Tutti i difetti degli argomenti usati per parlare del problema bancario

luglio 16, 2016


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Contraddittori, controproducenti, imbarazzanti e omessi

Sul problema bancario è venuto il tempo di un meta-intervento: la mole di quanto è stato argomentato, tra articoli ed interviste, giornali e blog, ciò che bisognerebbe e ciò che non bisognerebbe fare, è cresciuta a tal punto che è necessario procedere a una classificazione.

Argomenti contraddittori.Si riducono tutti all’auspicare da un lato la “ever closer union”, l’Unione fiscale, gli Stati Uniti d’Europa, dall’altro a invitare a sforare i parametri di Maastricht e a non applicare le direttive dell’unione bancaria. L’Europa non ha una Costituzione, non ha una sua propria storia politica, ha solo i trattati. “L’Unione europea si fonda sul principio dello stato di diritto – si legge sul suo sito – ciò significa che tutte le azioni intraprese dall’UE si fondano su trattati”. Senza trattati l’Europa non esiste: è contraddittorio volere più Europa e minare quello del 1992, primo grande passo avanti, e quello che 20 anni dopo è stato salutato come il tanto atteso secondo passo.

Argomenti controproducenti. Una valanga. Ci sono quelli che c’è MPS ma c’è anche Deutsche Bank, i nostri aiuti di Stato e quelli elargiti dagli altri: si parte per dimostrare che un nostro problema è manifestazione di un problema più ampio, e si finisce per accusare di disattenzione o di parzialità le Autorità che dovranno giudicare delle nostre richieste. Crediti deteriorati sono cosa diversa dai derivati, i rilievi già mossi sono diversi da quelli in corso. A guardar nel piatto degli altri si rischia di sentirsi ammonire a guardare nel proprio: tra capitali azzerati , vertici sostituiti, crediti deteriorati, la materia non manca. Controproducente dar la colpa a Brexit: un evento che dimostra quanto sia necessario che le banche abbiano un capitale adeguato per assorbire gli shock non può essere invocato per chiudere un occhio a chi di capitale non ne ha messo a sufficienza. Stessa cosa per la conversione in azioni dei bond subordinati detenuti da investitori istituzionali: qualcuno dice che non si può fare perché getterebbe nel panico il mercato europeo dei subordinati. Ma se così fosse, vorrebbe dire che gli investitori non credono che la direttiva verrà mai applicata: un invito per le autorità ad essere inflessibili in terra di Siena per dimostrare a tutta Europa che “we mean business”.

Argomenti imbarazzanti. Se si chiede una moratoria delle norme sul bail-in ci si deve aspettare di sentirsi chiedere perché dei problemi che avrebbe potuto provocare ci si è accorti solo quando questi da potenziali sono diventati reali. Stessa cosa per le iniezioni di capitale pubblico della Germania (qualcuno dice perfino dell’Inghilterra, come se facesse parte dell’Unione bancaria): dimostra perspicacia o anche solo prudenza aver orgogliosamente sostenuto di non averne bisogno?

Argomenti omessi. Si lamenta che in Italia manca l’educazione finanziaria: ma nessuno punta il dito verso chi manca al dovere di fornirla. Incominciando dalla prima lezione: quello che per uno è un aiuto per un altro è un costo, sostenuto dai contribuenti, o oggi con le imposte o domani con gli interessi sui nuovi debiti. Pare che “le quattro banche” possano essere vendute per 500 milioni?, il loro salvataggio è costato 1500: la differenza la pagherà il fondo interbancario di garanzia, e quindi i depositanti in termine di minore garanzia. Se il fondo Atlante non dovesse riuscire a recuperare di che coprire i crediti deteriorati comperati a condizioni generose, avrà fatto un regalo agli azionisti delle banche pagato con i soldi fatti versare a banche e casse previdenziali. E finendo con l’ultima lezione: i salvataggi ex post inevitabilmente provocano moral hazard, sono un invito a banche e banchieri a continuare come prima, tanto il conto si finisce per farlo pagare a un altro.

La “mala educaciòn”: non mettere in chiaro il conflitto di interesse dei governi. Che hanno un doppio interesse a intervenire per salvare le banche. Guadagnano consensi per aver “risolto un problema”; e si procurano gli strumenti per rifarlo in futuro. Infatti entrando nel capitale delle banche acquistano peso nel processo decisionale sulle erogazioni atte a “risolvere problemi” che abbiano grande visibilità pubblica: che si chiamino Ilva, o banda larga, o fondo Atlante. Che poi gli interessi economici dei “salvati” possano non coincidere con il loro giudizio politico verso il “salvatore” è anch’essa una contraddizione: di tutto quello che abbiamo visto, forse è la meno grave.

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