Voglia di partecipazioni statali e dinamiche dell’industria

dicembre 20, 2019

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Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Lunedì scorso, Auditorium del Sole, assegnazione dei premi per la migliore qualità della vita delle città italiane: vince, per la seconda volta, Milano, non solo sui parametri economici, ma anche per servizi e per il livello culturale. Dopo il Sindaco Sala, parte un intervenuto registrato del ministro Lorenzo Fioramonti, il quale coglie l’occasione per sostenere (a Milano, poi!) che il PIL non è l’indicatore giusto per misurare il benessere. Osservazione già sentita in più pertinenti occasioni, ma preoccupante in bocca al ministro di un governo che il PIL proprio non riesce a farlo crescere, nonché esponente di un partito che, il PIL, ha fatto quel che poteva per farlo calare. E continua a farlo, con una serie di invasioni nel perimetro delle politiche industriali che ricordano temi e toni che si credevano consegnati al passato.

A Bari, la trasformazione della Banca Popolare da cooperativa a società per azioni, richiesta dalla legge Renzi, avrebbe reso più tempestivamente evidenti le operazioni ora sotto inchiesta. Ma la banca si rifiuta, fallisce e ora risorge come banca pubblica di investimento nel Mezzogiorno, per ragioni che riproducono, mutatis mutandis, quelle che hanno portato al fallimento: le valutazioni “locali” del merito di credito.
A Taranto, dopo le vicende che otto anni fa portarono al gigantesco esproprio senza indennizzo dei Riva, dopo l’eliminazione della clausola di esclusione penale che provoca la crisi con Arecelor, lo Stato si improvvisa acciaiere, sceglie la tecnica del preridotto, adottata solo da paesi produttori di gas, la integra con forni elettrici, che provocherebbe alterazioni dei prezzi del rottame gravemente dannose per le acciaierie del Nord. Col concorso di capitali pubblici, e soprattutto ad invarianza di manodopera, in tutte le fasi e per tutto il tempo necessario a ritornare a produrre 8 milioni di tonnellate l’anno.
In Alitalia, pregiudizi infondati su possibili conseguenze per il turismo e orgogli nazionalistici vengono mobilitati per ottenere garanzia sugli esuberi, comunque necessari per fare uscire il paziente dall’accanimento terapeutico.

“Le grandi infrastrutture debbono passare in mano pubblica. [...] per le attività di impresa dobbiamo darci una politica industriale e questo [...] è possibile solo con l’intervento pubblico.” A dirlo è Pellegrino Capaldo, per storia e cultura strutturalmente distantissimo dal populismo giuridico ed economico. Per questo preoccupa il suo giudizio sul nostro capitalismo; “estremamente fragile, di rapina, mordi e fuggi, attento al profitto di breve termine , l’impresa vista come generatrice di profitto, nulla più”. L’accusa di short-termismo è un luogo comune che ricerca empirica e da analisi teorica hanno rivelato infondato; e dalla ricerca del profitto, lo sappiamo da due secoli e mezzo, deriva la ricchezza delle nazioni. Soprattutto sono accuse ingiuste: se siamo la seconda nazione manifatturiera d’Europa, e ancora la settima nazione industriale del mondo, se siamo riusciti a sopravvivere alle crisi è grazie a quell’industria e alla sua ricerca di profitto. Di contro sono nella memoria di tutti i disastri dell’IRI che minacciarono di trascinare al default il Paese. Le perdite di Italsider ne furono la parte maggiore, lo spettro di Bagnoli lo testimonia ancor oggi, l’Alitalia era già allora un problema. La CDP si vanta di essere un “investitore paziente”, ma paziente, e tanto, è il capitalismo italiano: con una burocrazia lenta e costosa, con un cliente moroso, con una giustizia lenta e incerta, con governi inaffidabili, con una tassazione pesante su lavoratori e datori di lavoro, con una politica estera che, come ha ricordato il sindaco Sala a proposito della gara per la sede di EMEA, non sempre ci aiuta.

Sta di fatto che la voglia di Partecipazioni Statali dilaga, nelle dichiarazioni del Governo, nelle organizzazioni dei lavoratori, ultimamente anche nella CGIL. Ma è soprattutto al MISE che fa sognare l’idea di “razionalizzare” l’insieme assillante dei “tavoli”, e degli altri strumento di intervento, come le amministrazioni straordinarie, che, nella maggioranza dei casi, prolungano solo l’agonia di imprese decotte. Cioè qualcosa che si scriva IRI.2, ma che si legga GEPI, la Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali nata nel 1971. Scopo statutario “concorrere al mantenimento ed all’accrescimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà transitorie mediante interventi atti a comprovare la concreta possibilità del risanamento delle imprese stesse”: sembra scritto oggi. In realtà alla GEPI si chiese di gestire aziende in crisi irreversibile o difficilmente risanabili , che le valsero il nome di “lazzaretto”, ”reparto di rianimazione”, “rottamaio di aziende”. A partire dal 1977, sotto pressione politiche e sindacali, degenerò nell’assistenzialismo, prima solo nel Sud, poi anche per grandi imprese del Nord. Tra il 1980 e il 1988 assorbì 25.000 dipendenti. Questi furono poi in gran parte mantenuti con la Cassa Integrazione Straordinaria fino alla pensione; alcuni transitarono nei tristemente famosi “lavori socialmente utili”, la cui utilità ancora oggi sfugge ai più. Erede diretta di Gepi è oggi Invitalia.
Così il cerchio si chiude: ma al MISE non par vero.

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The Essential Unity of Shareholders and the Myth of Investor Short-Termism
di George W. Dent – Case Research Paper Series in Legal Studies, novembre 2010

Società per le Gestioni e Partecipazioni Industriali
Wikipedia

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