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→  ottobre 24, 2013


Adriano Prosperi
Col processo e con la condanna di Priebke l’Italia aveva dato una lezione di civiltà giuridica al mondo intero. Non vendetta, solo giustizia: una regolare estradizione dell’assassino delle Ardeatine dall’Argentina, un processo, la sentenza. E dopo la condanna la concessione dei benefici dell’età. Così l’antico capitano delle SS ha potuto muoversi tranquillamente per Roma in mezzo agli eredi delle sue vittime. Ne ha fatto uso per rivendicare un miserabile orgoglio di soldato e per negare l’ingranaggio di morte di cui era stato un piccolo anello. Dietro di lui intanto altri pensavano a come farne un’icona politica dopo il vicino decesso. A favore del disegno c’era la prevedibile benedizione della Chiesa e il consueto facile perdono italico. Ma stavolta dall’alto di quel Vaticano che non aveva visto il rastrellamento degli ebrei del 1943 qualcuno ha visto il disegno e ha inceppato il meccanismo. E subito dopo l’onore dell’Italia civile è stato salvato dal popolo di Albano Laziale. È fallito così il tentativo di una burocrazia cieca e di un manipolo di antisemiti in tonaca di inscenare una celebrazione del morto e del nazismo nei luoghi bagnati dal sangue delle vittime. Ma da qui le cose hanno preso la strada sbagliata. Dopo la collera immediata e sacrosanta del popolo di Albano è subentrata quella dei poteri statali, dei partiti, dei rappresentanti della comunità ebraica. Ora, l’ira è ottima consigliera quando si deve reagire all’ingiustizia: ma non è con l’inchiostro dell’ira che si possono scrivere le leggi. Una legge è qualcosa che si scrive con attenzione, pensando a quello che ne deriverà. Non si legifera a furor di popolo. Non per questo sono state create costituzioni liberali e rappresentanze elettive. Invece stavolta, a caldo, alla vigilia del 16 ottobre, è stato proposto in Parlamento un emendamento all’art. 414 del codice penale che estende la pena del carcere (da uno a cinque anni), già prevista per i colpevoli di apologia e istigazione di delitti anche a chi nega l’esistenza di crimini di genocidio o contro l’umanità. Ora, di leggi sbagliate ce ne sono tante in Italia: e siccome si ricorre sempre e solo al carcere abbiamo in Italia la vergogna di carceri orrende che scoppiano di abitanti. Ma questa non è solo una legge sbagliata: una norma penale contro un reato di opinione non può entrare nel codice di un paese erede dei principi dell’Illuminiperasmo senza alterarlo in modo sostanziale. Quanto agli effetti di una simile legge basta guardare ai paesi che ne hanno già di simili. È bastata una sentenza austriaca contro David Irving per fare di un sedicente storico che nessuno prendeva sul serio in Inghilterra, un martire della libertà di pensiero. Il suo caso ha fatto scuola. Nella civiltà dello spettacolo ci sono legioni di aspiranti alla “visibilità” pronti a imitarlo. Lo scandalo è la via universale al successo. Una condanna per negazionismo è oggi un buon biglietto d’ingresso sul palcoscenico televisivo della cultura di massa. I più furbi lohanno capito subito: lo mostrano gli echi a caldo del caso Priebke. E dietro l’intellettuale che invoca il suo superiore diritto a dubitare ci sono masse di analfabeti civili stufi di rituali di una memoria subìta. Non per niente Georges Bensoussan ha scritto che «oggi la Shoah è talmente commemorata da generare insofferenza». Bisogna dunque, secondo lui, che dalla politica della memoria si passi alla politica della storia. Ebbene, proprio questo e non altro è il punto. Oggi con la scomparsa della generazione dei sopravvissuti ai lager sta venendo meno la loro opera di “testes veritatis”: un’o- preziosa, svolta vincendo resistenze profonde, sfidando la distrazione e il rifiuto di un mondo che già all’altezza del 1945 era preso da altre cose e voleva solo voltare pagina. Con altri strumenti si dovrà dunque affrontare la minaccia della dimenticanza e della negazione: due facce della stessa realtà, anche se la menzogna del negazionismo è immensamente più grave perché è la continuazione con altri mezzi della strategia nazifascista. Non fu per caso se notte e nebbia avvolsero lo sterminio: cancellare le tracce, disperdere le ceneri, furono le strategie di una deliberata amputazione della memoria. Se le potenze dell’Asse avessero vinto, se a Stalingrado i russi non avessero resistito, vivremmo in un mondo che non saprebbe nulla della Shoah. Non è andata così: e oggi nel mondo risollevatosi a fatica dall’abisso c’è una diffusa coscienza di ciò che ci spetta. Sappiamo che la memoria dell’accaduto, la conoscenza e lo studio infaticabile dei fatti sono la sola fragile difesa di una specie umana che non voglia ricadere nell’orrore. E, nonostante l’opinione diffusa, va detto che questo riguarda in particolare gli italiani. L’autoassoluzione che ci siamo generosamente impartiti ha lasciato tutto il peso dell’antisemitismo e della Shoah sulle spalle tedesche. Che cosa fecero o non fecero le autorità politiche e le guide religiose del paese mentre si scivolava sul piano inclinato della caccia all’ebreo e dello sterminio? Qui la ricerca è appena cominciata: non tutti gli archivi sono aperti, ma già, grazie per esempio alle scoperte di Giorgio Fabre e alle più recenti indagini di Lucia Ceci, è possibile rispondere alla domanda di come Mussolini riuscisse a tacitare Pio XI e a tirarsi dietro la Chiesa nell’operazione delle leggi razziali del 1938. Un’operazione con cui l’Italia fascista batté nel tempo la Germania. Quelle leggi ebbero il primo banco di prova nella scuola. Da qui dunque bisogna ripartire, dal luogo dove tutto è cominciato. Una scuola pubblica rinnovata, un sistema di conservazione e trasmissione di memorie e saperi – biblioteche, archivi, formazione di ricercatori e insegnanti – potrebbero essere le armi per far fronte al negazionismo e più ancora alla labilità della memoria dei popoli e degli individui. Ma l’impresa di una campagna di alfabetizzazione civile di un popolo inebetito dal consumo televisivo non è né facile né popolare. Più facile varare un’altra legge inutile.

