse: non è la sola soluzione. Esiste un vasto mercato di aziende finanziarie, venture capital, private equity, “angeli”, e c’è un abisso di diversità tra avere per socio lo stato o un altro privato. Perché le aziende finanziarie private non hanno il potere, lo scopo, la storia della Cdp: come le imprese in cui investono, vivono nella concorrenza, sono decine in Italia, centinaia in Europa. Perché per i privati il lavoro è un input della produzione, per il pubblico è invece, dichiaratamente, l’output: c’è sempre il rischio che capitale pubblico finisca “destinato” a mantenere posti di lavoro anche in aziende decotte.

I proprietari di medie aziende che per riprendersi dopo la pandemia necessitano di capitali, o ne sono anche i gestori, o comunque ne controllano, anche gelosamente, gestione e strategie. Sono cresciute per proprio dinamismo, innovando per fare meglio dei concorrenti. Parlano la stessa lingua dei finanziatori privati, anche loro sono in concorrenza, anche loro rischiano. Il loro è un rischio reputazionale: chi fosse, non diciamo scorretto, ma anche solo troppo invadente, ci penserebbero i suoli concorrenti a farlo sapere. E hanno un modello di business congruente, che prevede una exit strategy: non hanno interesse a restare nell’impresa, vogliono uscirne appena è risanata, per reinvestire il capitale.

Mantenere viva e intatta la cultura dell’imprenditoria privata è una priorità esistenziale per il futuro del nostro paese. Inoltre l’economia italiana si gioverebbe grandemente dallo sviluppo di un canale non bancario di finanziamento delle imprese, che convogli a investimenti produttivi l’ingente massa di risparmio investito in depositi bancari o in titoli di stato. Non avverrà se i finanziatori professionali saranno spiazzati dai “capitali dedicati” di Cdp.

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