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→  dicembre 29, 2013

Botta e risposta tra Massimo Mucchetti e Franco Debenedetti sul tema dell’OPA

Caro direttore, Franco Debenedetti insiste a prendersela con il sottoscritto erigendolo a promotore unico della riforma dell’Opa obbligatoria e si compiace che la proposta sia stata respinta. Rattrista doverlo correggere, ma si deve: a beneficio dei lettori. La riforma non è mai stata votata, dunque non può essere stata respinta. Era stata accantonata in un primo tempo perché il governo aveva preso l’impegno di provvedere in tempi brevissimi e poi è stata dichiarata non ammissibile per estraneità di materia quando, di fronte all’inerzia, e dunque alla mancanza di parola del governo, la riforma è stata riproposta sotto forma di emendamento al decreto enti locali: quel capolavoro di decreto che ha fatto la fine che sappiamo.

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→  novembre 14, 2013


Riassunto delle puntate precedenti. Un neozelandese compera all’asta per 2,9 milioni l’isola di Budelli. Insorgono WWF e la Coldiretti, Fulvio Pratesi e il nipote di Garibaldi, in 76.000 rispondono all’appello, si invoca l’intervento del neo senatore Renzo Piano: lo comperi l’Ente Parco Nazionale della Maddalena. Ma non si può, l’art 138 della precedente legge finanziaria impedisce a qualsiasi ente pubblico di comperare immobili fino al 31 Dicembre. Il termine per la prelazione scade l’8 Gennaio: si sterilizzi dunque il 138. SEL presenta il relativo emendamento alla legge stabilità.

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→  novembre 11, 2013


di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

Alla fine degli Anni 80, la parte di attività economica gestita dallo Stato era in Italia superiore a quella di qualsiasi altro Paese europeo, eccezion fatta per la disastrosa parentesi dei governi Attlee e Bevan in Gran Bretagna.
Quel modello entrò in crisi all’inizio degli Anni 80, crisi politica e morale oltre che economica. Fu Giuliano Amato, prima da ministro del Tesoro, poi da presidente del Consiglio, ad avviare il processo per sottrarre le banche al controllo pubblico, creando i presupposti per la privatizzazione di Efim, Eni e IRI. Fu un cambiamento tanto radicale da paragonarlo (il paragone è dello stesso Amato) al passaggio tra regime fascista e Repubblica.
Perché, nonostante la ovvia differenza fra la dittatura mussoliniana e la Repubblica democratica, entrambe non conoscevano il senso del limite dell’intervento pubblico.
E sbagliato dire che non ci fosse una strategia e, ce lo consenta Raffaele Bonanni, non è da par suo sostenerlo sulla base dell’usurato folklore della finanza (giudaico-massonica?) a bordo del panfilo della regina d’Albione.
Prima ancora dell’esigenza di ridurre il debito (che comunque per effetto di quelle privatizzazioni scese in un quinquennio di 12 punti in rapporto al Pil, un risultato mai più ripetuto), c’era l’obbiettivo di restituire al mercato la parte di economia che per mezzo secolo era stata sottratta all’iniziativa privata.
Non solo questo aveva prodotto risultati che sarebbe impietoso ricordare (si pensi al fallimento dell’Efim che lasciò un buco stimato dal liquidatore, il professor Predici, in circa 7 miliardi di euro), ma soprattutto aveva impedito il formarsi di un vero capitalismo privato.
Per avviare le privatizzazioni venne approntato un nuovo quadro legislativo: il Testo Unico sulla Finanza, compresa la legislazione sull’Opa per rendere contendibili le aziende; la legge 474 per dare un quadro legislativo alle modalità di privatizzazione e alla destinazione del ricavato; le autorità di regolamentazione come condizione per privatizzare i servizi pubblici essenziali (se alcune non hanno funzionato è anche per il modo in cui la politica spesso ne ha gestito le nomine, non certo per colpa dei privati regolati).
Ma dopo averli tenuti nella bambagia per sessant’anni (con alcune importanti eccezioni), non si poteva pensare che spuntassero all’improvviso imprenditori italiani robusti.
A quello che era stato definito «capitalismo senza capitali» (e, potremmo aggiungere, con pochi imprenditori) si chiese di trovare i capitali, finanziari e umani, per acquisire oltre all’Iri, all’epoca la più grande azienda d’Europa, l’Enfi e altre più problematiche attività. Il tutto vincendo le resistenze interne dei manager delle aziende di Stato. Tutto si può fare meglio, ma essere riusciti a farlo comunque e in poco tempo, è stato un grande successo di cui andare orgogliosi. E, ci consenta di osservare, sin dall’inizio le critiche nascondevano la difesa di interessi particolari che le privatizzazioni avrebbero smantellato (ricorda la Stet?).
La riduzione delle spese è all’ordine del giorno. Ma, come abbiamo ricordato nell’articolo del 5 novembre, per tagliare le spese ci sono due modi: uno è ridurre quanto si spende per fare le cose, l’altro è ridurre le cose che si fanno. Il primo modo è sempre a rischio, richiede uno sforzo continuo nel tempo; il secondo è definitivo. Finché un’attività è dello Stato, lo Stato deve gestirla, e ciò costa soldi e comporta responsabilità. Dopo che ha venduto, lo Stato non gestisce più: la dimensione e i costi dell’amministrazione si riducono in modo permanente. Ciò che succede dopo, giusto o sbagliato che sia, lo è per gli azionisti, allo Stato non costa.
Vendere un’impresa pubblica non significa ridurre la ricchezza del Paese. Le aziende statali non sono, se non in senso strettamente contabile, «ricchezza del Paese». Al contrario, spesso la inibiscono impedendo od ostacolando la nascita di aziende che provino a far e le stesse cose senza la copertura del «papà Stato». La ricchezza di un Paese sta nella sua produttività e nella sua capacità di innovare, che non nascono certo fra imprenditori protetti dallo Stato. Il prestigio di un Paese non sono le aziende statali: è il fatto che la gente voglia venirci per lavorare e provare ad avere successo. Magari investendo in Italia, acquistando un’azienda. Ma perché dovrebbe farlo se sa che verrà pregiudizialmente accusato di essere complice di una «svendita»?