→  ottobre 24, 2013


di Michael Stürmer

In Germania la negazione dell’Olocausto è punibile dal diritto penale, altrove no. Entrambe le soluzioni hanno importanti argomenti dalla loro parte. La libertà d’opinione è un bene prezioso, e segna la linea di demarcazione tra democrazia e dittatura. La dittatura non può sopportare opinioni devianti e nasconde verità scomode nella “neolingua” di Orwell. La democrazia segue certo il modello del mercato delle opinioni dove alla fine vince la verità e null’altro che la verità. Ma ildiktatdella political correctness, per essere onesti e franchi, non le è ignoto. La favola dei nuovi abiti dell’imperatore trova il suo posto da qualche parte tra democrazia e dittatura. La dittatura annuncia che l’imperatore indossa gli abiti più belli, la voce d’un bambino constata che l’imperatore è nudo. Ma lasciamo da parte favole antiche e nuovi costumi: la libertà d’opinione finisce, ove comincia ildiktat dei fatti. O almeno così dovrebbe essere, e invece non è così. L’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, il quale, ossessionato dall’odio non si limitava a giochi e parole, combinava la minaccia di annientamento nucleare contro lo Stato d’Israele con l’affermazione che non ci fosse mai stato un Olocausto, che tutto fosse stato nul-l’altro che un’invenzione sionista. Il suo successore Rohani, che sembra o è considerato il più civile tra gli ayatollah al potere, ha intanto rinunciato a mobilitare sul tema Israele, per non disturbare i negoziati sui controlli sugli armamenti nucleari e sulla riduzione delle sanzioni. Non è un nuovo passo nel processo d’approfondimento, eppure il possesso della vertià, della semiverità o della menzogna è in ogni momento un’arma nello scontro tra opinioni e poi nell’uso delle armi. Il negazionismo dell’Olocausto, ideologia statale in Iran e in parte del mondo arabo, mobilita i guerrieri della Jihad, aiuta a istituire dittature militari e cementa l’unità ideologica, là dove altrimenti già da tempo guerre civili avrebbero distrutto tutto. La Siria è l’ultimo esempio. Può la democrazia perseguire penalmente la negazione pubblica del genocidio industriale degli ebrei? E dovrebbe farlo? Il pericolo è che i negazionisti dell’Olocausto parlino con disprezzo del divieto loro imposto, e lo trasformino in presunta prova che una scomoda verità viene nascosta e coperta. Ma allo stesso tempo, comunità o società democratiche non possono permettere che la propaganda assassina circoli liberamente. L’odio razziale come follia individuale, tranne in casi estremi, è pressoche impossibile vietarlo, ma è ben possibile proibirlo come forza che consente di costituire partiti e movimenti politici. Ciò vale anche se ci proiettiamo verso l’esterno. Per Konrad Adenauer, Padre della Patria, nulla era più importante che il conquistare fiducia. Non soltanto la fiducia dei tedeschi nella democrazia liberale, bensì ancor di più la fiducia dei vicini verso la Germania. A tale scopo non bastarono né il Piano Marshall né la politica di “benessere per tutti” di Ludwig Erhard: ci volle anche da noi un processo di civilizzazione del discorso politico. Certo, Adenauer permise a molti ex “camerati” di restare o tornare attivi nella vita pubblica. Ma alla condizione di chiamare Crimini i Crimini de nostro passato. La libertà d’opinione, nei fatti, è un bene supremo della democrazia. Ma ha i suoi confini là dove lo Stato di diritto e la democrazia sono in pericolo.

