Castellani e la marmellata del 1993

maggio 19, 2011


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di Diego Novelli

In un’intervista su “La Stampa” di oggi, 19 maggio, a pagina 9, il mio amico Valentino Castellani spiega come per ben due volte riuscì, nel ballottaggio, a superare il suo concorrente che al primo turno aveva raccolto un maggior numero di preferenze.

Poiché nel 1993 il suo concorrente ero io debbo dire che le cose andarono in modo radicalmente diverso da come le ricorda Castellani. Vale la pena, se non altro per i posteri, ricordare quella vicenda. Non avevo alcuna intenzione di ricandidarmi, anche se il mio nome era stato fatto circolare sui giornali da alcuni dirigenti di Rifondazione Comunista, partito al quale non sono mai stato iscritto. Alla vigilia della apertura della campagna elettorale venne a casa mia il segretario provinciale del Pds, Sergio Chiamparino, per conoscere direttamente il mio pensiero. Gli confermai quello che avevo già espresso, cioè di non ricandidarmi.

Lui mi propose allora di farmi promotore di un’iniziativa per lanciare una nuova candidatura della cosiddetta società civile, facendomi tre nomi: Franco De Benedetti, Mario Deaglio e Valentino Castellani. Accettai subito, ponendo però tre condizioni: chiarezza sui rapporti con il Psi, revisione del Piano Regolatore, impostato dalle giunte precedenti di pentapartito, nessuna discriminazione a sinistra. Per il candidato da lanciare optai per il nome di Castellani, indicato dalla mia giunta negli anni ’80 ed avendolo apprezzato alla guida del Centro di calcolo. Chiamparino si dichiarò d’accordo, chiedendomi otto giorni di tempo per sottoporre la mia proposta al direttivo del suo partito.

Due giorni dopo, senza degnarsi di darmi una telefonata, Sergio, con un’intervista a La Repubblica annunciava la scelta del suo partito: Castellani candidato sindaco, alleanza con i socialisti ed esclusione dalla coalizione dei comunisti, mentre sul Piano Regolatore neanche una parola. Di fronte a questa brusca decisione che segnava una grave frattura a sinistra, fui praticamente costretto a candidarmi su proposta di Rifondazione ed il sostegno di una parte dei Verdi.

Nei quindici giorni del ballottaggio fu scatenata una vera e propria crociata contro di me. Fui accusato di voler chiudere la città allo sviluppo e di voler portare a Palazzo Civico gli “ultimi veterocomunisti sopravvissuti in Europa”.

Conservo un volantino (color giallo, distribuito in 500 mila copie) dove vengono rivolte alle giunte di sinistra che ho presieduto nel decennio ’75-’85 e di cui facevano parte molti dirigenti del nuovo Pds, le più grossolane menzogne. Fui accusato di aver rifiutato 1.300 miliardi per costruire la metropolitana. Di aver bloccato l’edilizia, facendo crollare l’occupazione e facendo aumentare il prezzo delle case. Questa campagna promossa in modo specifico da Alleanza per Torino, una lista patrocinata dal banchiere Enrico Salza e dall’ex presidente del Collegio dei Costruttori De Giuli, fu avvallata in toto dai miei ex compagni del Pci, diventati, dopo la svolta della Bolognina, Cosa1, Cosa2 e poi Pds.

Al primo turno il Pds fu severamente punito dagli elettori torinesi raccogliendo meno del 10% dei voti. Ricordo che alle amministrative del 1980 il Pci aveva raggiunto il 40% dei voti e il sottoscritto 100 mila preferenze. Al secondo turno di quelle elezioni del 1993, onde evitare la minaccia bolscevica rappresentata da Novelli, votavano per Castellani dai fascisti del Msi (come dichiarò pubblicamente il missino Boetti Villanis) alla Lega, passando per i monarchici, i liberali, i socialdemocratici, i democristiani. I voti dei leghisti furono chiesti esplicitamente da Gianni Vattimo (allora uno dei più accesi sostenitori della svolta Chiamparino) a Gipo Farassino. Questa è la vera storia della marmellata politica torinese del 1993.

Post scriptum: i socialisti furono scaricati dalla coalizione che sosteneva Castellani con un fax, all’ultimo momento, dopo il voto della Camera che negava l’autorizzazione a procedere su Craxi.

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