La verità su Unipol-Bnl: così l’Italia ha perso una banca

giugno 1, 2012


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Ronny Mazzocchi

Quando si tratta di questioni giudiziare, soprattutto se riguardano fatti e protagonisti di vicende finanziarie che sono stati messi alla berlina dai cosiddetti poteri forti, il tempo dell’accusa e della distruzione d’immagine è sempre infinito. Mentre quello della confutazione delle accuse e della riabilitazione non arriva quasi mai.

Anche le poche volte che arriva, come è successo ad esempio con la recente sentenza della magistratura sulla vicenda Unipol- Bnl, tutto avviene quando i tempi della vita pubblica ed economica sono andati talmente oltre che al ristabilimento della verità non può seguire alcuna conseguenza di rilievo. Le operazioni finanziarie ingiustamente sventate sotto i colpi dell’offensiva mediatico-giudiziaria non possono infatti più essere ripristinate e l’unica consolazione resta la soddisfazione personale degli accusati nel vedersi scagionati da accuse spesso infamanti.

Per molto tempo Giovanni Consorte, l’abile regista di quella operazione finanziaria, è stato accusato da tutti i principali giornali di avere ordito un diabolico piano per impossessarsi non solo di due importanti banche italiane ma anche di uno dei principali gruppi editoriali del Paese. Si è trattato di una colossale mistificazione che ha cercato di accomunare – grazie a un mercato di intercettazioni legali o illegali, ma pur sempre illecitamente pubblicate – quello che nulla aveva in comune: l’opa di Unipol su Bnl, le scalate di Ricucci al Corriere e quelle di Fiorani ad Antonveneta. Il tutto è stato abilmente presentato come parte di uno stesso disegno politico-finanziario che mirava a sovvertire gli equilibri della finanza e minacciava la libertà di stampa e la stessa democrazia. Un piano che era al servizio di oscuri interessi politici ed economici, in una trama che – sotto l’attenta e spregiudicatissima regia dell’allora governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio – andava dai vertici degli allora Ds a Silvio Berlusconi e che qualche maligno ribattezzò prontamente la «bicamerale della finanza».

Ora che la magistratura italiana ha smontato pezzo per pezzo la teoria del disegno criminoso che avrebbe legato la «finanza rossa» agli immobiliaristi e ha riconosciuto che Unipol non aveva partecipato né alla scalata tentata da Fiorani su Antonveneta né a quella di Ricucci su Rcs, è diventato chiaro a tutti che quella tambureggiante campagna stampa altro non era che una spietata operazione di potere che, facendo fuori tutti i potenziali competitori e lasciando in campo un’unica squadra, mirava a puntellare la declinante forza dei soci di riferimento. Davanti a questa manovra, quasi tutto il sistema politico si divise fra servi sciocchi e pavidi attendisti, e solo una piccola minoranza – pagando un prezzo enorme in termini personali e politici – ha avuto il coraggio di dire apertamente chi aveva il coltello dalla parte del manico e lottare affinché la politica recuperasse un suo ruolo e una sua dignità e non si facesse più dire dai banchieri o dai loro giornali che cosa fare o non fare. Alla fine a rimetterci è stata però soprattutto l’Italia che ha perso il controllo di una importante banca che – in questa delicata fase di crisi – sarebbe stata fondamentale nel rilancio del Paese e, in particolare, nello sviluppo di un settore già in continua espansione come quello cooperativo.

Purtroppo il «salotto buono» del capitalismo italiano e i suoi numerosi cortigiani, credendo di imitare i signori risorgimentali, si sono a lungo illusi di potere esercitare il potere il patria con l’aiuto di re ed eserciti stranieri. Oggi gli stessi giornali e le stesse grandi firme che, in quella calda estate del 2005, si erano lanciati in una pesante offensiva per bloccare Unipol e aprire le porte allo straniero in Antonveneta e Bnl, si sono tardivamente accorti che il nostro Paese, privo dei necessari scudi, è diventato preda della protervia dirigista di gruppi stranieri dietro i quali c’è sempre un governo forte ed attivo nella definizione di nuovi rapporti di forza a livello europeo ed internazionale. Che le valutazioni dei grandi capitalisti italiani fossero sbagliate era evidente già molti anni fa, ma i pochi che ebbero il coraggio di denunciarlo vennero accolti da generale ilarità. Eppure non ci voleva un genio per capire che, facendosi togliere le castagne dal fuoco da qualcun altro, questo prima o poi se le sarebbe volute anche mangiare.

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Lettera al Direttore
di Franco Debenedetti – Il Foglio, 01 giugno 2012

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