→  ottobre 24, 2013


Intervista di Simonetta Fiori a Riccardo Pacifici

«Perché vogliamo la legge? È necessario fissare con chiarezza dove sta bene e dove sta il male. E se anche non servirà a fermare i negazionisti, può funzionare da monito per i più giovani». Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma, illustra le sue ragioni. «Vorrei anche ricordare che l’Italia arriva come fanalino di coda dopo ben quattordici paesi. I primi furono Germania, Austria e Francia. Può sfuggire alla legge proprio il paeseche ha partorito il fascismo e le leggi razziali?».
Una delle obiezioni riguarda l’efficacia del provvedimento. I negazionisti sono farabutti, ma la legge è un argine debole.
«Le leggi non risolvono i problemi. Il crimine non è stato debellato nei paesi dove vige la pena di morte. E nonostante il furto sia reato, in Italia e anche altrove si continua a rubare. Le leggi però fissano dei paletti. E oggi, con la recrudescenza dell’antisemitismo, serve a fissare uno spartiacque tra qual è la parte del bene e qual è la parte del male. Penso al vasto pubblico degli spettatori indifferenti e ignari. E penso ai più giovani, che poco sanno: il reato di negazionismo potrebbe indurli a una riflessione».
Non c’è il rischio di fare pubblicità a tesi ignobili? Là dove la legge è stata approvata, i processi sono stati formidabili tribune mediatiche.
«Ben vengano i processi, se servono a far parlare di quel che accadde settant’anni fa. Il dibattimento sul boia delle Fosse Ardeatine è servito a tante persone per approfondire pagine di storia altrimenti dimenticate. Così i processi contro i responsabili delle stragi nazifasciste in Italia: perfino io ho scoperto episodiche ignoravo».
Ma un conto sono i processi contro i responsabili dei crimini, un conto i processi contro chi li nega. Si rischia di farne dei martiri.
«È importante che comunque si continui a parlare dello sterminio. È necessario soprattutto ora che vengono a mancare i sopravvissuti. Sono stato pochi fa giorni ad Auschwitz, e purtroppo per ragioni di anagrafe e di salute molti degli ex deportati sono dovuti restare a casa. Le assicuro che è davvero un’altra cosa: parlare con loro e senza di loro».
Non pensa che la scuola serva più di una legge?
«Ma è evidente che i tribunali non sostituiscono l’azione di prevenzione fatta dalle scuole, che resta comunque prioritaria. Il reato ha però un valore simbolico forte. E poi dovremmo adottare verso i siti che predicano negazionismo e odio razziale le stesse misure adottate nei confronti dei siti pedopornografici. L’accostamento può suonare sacrilego, ma serve per far capire che ci sono le condizioni per intervenire concretamente».
Molti intellettuali anche ebrei si oppongono alla legge per una ragione di principio: non si può limitare la libertà intellettuale.
«Sì, sono contento che ci sia questa discussione. In realtà noi sosteniamo la legge non per soffocare la libertà di opinione, ma per impedire che i negazionisti entrino nelle università italiane – come purtroppo è già accaduto – o nelle sedi istituzionali. Quando Faurisson fu invitato dall’università di Teramo, per fermarlo occorsero l’intervento di un bravo rettore e perfino l’ordinanza di un questore coraggioso. Con una legge, ci sentiremmo più tutelati ».
Cosa pensano gli ex deportati di questa nuovo provvedimento?
«Tutti quelli che ho sentito sono favorevoli. Con l’unica eccezione di Piero Terracini. Ma è stato lo stesso Terracini a dire: io non so perché neghino. So per certo che, se fossero vissuti settant’anni fa, sarebbero stati dalla parte dei carnefici. Anzi: sarebbero stati essi stessi carnefici. In poche parole, ha detto tutto».

