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Archivio per il Tag »aziende«

→  febbraio 15, 2018


Che il proprietario dell’incumbent – Trenitalia – abbia ritenuto di insegnare a quello del concorrente e newcomer – Italo – la scelta da fare, tra vendere agli americani di Global Infrastructure Partners oppure quotarsi a Piazza Affari, è stato del tutto irrituale, ma senza gravi conseguenze. Grave sarebbe se ora succedesse il contrario, e cioè se il proprietario di Ferrovie non volesse far tesoro (il gioco di parole è irresistibile) di quello che la vicenda ha da insegnare: a lui e all’opinione pubblica.

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→  ottobre 20, 2017


Intervista di Giusy Caretto a Franco Debenedetti

Franco Debenedetti (IBL): la decisione di mettere persone indicate dal Governo nel board di un’azienda privata avrà conseguenze gravi per l’Italia e la sua economia.

La decisione di Golden power non piace a Vivendi, che dopo qualche giorno di quiete, ha deciso di cambiare le carte in tavola e affrontare il Governo italiano in tribunale. La società francese guidata dall’imprenditore bretone Vincente Bollorè farà ricorso al Tar.

Le misure prese da Palazzo Chigi, d’altronde, limitano non di poco i margini d’azione sul gruppo. Pur detenendo le attività di direzione e coordinamento, infatti, Vivendi aveva comunque dei vincoli importanti nelle decisioni su Tim, Sparkle e Tesly.

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→  marzo 28, 2017


Intervista di Gianluca Rotondi

«Ci sono prassi e modalità consolidate per scegliere i consiglieri di amministrazione, le best practice, che valgono per tutte le aziende, quotate o no. In questo caso c’è invece una pratica sbagliatissima di una nomina basata sull’affiliazione politica».
Franco Debenedetti, imprenditore e già senatore in quota Pds e poi Ds, ha fatto parte dei consigli di amministrazione di società, enti e fondazioni e non è stupito dallo scontro intestino che si sta consumando tra renziani e orlandiani sulle nomina nel cda di Hera. Un vizio antico, che si ripete nel tempo.

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→  dicembre 23, 2014


Caro Direttore,
spesso anch’io, come Fubini, ho sostenuto la tesi che occorrerebbe “il vaccino dei privati nelle aziende”: in Senato negli anni “sprecati” dell’Ulivo; e poi in quelli ( sprecati anch’essi?) in cui nel Cda di Iride, l’odierna Iren, cercando di far prevalere i propositi liberalizzatori del sindaco di Torino sull’arcigna difesa della proprietà municipale del sindaco di Genova; e poi ancora in occasione dello sciagurato referendum sull’acqua. Gli obiettivi dichiarati erano efficienza e apertura al mercato, ma i ricordi di Tangentopoli erano troppo vivi per non vedere nella separazione dei ruoli il pubblico a decidere e verificare, il privato ad eseguire anche un mezzo per levare spazio alla corruzione.

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→  ottobre 22, 2014


La rete nei mercati a due versanti studiati dal Nobel Tirole e un’idea per Telecom

Che cosa ha a che fare il nuovo premio Nobel Jean Tirole con la vecchia questione della rete Telecom? Direttamente non molto. Ma la crescita di Big Data crea in Europa problemi di regolazione; la crescita della quantità dei dati da trasmettere crea in Italia problemi di infrastrutture. Il premio dato all’autore di teorie che servono per capire i primi, può essere stimolo a risolvere i secondi: prendendo di petto la questione della rete.

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→  novembre 11, 2013


di Raffaele Bonanni

Caro direttore,
il dibattito innescato dall’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sulle privatizzazioni ci ha riportato indietro nel tempo e precisamente ai primi di giugno del 1992 quando a bordo del panfilo della famiglia reale inglese «Britannia», in una riunione di esponenti della finanza internazionale e del mondo imprenditoriale italiano, si decise di vendere gran parte delle aziende pubbliche (Iri, ma e Imi) per fare cassa, senza alcuna strategia industriale e senza alcun disegno di democrazia economica e di partecipazione dei lavoratori.
Fu, davvero, una occasione perduta perché quelle aziende si sono disperse e hanno una avuto una forte regressione sia sul mercato, sia sul piano occupazionale.
Hanno ragione Alesina e Giavazzi quando sostengono che bisogna abbattere il debito pubblico, riducendo drasticamente la pressione fiscale, giunta ormai a livelli insostenibili per i lavoratori, i pensionati e le imprese.
Ma non è vendendo le poche aziende d’eccellenza a capitale pubblico che si risanano i conti dello stato. Parliamo di grandi gruppi industriali che operano sul piano internazionale, che fanno utili e distribuiscono dividendi persino superiori al loro valore di mercato.
Vogliamo distruggere questo patrimonio umano e professionale come è accaduto per le telecomunicazioni o per gran parte del settore agroalimentare italiano? Non è questa la strada giusta. Lo diciamo fui da ora con fermezza al ministro dell’Economia, Saccomanni: la Cisl si opporrà alla prospettiva di ulteriori privatizzazioni al buio, senza una discussione seria con il sindacato sulle ricadute occupazionali, sulle garanzie degli investimenti e sulla partecipazione dei lavoratori nei luoghi alti della decisione imprenditoriale.
La ricchezza economica di un Paese va salvaguardata non dilapidata. Questo è il compito di chi governa la cosa pubblica. Per abbassare le tasse, l’unica strada possibile è quella di tagliare la spesa pubblica improduttiva. Si cominci con il dismettere subito il patrimonio immobiliare e demaniale che ammonta a circa 400 miliardi di euro. Chiudiamo tutti quegli enti inutili, le troppe società in house piene di debiti delle Regioni e quelle aziende municipalizzate dove si annidano sprechi, ruberie ed inefficienze. Mettiamo sul mercato le micro aziende statali, regionali o comunali mal gestite, lottizzate dai partiti e che non fanno utili. Il governo faccia subito un decreto, imponendo i costi standard a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutte le Regioni, agli enti locali, alla sanità. Riduciamo le consulenze e il numero esorbitante dei dirigenti pubblici spesso strapagati, legati alla politica e senza alcun controllo di merito. Anche noi siamo contrari a ulteriori patrimoniali che rischiano di ricadere solo sulle spalle della povera gente, come è accaduto con le eccessive tasse sulle case. Ma un Paese civile non può consentirsi di tassare la speculazione finanziaria al 20 per cento, meno del denaro «sudato», come avviene in tutta Europa. O di proteggere il gioco d’azzardo online e i videogiochi (che hanno un volume d’affari di 5o miliardi di euro) con una tassazione scandalosa dallo 0,6 al 3% del fatturato. Cerchiamo di favorire gli investimenti esteri in Italia, invece di pensare di vendere grandi aziende come Eni, Enel, Finmeccanica o Poste che producono reddito, ricerca e innovazione. E se il governo ha davvero gli «attributi», come sostiene il presidente Letta, cominci da queste cose e non dalla vecchia ed equivoca ricetta di svendere i «gioielli di famiglia», ciò che fa prestigio, ricchezza e benessere per il nostro Paese.