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Archivio per il Tag »La Repubblica«

→  febbraio 25, 2018


La vicenda Embraco conferma quanto diceva il Nobel Samuelson della teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo, essere vera ma non banale: confermata da 199 anni, non è tuttora compresa anche da persone intelligenti. I Paesi, dice Ricardo, traggono vantaggio dallo specializzarsi nella produzione dei beni in cui sono più efficienti relativamente ad altri beni: dovrebbero vendere all’estero le eccedenze dei primi, e importare i secondi. Le multinazionali sono tali perché, a differenza dalle aziende puramente esportatrici, hanno messo in pratica la teoria di Ricardo. E sappiamo cosa ha significato questo per la povertà nel mondo. “Gioco al massacro, concorrenza distruttiva, gara al ribasso da cui usciamo tutti impoveriti”, come scrive Federico Rampini? (Embraco i veri padroni del gioco, la Repubblica, 20 Febbraio 2018). Non addossiamo alla vicenda Embraco, oltre alle colpe specifiche che possono esserci, anche quella di una lettura così paradossale, e datata, delle vicende del mondo.

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→  luglio 30, 2017


Intervista di Filippo Santelli

«La società unica delle reti mi sembra un puro “wishful thinking” da parte del governo». Franco Debenedetti, ex manager di Olivetti e per tre volte senatore, tra Pds e Ulivo, definisce una beata illusione l’ipotesi avanzata da Palazzo Chigi, per bocca del sottosegretario Giacomelli, di far confluire in un unico soggetto le infrastrutture di rete di Telecom e Open Fiber. «Sarebbe un male per Il Paese perche ci riporterebbe allo Stato padrone.”

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→  agosto 12, 2016


Caro Direttore,

“Il danaro non è solo un mezzo di scambio” scrive Mariana Mazzucato (Cinque medicine per curare la malattia delle banche, la Repubblica, 8 Agosto 2016). Per una volta sono d’accordo, ma per poco: già dissento su che cosa sia d’altro. Per lei, seguendo Hyman Minsky, il danaro “rappresenta la creazione del debito, motore centrale del processo capitalistico”. Per me, leggendo Mervyn King, il danaro consente di scambiare lavoro di oggi con generico potere di acquisto in futuro; in un mondo esposto a radicali incertezze, il danaro è ponte tra presente e futuro.