→  maggio 8, 2013


di Gad Lerner

Fra i compiti attribuiti dai sostenitori della “pacificazione nazionale” al governo Letta-Alfano primeggia l`archiviazione di quella che deprecano come la peggior malattia della sinistra: l`antiberlusconismo.

Per uscire dalla paralisi che attanaglia il paese, i “pacificatori” si augurano che venga dato a Berlusconi il riconoscimento politico negatogli fin qui da cattivi maestri che per loro convenienza, e accanimento personalistico, sarebbero giunti a snaturare le finalità storiche della sinistra. In effetti Berlusconi merita di essere riconosciuto per quello che è, tanto più oggi che la sua forza lo rende indispensabile al governo del paese. Ma se anche potessimo mettere tra parentesi la questione giudiziaria che lo attanaglia e le sue pretese di immunità, dare il giusto riconoscimento politico a Berlusconi può davvero limitarsi a una presa d`atto del suo consenso elettorale?Davvero l`antiberlusconismo può essere liquidato come uno stato d`animo immaturo, esacerbato, settario?

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→  aprile 30, 2013


di Ezio Mauro

Il Paese prima di tutto, avevamo detto qualche giorno fa. Oggi possiamo aggiungere: in particolare nei momenti di difficoltà. Ma dove sta il bene del Paese? Proviamo a ragionare, se è ancora possibile fare una discussione serena anche con chi non si riconosce nel pensiero dominante di questa primavera italiana 2013. O almeno col tentativo di usare l’emergenza politica per un cambio di stagione generale e definitivo, che trucchi i conti della piccola storia italiana di questi anni. Non voltando pagina, perché questo accade spesso. Ma riscrivendola.

Tre punti mi sembrano non controversi. 1) – L’Italia è in difficoltà, la crisi dell’economia reale sta sopravanzando il rischio finanziario rivelandosi in tutta la sua gravità per le aziende, per i lavoratori, per la coesione sociale. 2) – Un governo è indispensabile, e chi ha detto il contrario è uno sprovveduto in linea con i populismi vari, che campano spacciando risposte semplici a problemi complessi. La Spagna proprio in questi giorni ha negoziato con Bruxelles due anni in più di tempo per il rientro del deficit, dimostrando che un esecutivo con conti e programmi alla mano può farsi ascoltare in Europa fino a bucare il muro dell’austerity dogmatica. 3) – Dopo aver sfiorato il default finanziario, il sistema ha rischiato il default istituzionale.

E questo perché le tre minoranze uscite dalle urne anche grazie ad una legge sciagurata non sono state capaci di formare una maggioranza di governo, e addirittura non sono riuscite a dare forma all’istituzione suprema, la presidenza della Repubblica. Da qui il corto-circuito che ha portato tre partiti a chiedere a Napolitano di ricandidarsi perché il parlamento era bloccato, accettando nel contempo la richiesta del capo dello Stato di impegnarsi a far nascere un governo, due mesi dopo il voto. Quindi un governo di necessità, una situazione estrema, una soluzione eccezionale fortemente contraddittoria, perché trova unite questa destra e questa sinistra, che si sono contrapposte duramente per vent’anni.

