Vendere la Mole. Perché no?

dicembre 5, 2008


Pubblicato In: Giornali, La Stampa

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Lettera

Caro direttore,
va da sé che sarei favorevolissimo se Torino, come ho letto, «vendesse i suoi gioielli». Il Regio, lo vedo dal balcone di casa; il Politecnico l’ho fatto quando era ancora al Valentino; forse un mio antenato avrà contribuito a raggranellare i soldi per Alessandro Antonelli: non bastarono a terminare il Tempio Israelitico, ma servirono di base per innalzare la Mole fino alla sua stella.

Gli elettori di Torino Centro mi hanno dato tre volte il mandato per il Senato: sarei orgoglioso se la mia città desse esempio di rigore amministrativo, e coprisse i debiti vendendo ai privati beni di proprietà pubblica.

Per la Mole, sarebbe un ritorno alle origini. Per il Borgo Medievale non si capisce che cosa c’entri il Comune con una Disneyland costruita nel 1884, quando Disney (che tra l’altro di nome faceva Elias) non era ancora nato. Il Petruzzelli di Bari è privato; un teatro è stato regalato a un compositore da un re innamorato della sua musica (e forse non solo). Ci sono i van Dyck dei Cattaneo Adorno a Genova, la pinacoteca dei Doria Pamphili a Roma, il Palladio dei Valmarana.
I dubbi sono di natura economica. Chi può avere interesse a immobilizzare capitali in un Borgo Medievale che i vincoli paesaggistici proteggono dal diventare una «Po-land»? Chi in una Mole dove pare improbabile ricavare dei loft in basso e una penthouse vicino alla stella?

Il Comune può darli in concessione a privati, che tra ristoranti, bar, biglietti di ingresso, libri, e foto ricordo, riescano a pagare manutenzioni e un – ahimè simbolico – affitto. Il Regio e i Musei, se ben ricordo, li ha già dati in concessione per alcuni decenni alle rispettive fondazioni.
Scrivo fondazioni con la «f» minuscola, per distinguerle da quelle con la «F» maiuscola, le Fondazioni che continuo a chiamare bancarie. La nomina dei vertici delle «F» maiuscole è pubblica, e il sindaco di Torino ha spiegato come il Comune abbia usato i suoi poteri di «azionista di riferimento» nel rinnovo del consiglio della Compagnia di San Paolo, con l’obiettivo di tutelare precisi interessi della Città.

Le «F» maiuscole sono soci, per giunta fondatori, delle «f» minuscole. Se ora si chiede alle «f» di comperare anche le mura del Regio e del Gam, chi se non le «F» tirerà fuori la maggior parte dei soldi? E se il potere politico chiede ad un soggetto da esso nominato di destinare risorse finanziare nell’interesse del potere politico stesso, non siamo in pieno conflitto di interessi? È un problema che deriva dalla natura ambigua del Fondazioni bancarie, soggetti di diritto privato per legge, di nomina politica di fatto, e che interessa anche la governance delle Banche, di cui le Fondazioni sono azionisti talora decisivi: come è stato nella fusione SanPaolo-Intesa.

Ci sono altri beni del Comune che potrebbero essere venduti. In tutta Italia proliferano le mini-Iri municipali, con controllo blindato da clausole che impongono la maggioranza assoluta in mano al Comune. Invece Sergio Chiamparino, a differenza di quasi tutti i suoi colleghi, si è detto pronto a rendere contendibile il controllo delle «sue» aziende municipalizzate. È questa la strada per trovare risorse per pagare le opere pubbliche che in città si sono fatte e che si vedono. Se Chiamparino ci riuscirà, sarà un altro primato di Torino: un vantaggio per i consumatori, un esempio di buon governo per tutti.

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