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→  luglio 7, 2015


Articolo collegato di Alberto Bisin

IL NETTO “no” nel referendum in Grecia ha il merito di ben chiarire i termini della questione. Il “sì” avrebbe portato al massimo ad una umiliante concessione da parte degli organismi internazionali creditori fino alla prossima rottura tra controparti.
Come molti osservatori hanno sostenuto, non senza retorica, il risultato del referendum va rispettato, indipendentemente dal proprio giudizio su quanto appropriato sia stato ricorrere alla consultazione popolare. È chiaro che i cittadini greci hanno votato per non accettare la proposta di accordo sul tavolo negoziale. Non è chiarissimo però con quale mandato il governo Tsipras potrà continuare i negoziati con gli organismi internazionali creditori. Credo sia ragionevole sostenere che l’obiettivo di un eventuale futuro accordo non possa mancare di prevedere una ristrutturazione del (leggi, default ordinato sul) debito greco. Null’altro sarebbe accettabile agli elettori greci.
Per capire cosa questo significhi bisogna fare un passo indietro. Dalla metà anni ‘90 il settore pubblico greco ha speso più di quanto non abbia raccolto a mezzo di entrate fiscali, finanziando l’eccesso di spesa a debito. A situazione finanziaria apparente (prima di allora conti offuscati se non truccati non ne avevano permesso una chiara immagine), nel 2010, la Grecia era insolvente e ha avuto bisogno di aiuti e nuovi prestiti. Questi sono stati utilizzati nella gran parte per ripagare i creditori, soprattutto banche tedesche e francesi. Il debito greco è passato quindi da banche private a organismi internazionali. Nel 2012 la Grecia ha avuto bisogno di un nuovo giro di aiuti, che in questo caso sono andati al paese. Anche questi aiuti, che prevedevano la vendita da parte di varie attività che non è mai avvenuta, e che erano condizionati a riforme microeconomiche attuate solo in minima parte, non hanno avuto gli effetti desiderati. Il rifiuto di mettere in cantiere le riforme (mercato del lavoro, pensioni, settore pubblico) ha costretto i governi che si sono succeduti a operare soprattutto su dipendenti pubblici e tassazione. Hanno sì ridotto notevolmente il disavanzo primario (al netto della spesa per interessi), ma lo hanno fatto strozzando ogni possibile ripresa economica. Di qui, credo la rabbia dei greci che prima hanno votato Syriza e poi lo hanno supportato votando no al referendum.
Credo quindi che Tsipras abbia ragione a ripetere che il paese è insolvente e che il debito vada ristrutturato. Ma a mio parere su una cosa ha ragione invece l’ala dura tedesca (ad esempio Schauble, per intenderci): alla fine questo debito ha finanziato la spesa pubblica corrente della Grecia per più di un decennio; la decisione di non pagarlo è naturalmente legittima, ma la Grecia deve prendersi le proprie responsabilità, non è più possibile finanziare politiche assistenziali. Disturba molto che la ristrutturazione avvenga sulle spalle dei contribuenti europei, ma a questo ci hanno portato l’assunzione di debito da parte degli organismi internazionali creditori e il rifiuto da parte della Grecia di operare le riforme necessarie.
Non resta quindi che ristrutturare il debito e chiudere i canali di finanziamento pubblico alla Grecia. Che questo comporti o meno una uscita della Grecia dall’euro non è chiaro. Sarebbe bene per il paese evitarlo. Una strada potrebbe essere quella di pagare i dipendenti pubblici, i creditori, e i pensionati, almeno in parte con una moneta parallela, che sarà presto svalutata ma che permetterebbe forse alla Grecia di evitare un catastrofico ritorno alla dracma con annessa uscita da euro e forse anche dall’Unione.
Ora sta all’Ue evitare nuove inutili trattative per scongiurare la ristrutturazione del debito. Che tutta la retorica sulla democrazia di questi giorni abbia un senso: gli elettori hanno votato per ristrutturare il debito; che così sia. Lo stesso Tsipras proverà ad utilizzare il potere contrattuale del supporto popolare per ottenere nuove trattative che comportino una minima ristrutturazione. Questo va evitato a mio parere perché porterebbe a nulla, solo estenuanti negoziazioni. Per trattare bisogna avere fiducia reciproca e il referendum ha reso chiaro che una buona maggioranza dei greci questo tipo di trattativa non la vuole. È importante invece che nuove negoziazioni mirino a evitare che la ristrutturazione del debito diventi un disordinato default. Infine, la Grecia affronterà probabilmente momenti molto difficili. Sarà necessario aiutare il paese in situazioni di emergenza sociale.
Ma la cosa più importante è che la Ue si metta a lavorare per definire un efficiente processo istituzionale per l’uscita controllata dall’euro di paesi insolventi. No, la soluzione non è più Europa, come imboniscono ad ogni occasione i burocrati europei, nè Eurobond, nè una Unione Fiscale. Tutto questo può funzionare in astratto ma non ancora in una Europa che, come stiamo sperimentando, è composta da paesi con culture, norme di convivenza sociale, istituzioni, così diverse da rendere comuni ed accettati comportamenti strategici in cui un paese si appropria di rendite a spese degli altri. C’è bisogno di istituzioni economiche che evitino quanto possibile la definizione dei contenziosi in sede politica. I mercati non funzionano sempre, ma in questo contesto tendono a reagire rapidamente a politiche fiscali irresponsabili con aumenti dei tassi che inducono i paesi ad un ritorno all’ordine e alla responsabilità.

→  marzo 10, 2015


Caro Direttore,

“se non è zuppa è panbagnato” scrive Eugenio Scalfari (I benefici che Draghi procurerà all’Italia e a Renzi, La Repubblica 8 Marzo). La “zuppa” essendo gli eurobond, e il “panbagnato” quel 20% di bond dei singoli stati, che la BCE acquisterà senza la garanzia delle banche centrali, per un valore di 240 miliardi di euro.

