Telecom, Tavaroli dà la colpa a Tronchetti Provera

luglio 22, 2008


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di Oreste Pivetta

I casi Telecom, quello dello spionaggio e quello sulle strategie economico finanziarie proprietarie dell´impresa, si stanno riaprendo grazie ai magistrati e, un´altra volta, con la mano dei giornali. C´è da immaginare che si debba attendere parecchio prima che i capitoli si chiudano e c´è da dubitare, dato il groviglio, che lascino scritte pagine di verità. Marco Tronchetti Provera, ex presidente ed ex azionista di riferimento, è convinto invece che alla verità (giudiziaria) si sia comunque arrivati. «Sono molto contento e soddisfatto – ha dichiarato – della conclusione cui sono giunti i giudici dopo tre anni e mezzo di indagine: dopo che sono stati sentiti centinaia di testimoni, che si sono viste migliaia di carte, è emersa con chiarezza la verità».

Ma il presidente del Gruppo Pirelli, letti i giornali, ha avuto anche molto da recriminare: «Sono peraltro sconcertato che continui una campagna che, malgrado ogni evidenza, cerchi di alterare la verità. È davvero inaccettabile, incomprensibile». Se lo si poteva sommariamente considerare fuori dalla brutta storia (insieme all´amministratore delegato Carlo Buora), a ributtarlo nel mare dei sospetti è stata Repubblica che ieri gli dedicava un titolo in prima e due pagine intere (con un inquietante avviso: continua) in cui si rappresentavano in dettaglio i pensieri e la storia di Giuliano Tavaroli, avvertendo solo all´ultimo che «la sua è la ricostruzione di un indagato».

Dalle prime righe di Giuseppe D´Avanzo (accanto alla foto, oculatamente scelta, dello spione Tavaroli vicino al padrone Tronchetti), si poteva dedurre che l´idea di Repubblica fosse un po´ quella di respingere la tesi del pubblico ministero di Milano: «Più o meno si sostiene che fossero all´opera in Telecom, soltanto un mascalzone (Giuliano Tavaroli) e un paio di suoi amici d´infanzia… La combriccola voleva lucrare un po´ di denaro per far bella vita e una serena vecchiaia». Conclusione: l´affaire Telecom, spiegato così, si sgonfia come un budino malfatto. A ritirarlo su, al cielo dei vasti intrighi internazionali, ci pensa dunque Tavaroli, che traccia la ragnatela che tutto accoglie e raccoglie e quasi tutti assolve (assolvendo in primo luogo se stesso, all´opera solo per “cause di forza maggiore”): servizi segreti, Abu Omar, generali, Pollari e Speciale, grandi manager (ma Scaroni nega d‘aver mai visto in vita sua Giuliano Tavaroli), un ex presidente (Cossiga), uffici romani, detective di casa nostra e naturalmente Tronchetti Provera («Mi hanno detto di ballare su una zona di confine. E io ho ballato. Me ne ha dato atto, quando mi ha liquidato, anche Tronchetti») e, infine, il Corriere della Sera.

Come sarebbe potuto mancare il Corriere: sta nella più o meno recente tradizione spionistica-piduistica italiana. Ci racconta Tavaroli che Tronchetti non aveva alcun interesse per Telecom, voleva il Corriere (al quale è approdato da tempo, sedendo onorevolmente nel patto di sindacato, cioè al tavolo di comando). Tronchetti aveva una passione per il giornale di via Solferino, «un´istituzione essenziale per la democrazia italiana». «In quei mesi – testimonia l´indagato Tavaroli – stava acquisendo posizione e posso credere che si preparasse a lanciare una offerta pubblica di acquisto…». Tanta voce a Tavaroli (il seguito oggi) e tanto accanimento contro Tronchetti non sarà solo “scoopismo”, anche perchè della vicenda si sa già tutto, compresi i nomi dei “pedinati” (anche impiegati o sindacalisti di Telecom). Una possibilità è che Tavaroli monti un´architettura complottistica “esterna”, per giustificare se stesso, obbligato da neanche tanto oscuri poteri superiori. Un´altra possibilità è che si rimonti il “teorema”, quello che proprio il Corriere di ieri, nel fondo di Sergio Romano, dava ormai per smontato. Il fine e colto ex ambasciatore sta alle “carte”, all´avviso di conclusione delle indagini, che avrebbero «implicitamente scagionato» l´azionista Rcs Marco Tronchetti Provera (e Carlo Buora). Sergio Romano non prende partito: ragiona con ottimismo per dimostrare che tra corruzione, mafie, conflitto d´interessi, eccetera eccetera, ogni tanto succede qualcosa che ci fa pensare che la nostra “classe dirigente” sia meno peggio di quanto si creda, che “noi” siamo meno peggio di quanto si creda. Quanto si sia consumato (e si consumi) di potere, di politiche, di risorse, alle nostre spalle, ovviamente non ci è dato sapere: la Telecom di Tronchetti Provera ha divorato, come è noto, quattrini (anche quelli che Tronchetti Provera e i suoi aiutanti sono riusciti ad intascare, andandosene) e credibilità politiche (come dimenticare l´incontro a Cernobbio con Prodi, il piano Rovati, la bocciatura di Telefonica o quella di At&T e via tra perdite e piani dismessi).

Proprio domenica sul Sole24Ore Franco Debenedetti poneva la domanda giusta: quanto spionaggio e killeraggio hanno guidato o influenzato o inquinato la vicenda industriale e finanziaria di Telecom, espropriando gli azionisti? L´opacità è la regola d´oro dei nostri tempi. Chissà che cosa ci toccherà in futuro. Di sicuro ci toccherà di pagare ancora. Tronchetti Provera saprà sicuramente che in fondo all´elenco degli indagati compaiono, al trentacinquesimo e al trentaseiesimo posto, anche la Pirelli e la Telecom, persone giuridiche, non avendo adottato un «modello organizzativo al fine di prevenire la commissione di reati» fino al maggio 2003 «e comunque dal momento dell´adozione, non avendolo efficacemente attuato e non avendo adeguatamente vigilato sull´osservanza dello stesso…». Siamo alla legge 231 (siamo al 2001). Se sentenza di condanna ci sarà, perché è mancata la vigilanza del vigilante, non ci sarà presidente o ex presidente di mezzo: a rispondere ci sarà Telecom, ci saranno gli azionisti (di tasca loro).

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