La battaglia contro il coronavirus si combatte anche con i dati

marzo 24, 2020

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Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


di Alberto Bisin, Natale D’Amico e Franco Debenedetti

Il lock down impone a tutti grandi sacrifici, lo reggiamo solo perché è evidente a chiunque che, in questa situazione, è il solo rimedio possibile. Ma l’ansia crescente con cui leggiamo il bollettino di guerra, non ne è la conseguenza inevitabile: dipende dalla carenza di analisi scientifiche per capire e spiegare cosa sta succedendo. E non può essere diversamente: perché manchiamo di dati oltre ai numeri, giornalieri e progressivi, di contagiati, guariti, morti. Certo di questo virus anche gli esperti conoscono poco, come sceglie le sue vittime, come le assale, come muta, se chi guarisce si può considerare immunizzato. Ma ci sono fatti che conosciamo o altri che potremmo conoscere se solo avessimo dati accurati su cui basare analisi attente.

Questa mancanza di dati può indurre la mutazione dell’ansia in sfiducia, limita la capacità del nostro paese di combattere l’epidemia in modo razionale ed efficace, ci coglie impreparati per ciò che succederà nelle fasi successive a quella del vincolo stretto.
Data sola tenemus: per fare analisi accurate necessitano dati in tempo reale, giorno per giorno, ben disaggregati geograficamente e per caratteristiche demografiche. Quanto segue è dato solo come esempio per il lettore: agli epidemiologi tradurlo in termini esatti.

Non abbiamo una stima accurata del numero di infetti e del suo tasso di crescita nel paese. Questo perché non abbiamo dati campionari e nemmeno dati sulla distribuzione dei test per età e per stato di salute. Per ricostruire il numero dei contagiati siamo costretti a risalire indietro partendo dal numero dei decessi, per poi applicare i tassi di letalità registrati altrove (come ad esempio fa Simone Ferro per lavoce.info, giungendo a una valutazione di 240.000 contagiati). Senza una stima del numero di infetti e del suo tasso di crescita siamo in totale balia dell’epidemia, non possiamo nemmeno iniziare a valutare l’efficacia dei vari interventi di contenimento. E senza stima degli infetti, non abbiamo una stima del tasso di letalità nel paese, dove gli infetti compaiono al denominatore: a spiegare l’apparente l’eccezionalità del nostro paese, basta la nostra struttura demografica (il virus colpisce più gravemente gli anziani, che sono relativamente numerosi) sommata al fatto che gli anziani siano più integrati in famiglia e quindi sono più facilmente infettati? E l’eccezionalità lombarda si spiega perché gli ospedali sono stati per primi travolti da un flusso di malati che non sono stati in grado di gestire? Perché il virus si è diffuso negli ospedali, tra operatori sanitari prima e poi tra malati già ricoverati? Supposizioni, fino a che non si abbiano dati riguardo a quanti operatori sanitari sono stati testati (e quanti fossero già sintomatici), in quali condizioni sanitarie abbiano operato, quanti malati non siano stati ammessi in ospedale, quanti non abbiano potuto aver accesso a terapia intensiva necessaria, quanti siano deceduti fuori dalle strutture ospedaliere, con sintomi di difficoltà respiratorie. Senza un’analisi statistica di quali siano i più rilevanti colli di bottiglia (le maschere, i letti, i ventilatori, gli operatori sanitari, le ambulanze, i test, i laboratori) non possiamo nemmeno definire i problemi logistici (cosa produrre innanzitutto, in quale quantità, dove mandarlo). E se si sanno, perché non si dicono?

La mancanza di dati comporta, in primo luogo, che non siamo in grado di valutare gli effetti degli interventi già attuati per contrastare la diffusione dell’epidemia. Il lockdown ha avuto una chiara giustificazione come misura precauzionale in condizioni di estrema ed eccezionale incertezza. Ma ha costi enormi, psicologici e socio-economici: è assolutamente necessario valutarne con cura e dettaglio gli effetti. Senza questa valutazione non sappiamo se vada inasprito, dove, quando, e per chi. E non sapremo quando sarà il momento per rallentarlo, e in quale modo. Questo è un punto fondamentale perché l’economia del paese non è in grado di sopportare misure così drastiche per molto. E se anche fosse in grado di farlo, con aiuti esterni, sarà la società civile a ribellarsi alle limitazioni delle libertà personali e della socialità di cui si nutre.

Ma dati accurati sono necessari non solo per studiare l’evoluzione dell’epidemia, l’efficacia degli interventi già messi in atto: ma anche per pianificare la seconda fase di interventi, una volta che il lockdown abbia avuto gli effetti sperati. Ogni analisi epidemiologica esistente, su dati da Cina, Corea del Sud, Singapore, ma anche da Vo’ e dal Veneto, suggerisce l’efficacia di una politica di test di massa ed isolamento di coloro che risultino positivi ai test (e dei loro contatti). Questa strategia richiede un enorme sforzo di raccolta ed analisi di dati in tempo reale. Richiede la geolocalizzazione di milioni di persone (positivi, lavoratori in servizi essenziali, anziani bisognosi di aiuto), di tracciare i movimenti di molti di questi, di comunicare tempestivamente informazioni precise ed accurate alla popolazione.

Per avere dati ci vogliono i tamponi. Non si tratta di contrapporre una (dubbia) politica del tampone a una (certa) politica del contenimento. Ma è evidente che quando si dice più dati si dice necessariamente più tamponi.
Tanto per incominciare: si fa l’analisi a campione della popolarità dei politici, perché non si fa fare un’analisi a campione della popolazione?
Poi, come funziona il sistema degli esami? Quanti a cui il medico di base ha richiesto il test, sono stati rifiutati; quali i tempi, tra la richiesta di sottoposizione al test di positività al virus, l’effettiva somministrazione del test, la disponibilità dell’esito? Quale la disponibilità di test diagnostici, attuale e prevista in 7 giorni, e la capacità dei laboratori di analizzarli?

L’iniziativa dei medici di base di Base di Milano che in 48 ore sono riusciti a intercettare 1800 malati con sindrome di Coronavirus (che più correttamente, in assenza di tamponi, bisognerebbe chiamare casi sospetti) dimostra come anche dati facilmente acquisibili consentano di pianificare strategie di cura e di profilassi più mirate.

Naturalmente la raccolta e la prima analisi dei dati deve farsi senza aggravio per medici e infermieri già tanto stressati. Per i tamponi vediamo che possono essere raccolti fuori dalla struttura ospedaliera e pensiamo che anche il loro esame possa essere eseguito in laboratori esterni, con personale facilmente addestrabile. Per raccogliere dati in generale ci vogliono statistici e sociologhi, non medici o infermieri, che anzi se ne avvantaggerebbero. Ci sono colli di bottiglia che lo impediscono?

Infine i dati di cui avremo bisogno per il futuro, il lungo futuro da quando si chiuderà questa (prima) fase acuta a quando sarà possibile fare la vaccinazione di massa. La app, scaricata da chi acconsente, con cui, se positivo, si può risalire a chi potrebbe avere infettato e quindi a isolarlo, e avrebbe contribuito alla più rapida uscita della Corea del Sud dalla fase acuta. Pare richieda l’approvazione di una norma in Parlamento: ma se si riescono ad approvare misure per sovvenire ex post, dovrebbe essere possibile farlo anche per le misure ex-ante.
La battaglia contro questa epidemia non si combatte solo negli ospedali e nei laboratori dove si studiano vaccini e cure, ma si combatte con accurate analisi epidemiologiche e statistiche, giorno per giorno.

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