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Archivio per il Tag »politica industriale«

→  gennaio 22, 2020


L’idea della politica industriale continua a sedurre: i politici, che così pensano di dimostrare ai cittadini che hanno la situazione sotto controllo; gli imprenditori, specie quelli con qualche problema, che pensano che ci sia qualcosa da guadagnare da quello che i politici dovranno fare. Guadagnare di più è l’obbiettivo naturale delle aziende, non hanno bisogno di essere pungolate per perseguirlo. E quanto al Paese, bisognerebbe incominciare a non distruggere quello che c’è: leggi ILVA, Atlantia, e, se non ci fosse stato Marchionne a impedirlo, anche Pomigliano.

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→  dicembre 20, 2019


Lunedì scorso, Auditorium del Sole, assegnazione dei premi per la migliore qualità della vita delle città italiane: vince, per la seconda volta, Milano, non solo sui parametri economici, ma anche per servizi e per il livello culturale. Dopo il Sindaco Sala, parte un intervenuto registrato del ministro Lorenzo Fioramonti, il quale coglie l’occasione per sostenere (a Milano, poi!) che il PIL non è l’indicatore giusto per misurare il benessere. Osservazione già sentita in più pertinenti occasioni, ma preoccupante in bocca al ministro di un governo che il PIL proprio non riesce a farlo crescere, nonché esponente di un partito che, il PIL, ha fatto quel che poteva per farlo calare. E continua a farlo, con una serie di invasioni nel perimetro delle politiche industriali che ricordano temi e toni che si credevano consegnati al passato.

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→  dicembre 27, 2018


È naturale che, come scrive Franco Bassanini (Il Sole 24 Ore, 21 Dicembre 2018), “molte disposizioni del nuovo Codice Europeo delle Comunicazioni Elettroniche tendano a favorire investimenti nelle infrastrutture di tlc di ultima generazione”. Però esso preserva il principio della neutralità tecnologica, le autorità nazionali non possono discriminare tra tecnologie. Per il consumatore quello che conta, più del punto di arrivo, è il transitorio: quanto tempo? quanti soldi? chi paga? Dipende da politiche fiscali, di competenza degli stati sovrani, non della Commissione. I nostri vicini europei intendono effettuare il passaggio alla rete tutta ottica con gradualità (2025 – 2030): per Deutsche Telekom la copertura universale FTTH a breve nel Paese sarebbe impossibile, costerebbe €70 mld; il Presidente Macron ha rivisto il piano FTTH del precedente governo aprendo a tutte le tecnologie d’accesso. Esclusa la Spagna (dove i cabinet non esistono, i cavi in rame sono interrati in trincea) l’Italia è l’unico Paese dell’Europa Occidentale ad aver dichiarato di voler realizzare una copertura FTTH «universale»; gli altri per ora prevedono di accelerare i collegamenti a 100 Mbit/s e la predisposizione di connessioni FTTH per utenti affari e pubblica amministrazione e per le stazioni radio del futuro sistema 5G. I molto citati casi di passaggio diretto dal rame a FTTH hanno tutti motivazioni specifiche: in Giappone le linee sono aeree e le interferenze elettromagnetiche non consentono altro mezzo; in Corea FTTH è usato nei condomini delle tre più grandi città (quasi l’80% della popolazione); altrove si usa il rame potenziato su rete esistente rinunciando alla rete tutta ottica subito, quindici anni fa obiettivo del governo.

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→  dicembre 3, 2015


Caro Direttore,

Grandi progetti pianificati dal centro; per realizzarli, il “braccio operativo” delle grandi imprese pubbliche e, “dove utile”, private; contratti di programma riattivati; processi realizzativi sveltiti; risorse concentrate; leggi e decreti comprensibili; e, soprattutto, “una visione organica”.
Questa la ricetta di Paolo Luca Stanzani Ghedini: “una politica industriale”(l’Unità, 29 Novembre 2015) per creare infrastrutture e progetti di sviluppo. Obbiettivo condivisibile, metodi sensati. Ma vien da chiedergli: perché non succede già così? I ministeri ci sono, le grandi imprese pubbliche pure, quelle private non chiedono di meglio che di essere esecutori di “piani economicamente convenienti”. Chi è “il cattivo” che frena, perché non c’è “il buono” che spinga? Solo per il “proliferare del potere locale”, delle loro aziende pubbliche, per cui basterebbe riportarne al centro proprietà e gestione (chiuderle, come vorrebbe, sarebbe un po’ drastico)?

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→  novembre 5, 2015


Che cosa vuole Xavier Niel e perché sta investendo in Telecom? Che abbia scelto di fare un investimento nell’azienda puntando sul suo potenziale di crescita, è del tutto incredibile. Che voglia prendere il controllo a suon di aumento della sua quota azionaria, meno ancora. Che ci sia concerto con Vivendi è da escludere dopo le pubbliche dichiarazioni di entrambe le parti: raccontare storie all’autorità di controllo può costare molto caro. Che chi mette i soldi in un’azienda ha una sua strategia è naturale; e avrebbe interesse a palesarla per trovare alleati, anche se per ora non l’ha fatto. Comunque, se fosse per una qualsiasi di queste ragioni, non ci sarebbe motivo di agitarsi. Se Niel vuole superare Vivendi quale primo azionista, dato che non abbiamo fatto obiezioni quando Vivendi ha arrotondato la partecipazione che le risultava dagli accordi con Telefònica, non c’è ragione che si discrimini tra un francese e un altro. Che la sua strategia possa comportare anche spezzatini, fusioni, vendite, è normale, come pure che queste possano essere giudicate contrarie all’interesse nazionale: se ne parlerà quando si saprà in che consiste. E il giudizio non dipenderà dalla nazionalità del proponente: anche perché non c’è nessuna ragione per cui un italiano faccia sempre l’interesse del paese.

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→  settembre 18, 2015


Oggi, ha scritto Stefano Firpo sul Foglio in “Come evitare che la politica industriale rimanga chiacchiera da bar”, “è possibile disegnare un’azione di politica industriale senza che questo comporti un maggiore intervento dello stato nell’economia”. La “politica industriale” consisteva nello scegliere chi doveva giocare e vincere nella gara competitiva. Il governo era come l’allenatore della squadra di calcio, decideva lui chi giocava e chi no, e, dato che aveva buone relazioni con gli arbitri, chi vinceva e chi perdeva. Solo che in Champions si perdeva secco, e pure ci multavano. Adesso oltretutto avere una squadra è diventato troppo caro: invece che avere una squadra, il governo fa lo sponsor, vorrebbe finanziare un po’ tutti. O magari solo la domenica andare in tribuna a fare il tifo, e per tutta la settimana discutere con gli amici sulle scelte dell’allenatore: al bar.

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