Niente scandali: questa linea risale a Roosvelt

settembre 9, 2008


Pubblicato In: Varie

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Nazionalizzazioni in America, privatizzazioni in Europa: chi ha ragione?

«Una brutta soluzione, in entrambi in casi. Per Fannie Mae e Freddie Mac probabilmente inevitabile, per Alitalia viceversa evitabile. Ma non belle entrambe». Franco Debenedetti, imprenditore, ex senatore Ds, editoralista de II sole24 ore, che peraltro si trova a New York, mette in relazione la privatizzazione di Alitalia e la nazionalizzazione dei colossi Usa specializzati in prestiti ipotecari, con l’annuncio del governo che intende prenderne il controllo.

Perché, in effetti, un’associazione viene spontanea: in Italia la compagnia di bandiera perde decine di milioni al giorno, e ormai (prestiti ponte a parte) c’è solo la possibilità della vendita a privati, negli Stati Uniti Fannie e Freddie sono in ginocchio, e qui il cavaliere bianco è il ministro del Tesoro Paulson.

Debenedetti, tra le due situazioni un paragone è possibile?

«Apparentemente sono lontane anni luce. In realtà, credo che alcune somiglianze ci siano. Sono entrambe situazioni che si verificano quando si è servi di due padroni, innanzitutto: Alitalia, a maggioranza privata, di fatto è stata gestita dallo Stato e dai sindacati. Fannie Mae e Freddie Mac sono gli eredi dell’interventismo di Roosvelt, e indulgevano pure loro in pratiche di commistioni pubblico-privato. Entrambe le situazioni sono state schermate dalle leggi di mercato, quantomeno nel caso di Alitalia così pensavano i dipendenti, e nel caso statunitense lo pensavano i creditori. Di sicuro, chi paga alla fine sono sempre i contribuenti: 120 euro a testa gli italiani, e per gli Usa ancora non si sa. Sono tutti interventi che lasciano molto perplessi, per il modo con cui vengono condotti e anche per le prospettive che aprono sul futuro. Poi, è chiaro, ci sono delle differenze specifiche, che sono abissali».

A due situazioni di crisi si sono trovate due “brutte” soluzioni, diceva. Anche questo le unisce, si potrebbe aggiungere.

«Quella di Alitalia è una questione chiusa in sé, che nulla ha a che fare con la crisi economico-finanziaria in atto a livello mondiale. Di prospettive ce ne sono state altre, questa soluzione era sicuramente evitabile. Per Fannie e Freddie probabilmente no, perché senza il loro salvataggio si sarebbe generata una perdita di fiducia nel sistema creditizio statunitense che avrebbe finito per destabilizzare l’economia mondiale. Gli Usa non sono l’Argentina. Un’altra differenza riguarda il futuro, perché mentre per Alitalia, con tutta la fiducia che ho nel mio amico Roberto Colaninno, il rischio che i rapporti tra Stato e azienda possano non venire rescissi è sempre presente, nell’altro caso c’è l’idea che lo Stato poco a poco scompaia del tutto o almeno receda in modo significativo».

Perché non le piace la soluzione per Alitalia?

«Perché è tutta costruita su potenziali conflitti di interesse. Riduce il mercato e la concorrenza, costa ai contribuenti, oltretutto non risolve la questione, dato che gli stessi partecipanti alla Cai sostengono la necessità dell’ingresso di un partner straniero. L’errore vero è stato bocciare la soluzione Air France-Klm, e da lì ne sono discesi altri fino all’imbuto dei ricatti della campagna elettorale».

Quello che sta accadendo negli Usa è “solo” un’ulteriore conferma della crisi in atto, o segnala un aggravamento non scontato?

«A me sembra una conseguenza di quanto è accaduto finora, ampiamente prevista. Gli Stati Uniti avevano il problema di arrestare la deflazione degli immobili residenziali, di evitare che la situazione peggiorasse. Comunque non si tratta di una nazionalizzazione, intesa all’europea, è semplicemente il cambiamento del tipo di garanzia che
lo Stato fornisce».

la.ma.

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