→  novembre 11, 2013


di Raffaele Bonanni

Caro direttore,
il dibattito innescato dall’editoriale di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi sulle privatizzazioni ci ha riportato indietro nel tempo e precisamente ai primi di giugno del 1992 quando a bordo del panfilo della famiglia reale inglese «Britannia», in una riunione di esponenti della finanza internazionale e del mondo imprenditoriale italiano, si decise di vendere gran parte delle aziende pubbliche (Iri, ma e Imi) per fare cassa, senza alcuna strategia industriale e senza alcun disegno di democrazia economica e di partecipazione dei lavoratori.
Fu, davvero, una occasione perduta perché quelle aziende si sono disperse e hanno una avuto una forte regressione sia sul mercato, sia sul piano occupazionale.
Hanno ragione Alesina e Giavazzi quando sostengono che bisogna abbattere il debito pubblico, riducendo drasticamente la pressione fiscale, giunta ormai a livelli insostenibili per i lavoratori, i pensionati e le imprese.
Ma non è vendendo le poche aziende d’eccellenza a capitale pubblico che si risanano i conti dello stato. Parliamo di grandi gruppi industriali che operano sul piano internazionale, che fanno utili e distribuiscono dividendi persino superiori al loro valore di mercato.
Vogliamo distruggere questo patrimonio umano e professionale come è accaduto per le telecomunicazioni o per gran parte del settore agroalimentare italiano? Non è questa la strada giusta. Lo diciamo fui da ora con fermezza al ministro dell’Economia, Saccomanni: la Cisl si opporrà alla prospettiva di ulteriori privatizzazioni al buio, senza una discussione seria con il sindacato sulle ricadute occupazionali, sulle garanzie degli investimenti e sulla partecipazione dei lavoratori nei luoghi alti della decisione imprenditoriale.
La ricchezza economica di un Paese va salvaguardata non dilapidata. Questo è il compito di chi governa la cosa pubblica. Per abbassare le tasse, l’unica strada possibile è quella di tagliare la spesa pubblica improduttiva. Si cominci con il dismettere subito il patrimonio immobiliare e demaniale che ammonta a circa 400 miliardi di euro. Chiudiamo tutti quegli enti inutili, le troppe società in house piene di debiti delle Regioni e quelle aziende municipalizzate dove si annidano sprechi, ruberie ed inefficienze. Mettiamo sul mercato le micro aziende statali, regionali o comunali mal gestite, lottizzate dai partiti e che non fanno utili. Il governo faccia subito un decreto, imponendo i costi standard a tutte le amministrazioni pubbliche, a tutte le Regioni, agli enti locali, alla sanità. Riduciamo le consulenze e il numero esorbitante dei dirigenti pubblici spesso strapagati, legati alla politica e senza alcun controllo di merito. Anche noi siamo contrari a ulteriori patrimoniali che rischiano di ricadere solo sulle spalle della povera gente, come è accaduto con le eccessive tasse sulle case. Ma un Paese civile non può consentirsi di tassare la speculazione finanziaria al 20 per cento, meno del denaro «sudato», come avviene in tutta Europa. O di proteggere il gioco d’azzardo online e i videogiochi (che hanno un volume d’affari di 5o miliardi di euro) con una tassazione scandalosa dallo 0,6 al 3% del fatturato. Cerchiamo di favorire gli investimenti esteri in Italia, invece di pensare di vendere grandi aziende come Eni, Enel, Finmeccanica o Poste che producono reddito, ricerca e innovazione. E se il governo ha davvero gli «attributi», come sostiene il presidente Letta, cominci da queste cose e non dalla vecchia ed equivoca ricetta di svendere i «gioielli di famiglia», ciò che fa prestigio, ricchezza e benessere per il nostro Paese.

→  ottobre 20, 2013


Intervento di Franco Debenedetti a Incontri di Radio24, condotto da Gianfranco Fabi

“Diffondere le idee è la cosa più difficile, ma è anche la più importante, se si vuole creare un terreno favorevole per la nascita di nuove imprese”. Illustrando le finalità dell’Istituto Bruno Leoni, di cui è presidente, Franco Debenedetti spiega che oggi lo stato non ha i mezzi per fornire le protezioni alle imprese e sono quindi le imprese stesse che si devono proteggere da sole.

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→  ottobre 8, 2013


Le privatizzazioni sono ancora argomento divisivo. Le vicende Alitalia e Telecom sono state occasione di riaprire la discussione, per alcuni sul modo in cui si è privatizzato, per gli irriducibili sul fatto stesso di avere privatizzato. Eppure son passati più di vent’anni. Vuol dire che la vicenda tocca questioni di fondo, il ruolo dello stato nell’economia, il rapporto tra politica e industria, la struttura del nostro capitalismo. Quando abbiamo privatizzato, si parlava di debito da ridurre, di base industriale e finanziaria da ampliare, di più ampi orizzonti strategici e di maggiore efficienza gestionale da dare ai campioni nazionali. L’uscita dello Stato dalla gestione diretta di attività economiche pareva una conseguenza: ne è la ragione prima.

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