Com’è chiaro, non sono le responsabilità che devono spaventare. Ci sono parecchie cose che non solo si possono, ma si devono fare insieme tra forze politiche molto diverse (Scalfari ha ricordato Togliatti) e riguardano le regole del gioco e le sue varie forme, quindi la legge elettorale, la riduzione del numero dei parlamentari, la correzione del bicameralismo perfetto, il taglio dei costi della politica: tutte misure che potrebbero ridare efficienza alla macchina democratica, ma soprattutto potrebbero avviare un recupero di fiducia nel rapporto in crisi tra partiti, istituzioni e cittadini. Anzi, le politiche di cambiamento e di novità (come la scelta da parte di Enrico Letta del ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge) sono l’unica strada per governare la contraddizione politica di questa maggioranza, provare a superarla nei fatti e guardare avanti, ricordando che la premiership viene dal Partito democratico e deve averne il segno.

Il punto in discussione è il tentativo ormai evidente, sistematico, insistito e molto diffuso di vendere un’alleanza di emergenza come uno stato d’animo del Paese, trasformando un governo di necessità in un’opportunità culturale per rimodellare la vicenda storica di questi anni. L’operazione cambia le carte in tavola, e assume un unico punto di vista – quello della destra, con le sue convenienze – come fondamento oggettivo della nuova fase. È evidente a tutti che Berlusconi, giunto terzo alle elezioni, arriva al tavolo delle grandi intese per scelta, con un’opinione pubblica che si sente premiata, una classe dirigente che appare miracolata. Dall’altra parte, il Pd – sconfitto politicamente nel momento in cui prevaleva numericamente – arriva alla condivisione di governo per obbligo, con un’opinione pubblica contraria e frastornata, un gruppo dirigente disorientato e diviso. La sinistra vuole governare per fare poche riforme necessarie, affrontare la crisi del lavoro, rinegoziare la stretta dell’austerity con l’Europa e andare al voto. La destra vuole rilegittimarsi come forza di governo dopo il fallimento del ministero Berlusconi, vuole istituzionalizzare la carica “rivoluzionaria” che aveva in passato portandola dentro il sistema, vuole sacralizzare la figura del suo leader ripulendola dalle troppe macchie degli ultimi anni attraverso un ruolo da padre della Repubblica: senatore a vita, o presidente della convenzione per le riforme. Dunque il governo può durare finche servirà a questo scopo.

In sostanza è come se la destra dicesse al sistema: l’anomalia berlusconiana (composta dalle leggi ad personam e dal rifiuto di accettare il giudizio dei tribunali, dal conflitto di interessi, dallo strapotere economico e mediatico, da una cultura populista che intende il potere eletto dal popolo sovraordinato rispetto agli altri poteri, dunque insofferente per natura speciale ad ogni controllo) è troppo grande e troppo permanente per essere risolta. Il sistema è stremato per lo scontro senza soluzione con la presenza fissa di questa anomalia. Dunque al sistema conviene costituzionalizzarla, introiettandola: ne uscirà in qualche misura sfigurato ma definitivamente pacificato, perché a quel punto tutto troverà una sua nuova deforme coerenza. Per questo, la grande coalizione è un’occasione irripetibile, guai a non sfruttarla ben al di là del governo.

Per arrivare fin qui, al vero scopo, è necessario lavorare sul “contesto”. Ingigantire l’aura di questo governo, parlando di “pacificazione”, di uscita dalla “guerra civile”. Bisogna cioè creare un senso comune accettato che ricrei le basi del confronto politico e rinneghi la lettura di questo ventennio, sia la lettura di destra che quella di sinistra (quella centrista o liberale non conta, perché è sempre al traino della cultura dominante in quel momento). E il senso comune è quello della grande omologazione nazionale, dove si scopre all’improvviso che destra e sinistra sono uguali, le vicende di questi ultimi anni non contano più per gli uni e per gli altri, non hanno lasciato segni nella storia, nella cultura istituzionale, nella piccola vicenda dei partiti, nel loro rapporto che pure è stato per lunghi tratti vivo, vitale e addirittura vivace con le opinioni pubbliche di base.

