Lettera aperta a Grilli sulle Fondazioni bancarie

luglio 17, 2012


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di Tito Boeri e Luigi Guiso

Caro ministro Grilli, tre settimane fa a un seminario a Predazzo lei ha espresso un giudizio molto positivo sull’ operato delle fondazioni bancarie e sulla guida loro offerta dall’ Acri, l’ Associazione che le riunisce («le fondazioni sono rigorose e solidali al tempo stesso e, grazie alla leadership di Guzzetti, hanno capito che devono lavorare insieme»).

Il suo giudizio è importante essendo il suo ministero l’ autorità che per legge esercita la supervisione sull’ operato delle fondazioni. La sua valutazione sembra però in contrasto con un insieme di indicatori che si sono andati cumulando sull’ operato delle fondazioni di origine bancaria, non ultimo un recente studio di Mediobanca che ha cercato di rendere un po’ più trasparente il mondo delle 88 fondazioni bancarie associate all’ Acri con una analisi sistematica del loro modello. Secondo questo studio, le fondazioni sono tuttora le principali azioniste delle banche conferitarie, nonostante la legge prevedesse da tempo la loro graduale fuoriuscita dal capitale delle stesse e la incentivasse fiscalmente. Questa concentrazione ha fatto precipitare i rendimenti degli investimenti delle fondazioni rispetto a indici rappresentativi di portafogli ben diversificati sovraesponendole ai rischi che si sono poi materializzati negli ultimi due anni. Oggi le fondazioni hanno visto crollare le loro entrate – fonte unica della loro attività – dato che le banche non sono più in condizione di distribuire dividendi; allo stesso tempo hanno visto impoverire il loro patrimonio, la cui conservazione è l’ unico presidio a garanzia della sostenibilità delle loro attività. Indicativo il caso della Fondazione Monte Paschi, che si è indebitata per partecipare all’ aumento di capitale Mps e sembra avere i giorni contati dato che la banca conferitaria dovrà nei prossimi anni destinare 350 milioni di utili a ripagare i Tremonti bonds. Ma non è l’ unica. Per esempio, la fondazione Banco di Sicilia ha perso quasi 1/3 del suo valore proprioa causa della concentrazione in Unicredit della sua dotazione. Ma i limiti gestionali delle Fondazioni erano visibili anche prima della crisi; la crisi li ha solo portati alla luce e magnificati. Per molte fondazioni bancarie i costi di struttura superavano abbondantemente la metà del valore delle erogazioni; in alcune eccedeva l’ 80 per cento (ad esempio la Fondazione Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania: 87%), Fondazione Banca Nazionale delle Comunicazioni (91%), Fondazione Cassa di Risparmio di Fano (101%), Cassa di Risparmio di Puglia (120%) e, al top dell’ inefficienza, la Fondazione Banco di Sicilia con spese totali di amministrazione e funzionamento pari al 182% delle erogazioni! Per raffronto, si noti che nella Ford Foundation l’ incidenza dei costi di gestione sulle erogazioni è dell’ 8% nel 2011 e solo del 5.6% nel 2010. Una delle ragioni di queste inefficienze risiede nella dispersione degli impieghi in una ampia gamma di progetti in aree diverse, nonostante la legge chieda alle fondazioni di circoscrivere i loro impieghi in tre aree al massimo. In assenza di una mission ben definita, le fondazioni hanno visto ridursi la produttività del loro personale del 30 per cento in dieci anni, proprio mentre i costi crescevano 7 volte di più delle entrate. Le fondazioni sostengono altissimi costi fissi per il compenso dei loro pletorici organi statutari. Tanto pletorici da portare un membro di questi organi ad amministrare in media 150 milioni, dieci volte meno del capitale amministrato da un membro del board nelle grandi fondazioni nonprofit statunitensi. Non solo i board sono pletorici, essi difettano pure delle abilità necessarie per la funzione, mancando della preparazione economica e finanziaria indispensabile per la posizione che occupano. Solo l’ 1 per cento dei membri dei Cda ha competenze di finanza. Le cariche vengono, in effetti, assegnate come presidio di gruppi di interesse con un quarto delle poltrone ai vertici delle fondazioni occupato da politici. Queste nomine vengono puntualmente ripagate da scelte di finanziamento favorevoli alle constituency di riferimento (più medici nei board, maggiori gli investimenti in sanità, più i professori negli organi statutari, maggiore la quota di investimenti in istruzione, e così via). In conseguenza della rischiosa strategia di investimento perseguita, della costosa struttura di governancee della scelta di non concentrare gli interventi su alcune priorità, oggi le fondazioni stanno erogando patrimonio mettendoa serio rischio la loro stessa sopravvivenza. Le sei fondazioni più grandi, quelle che raccolgono i due terzi del patrimonio totale, hanno addirittura visto dimezzarsi negli ultimi cinque anni il valore della loro dotazione. Come documentano i calcoli e le simulazioni fatte nel rapporto Mediobanca, il modello gestionale basato su un rapporto simbiotico con la banca conferitaria è insostenibile per la maggior parte delle principali fondazioni bancarie, condannandole all’ estinzione. Signor ministro, alla luce di queste evidenze ci permettiamo di rivolgerle alcune domande: 1. Sulla base di quali informazioni o considerazioni ha espresso un giudizio così positivo sull’ operato delle fondazioni nel seminario di Predazzo? 2. In virtù del suo ruolo istituzionale, non ritiene utile richiamare le fondazioni ad una aderenza maggiore allo spirito della legge e alle norme di gestione finanziaria che ispirano il comportamento di tutte le fondazioni del mondo: ovvero una stretta diversificazione dei loro impieghi, il cui rispetto ovviamente comporta una forte diluizione delle partecipazioni spesso cospicue che ancora intrattengono nel capitale delle banche conferitarie? 3. Data la situazione di difficoltà delle finanze pubbliche oggi affidate alla sua competenza, non pensa che, in mancanza di una virata nel modello gestionale delle fondazioni, il Paese possa usare le risorse delle dotazioni che ad esse fanno capo per abbattere lo stock del debito pubblico?

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