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→  marzo 8, 2015


di Eugenio Scalfari

IL NOSTRO Lucio Caracciolo, direttore del prestigioso Limes e nostro collaboratore, cita una parola molto efficace: democratura, che nasce dalla fusione tra democrazia e dittatura e con essa definisce la Russia di Putin: c’è il demos, cioè il popolo e c’è Putin che comanda da solo. Il Parlamento, cioè la Duma, non conta niente, si limita a ratificare. Neppure il governo conta, serve solo a trasmettere alle province dell’Impero gli ordini del dittatore e a farli eseguire dalla burocrazia. Alcuni ministri invece, insieme a Putin, al capo dei Servizi di sicurezza e qualche grande manager economico, costituiscono l’oligarchia, il gruppo che, guidato da Putin, amministra l’Impero.

Questa democratura esiste ed è sempre esistita in tutti gli Imperi, nei quali bisogna amministrare una grande quantità di diverse etnie, diversi linguaggi, diverse culture ed economie. Nel presente di oggi lo troviamo in Cina, in Giappone, in Usa. In Europa no perché l’Europa non è uno Stato. I vari statarelli conservano ancora una democrazia più o meno solida. Ma la tentazione verso la democratura in alcuni di essi è abbastanza forte. Diciamo che la democrazia è difficile da conservare negli Imperi e negli statarelli la tentazione esiste ma di solito non si realizza. Per fortuna, perché ove mai si verificasse diventerebbe una tirannide vera e propria.

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Matteo Renzi, con quella mobilità e quell’intelligenza tattica che lo distinguono è andato nei giorni scorsi prima a Kiev e il giorno dopo a Mosca. Ovviamente ha recitato due diverse parti in commedia: con Poroshenko ha promesso che avrebbe sostenuto l’autonomia sovrana dell’Ucraina nel suo incontro del giorno successivo. A Putin ha detto che le sanzioni dovrebbero essere abolite da entrambe le parti in causa (Russia e alleanza euroamericana) e che bisognava pacificare gli animi e i cannoni. Ha accennato ad una soluzione del tipo Alto Adige per le province russofone dell’Ucraina e poi ha cambiato argomento chiedendo a Putin di sostenere nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu una missione navale che controllasse l’emigrazione verso la costa europea del Mediterraneo mentre la stessa Onu avrebbe dovuto nominare un negoziatore molto autorevole e possibilmente italiano che realizzasse la pacificazione tra le tribù della Libia.

Putin ovviamente ha dato le più ampie rassicurazioni per quanto riguardava la Russia nel Consiglio di Sicurezza. Poi il discorso si è spostato sui rapporti economici italo-russi e lì c’era una nostra delegazione di imprese e i suoi interlocutori russi che hanno per una giornata intera studiato gli incentivi affinché la collaborazione economica fosse ampliata e rafforzata. Insomma un incontro positivo, almeno a parole. I fatti dovrebbero vedersi presto perché il tempo non è affatto disponibile.

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Poi il nostro presidente del Consiglio è tornato a Roma e la sua prima uscita è stata quella di avvertire i dissidenti del Pd che la legge elettorale non sarebbe stata modificata neppure di una virgola e così pure la riforma del Senato. E guai se qualche parlamentare del Pd non osserverà la disciplina di partito. Non si può dire che affiori in queste parole la tentazione verso la democratura, ma insomma qualche passo in quella direzione si sta compiendo. Probabilmente avviene in modo inconscio ed è quindi l’inconscio che gioca la sua partita, ma in politica esso può fare a volte danni irreparabili.

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Domani la Bce comincerà a comprare titoli e obbligazioni pubbliche nei vari Paesi dell’Eurozona e soprattutto in Italia ed in Spagna. Qualche critico nei confronti di Mario Draghi ha osservato che il suo è un intervento tardivo, ma forse dimentica che analogo intervento in tema di liquidità fu compiuto nel 2012 per un importo totale di mille miliardi di finanziamento in gran parte destinato alle banche ordinarie dell’Eurozona. Questa volta l’intervento avviene sul mercato secondario e riguarda soprattutto titoli dei debiti sovrani dei vari Paesi. Alla domanda rivolta a Draghi da un giornalista tedesco che gli ha chiesto se il 20 per cento di questi titoli che saranno acquistati direttamente dalla Bce sarebbe stato trasformato in bond dell’Unione europea, Draghi ha risposto che riteneva questa operazione altamente improbabile. Certamente sarà così, il che non toglie che quei titoli si troveranno nel portafoglio della Bce. Ce ne sono sicuramente già molti in quel portafoglio e il nuovo lotto si aggirerà sui 240 miliardi di euro, cifra non certo trascurabile. Non si trasformeranno in bond europei ma stanno nella cassa-titoli di un’istituzione europea della quale sono azionisti i Paesi dell’Eurozona. Se non è zuppa è pan bagnato.