Ne discendono norme nuove di comportamento, inviti insistenti. Valga per tutti “il principio di realtà”, quindi non le culture di riferimento, gli interessi legittimi che si rappresentano, addirittura gli ideali diversi. No, conta solo la “realtà”, cioè il dato di oggi che prevale sul futuro e sulla storia italiana di questi anni. La politica si conformi. I giornali cambino addirittura tono, abbassando la voce, come se ci fosse un tono prefissato secondo le stagioni di governo, e i toni non fossero ogni volta la reazione a precise azioni dei protagonisti, dichiarazioni, proclami. Il risultato da ottenere è evidente: una grande amnistia culturale deve scendere sul ventennio, non lo si deve più ricordare per non giudicarlo, tutto è alle spalle, tutto si confonde, gli statisti non sono a targhe alterne ma in servizio permanente effettivo.

E qui, il nuovo senso comune ben coltivato porterà all’esito finale di tutta l’operazione: la fine del giudizio penale ancora in corso per definitiva autoconsunzione, in quanto il nuovo clima dominante di conciliazione governante prevarrà sul clima che pretendeva giustizia, o sosteneva per anni la pretesa di volere addirittura la legge uguale per tutti. Giuliano Ferrara lo ha detto lucidamente: la strada maestra per Berlusconi è spingere per la grande politica, “obliterando in questo modo ogni valore morale delle condanne che lo riguardano”. Vale a dire che il nuovo senso comune spodesterà quello precedente, vivo per anni, maggioritario o di minoranza secondo le fase, e tuttavia vivo. Alla fine si presenterà tutto questo come una vittoria della politica, mentre è un’altra cosa. L’abuso semantico e politico, dunque culturale, del concetto di governo di salute pubblica si estenderà prosaicamente alla salute privata di qualcuno. E quando questo clima sarà instaurato, potranno venire come al solito le norme ad personam, visto che a quel punto non sembreranno più un vulnus, ma un esito naturale e accettato.

Nella lettura a reti unificate che i giornali danno della grande intesa, si vedono tutti i segni di questa costruzione complessa che si richiama alla “realtà”, ma che configura un’iper-realtà politica di comodo, addirittura ideologica. È una lettura dalla quale ci discostiamo. Si possono – si devono – fare le cose che servono al Paese, ma salvando il vero principio di realtà, che consiste nel preservare le diverse “visioni sostantive” del Paese, le identità distinte di destra e sinistra, le letture degli ultimi vent’anni che sono state fatte in forme tutt’affatto difformi nei due campi, le due diverse idee dell’Italia. Qui c’è la base di un’onesta responsabilità condivisa, proprio perché qui c’è la coscienza dei limiti dell’emergenza, il rispetto delle pubbliche opinioni, la consapevolezza del fatto che il Paese ha bisogno di una maggioranza e di una minoranza, a cui si deve tornare appena i nodi principali sono stati sciolti. Qui, nelle differenze occidentali, nel rispetto onesto delle diversità, sta la base del futuro scontro elettorale, della ripartenza del Paese e del confronto democratico. Ecco perché tutto questo ci sta a cuore. Perché non tutto è emergenza, e nelle differenze culturali sta il bene del Paese.

→  ottobre 7, 2012


di Eugenio Scalfari

La legge elettorale ancora non c’è anche se se ne comincia a intravedere una possibile soluzione. Le primarie del Pd non sono ancora state effettuate e l’esito dello scontro tra Bersani, Renzi e Vendola è ancora incerto. Le sorti del Pdl sono appese al filo delle decisioni di Berlusconi; potrà rappresentare ancora un 15 per cento dei voti o implodere dissolvendosi come nebbia al sole. Il centro moderato per il quale lavora Casini è un’ipotesi che fatica a tradursi in realtà.

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