La favola dello spione e del suo padrone

agosto 6, 2008


Pubblicato In: Giornali, Vanity Fair

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da Peccati Capitali

Scandalo e preoccupazione grande aveva destato nel Paese la vicenda che, iniziata con la rivelazione di intercettazioni illegali, sarebbe stata ricordata come la storia de “Lo Spione e il suo Padrone”. Anche se alcune rivelazioni si palesarono inesatte e altre del tutto false, una cosa fu chiara: uomini dello Spione, al soldo del Padrone, si erano illegalmente intromessi nella vita e negli affari privati di migliaia di ignari cittadini.

Recondite nel loro sotterraneo operare, ufficiali erano invece missione e responsabilità dello Spione: proteggere da minacce esterne attività e beni del suo Padrone, la sua immagine pubblica, perfino la sua vita personale. Quando le malefatte dello Spione furono disvelate ed egli stesso tradotto in carcere ed inquisito, ce ne fu d’avanzo per formulare vibrate richieste che le sue responsabilità fossero attribuite anche a colui al cui soldo egli operava.

Lo Spione aveva colto un punto debole del Padrone: come quelli in posizione di tanto potere, questi sospettava sia dei nemici che aveva, sia di quelli che avrebbe potuto avere. Lo Spione, già brillante agente segreto, aveva sviluppato la mentalità per cui ogni fatto può essere un indizio, sol che si colga il filo rosso che lo collega ad altri. Istintivamente applicò nel suo lavoro il “management by anxiety”, una tecnica di gestione insegnata dagli esoterici guru delle scienze aziendali. Aveva trovato il suo ruolo: generare paure e offrire rassicurazioni, alimentare l’ansietà del Padrone rappresentandogli una minaccia, e sedarla garantendo la protezione. Il gioco poteva continuare all’infinito, e con esso crescere il suo potere ed il suo tornaconto, a una tassativa condizione: che egli non rivelasse mai al Padrone gli strumenti illegali su cui gli costruiva la rassicurazione. Perché in tal caso gli avrebbe rappresentato il pericolo di essere scoperto, il solo contro il quale non aveva alcuna protezione da offrire.

Nel Paese ci fu chi, riflettendo su questa vicenda, trovò conferma in remoti ricordi, nel capitolo della “Fenomenologia dello Spirito” in cui Hegel osserva il capovolgimento, grazie al lavoro, del rapporto di subordinazione del servo al signore: “il signore ha introdotto il servo tra la cosa e se stesso […] abbandona al servo il lato dell’indipendenza della cosa perché la elabori”.

Ad altri invece, lo Spione intento ad accumulare uno sull’altro fascicoli, una minaccia e una protezione, una minaccia e una protezione, fece venire in mente il Fabione di uno scioglilingua della loro infanzia: “Nel giardino di Fabione c’era un albero di foglione; più Fabion foglion coglieva e più l’albero cresceva”.

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