La nostra economia ed il nostro governo trarranno molti benefici effetti dal quantitative easing della Bce: un forte incentivo alle esportazioni, una liquidità del sistema bancario destinata a finanziare le imprese, una discesa dei tassi di interesse delle banche ai privati e infine la diminuzione degli oneri che il Tesoro deve pagare per l’emissione di nuovi titoli del debito pubblico. Si aggiunga a tutto ciò anche l’acquisto diretto della Bce di obbligazioni emesse da imprese pubbliche e private con tassi di interesse in discesa per finanziare una ripresa di investimenti.

Questo vasto programma di interventi avrà soprattutto il risultato di modificare verso l’ottimismo le aspettative e quindi di fare aumentare investimenti e consumi. Questo è il regalo che Draghi farà all’Europa e in particolare all’Italia, alle imprese e ai lavoratori. È auspicabile che Renzi dica un grazie collettivo alla Bce e alla Banca d’Italia che comprerà l’80 per cento della liquidità messa in campo dal sistema Bce. Al nostro governo spetterà di trasformare questo beneficio in una forte ripresa di interventi pubblici che provochino l’aumento delle scorte, degli investimenti e quindi dell’occupazione, giovanile e nel Sud in particolare.

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Ma Renzi non riceverà soltanto i benefici che gli provengono dalla Bce. Ce n’è un altro che riguarda la persona stessa del nostro presidente del Consiglio: l’Europa non vuole a nessun patto una crisi politica in Italia che produca la caduta del governo attuale. Una crisi del genere in un Paese dove il debito pubblico è uno dei più grandi del mondo, riporterebbe le aspettative dall’ottimismo al pessimismo e sconvolgerebbe i mercati vanificando in gran parte gli interventi della Bce.
Quindi Renzi e il suo governo sono inamovibili. Per lui è una polizza d’assicurazione fantastica; almeno fino al 2016 è assicurata la sua inamovibilità. Del resto non ci sono alternative nella politica italiana in generale ed anche dentro il Pd. Forse nel Pd del 2016 sarà emersa la figura di un altro leader che possa costruire un partito di sinistra in luogo del partitone che Renzi ha messo al centro della politica italiana. E forse si starà profilando una nuova destra che non sia quel nanerottolo guidato da Alfano.

Ma da qui ad allora la tentazione della democratura si farà sempre più forte ed è questo che si deve evitare. Alla Germania, alla Francia, alla Spagna ben poco importa, ma a noi italiani, o almeno a quelli consapevoli e motivati alla difesa dei diritti che abbiamo e del dovere di difendere la democrazia, importa moltissimo. La scelta spetta a Renzi e all’oligarchia che gli sta accanto. Non può continuare a spogliare il potere Legislativo e avviarsi verso un Esecutivo accentratore, dove non contano neppure i ministri ma piuttosto lo staff di Palazzo Chigi. I ministri ormai contano molto poco, le leggi si preparano tutte alla presidenza del Consiglio e poi vanno in commissione e in aula e lì si debbono votare per disciplina. È giusto se non sono passi ulteriori verso la democratura. Altrimenti vanno fermati nell’interesse generale del Paese.

Nel frattempo la Ue ha deciso di inviare in Iran un rappresentante al massimo livello per discutere con le Autorità iraniane i gravi problemi esistenti in Iraq e in Siria a causa delle stragi operate dal Califfato. Spettava dunque alla Mogherini andare a Teheran con quella missione ma l’alto rappresentante della politica estera europea ha ceduto il suo posto alla signora Catherine Ashton che l’aveva preceduta in quella carica da lei ora occupata ma è rimasta per decisione della Mogherini sua consulente particolare. A Teheran dunque sarà la signora Ashton ad andare perché la Mogherini così ha deciso. Che saggezza, che spirito di squadra. Dove la si trova un’altra così?