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Archivio per il Tag »dati«

→  aprile 19, 2019


Minitel funzionava nel 1981, il primo uso privato di Internet è di dieci anni dopo. La Programma 101 dell’Olivetti è del 1965, il personal IBM di dieci anni dopo, il Mac quasi di venti. Quaero, il motore di ricerca europeo che doveva far concorrenza a Google e a Yahoo! è del 2005; Qwant gli succede otto anni e molti miliardi dopo, e oggi aspira a prendere il 5% del mercato. Perché oggi l’Europa tra i grandi ha solo Spotify (che vale un ventesimo di Facebook) e SAS (che fa un altro mestiere)? Per capire le cause di questa singolarità è utile confrontare l’apparato ideologico alla base dell’articolo di Fabrizio Barca (12.4 su la Voce.info) con l’ambiente culturale in cui si è formata la società delle piattaforme.

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→  settembre 11, 2018


Fare ordine: nei dati…
“Ci siamo accorti che le informazioni erano troppe: era necessario fare ordine”. La voce, alla radio austriaca, è quella di Larry Page, intervistato per la ricorrenza. Page Rank, l’algoritmo che assegna un peso numerico ad ogni elemento di un collegamento ipertestuale di un insieme di documenti, “fa ordine” perché consente di ordinare gli elementi di un insieme secondo la loro l’importanza relativa. Questa è la ragione del successo di Google: grazie a Page Rank possiamo orientarci nella sterminata massa di dati con cui il web ci sommergerebbe. Con il web, il mondo è diventato di colpo immensamente più grande; se, come insegna Agostino, il nostro “prossimo” sono quelli che abbiamo vicino, prossimo diventano virtualmente tutti gli abitanti del pianeta. Rischiamo di perderci, se il mondo non diventa anche più trasparente, e qualcuno ci rende possibile trovare, sapere, avere quello che cerchiamo.
L’albero della conoscenza, di cui abbiamo mangiato, è anche l’albero del bene e del male. Acquisito il bene come nuovo diritto universale, è sul male che si esercitano le Cassandre. Non solo il male che è possibile fare deliberatamente, usando le potenzialità di questo (come di ogni altro) nuovo strumento. Ma il male che deriva intrinsecamente dalla sua fruizione: il maggior tempo che dedichiamo, il maggior numero di persone che incontriamo, la maggiore quantità di risorse che spendiamo, perfino il maggior numero di parti cesarei che le donne preferiscono nel garantire la sopravvivenza di questo pianeta.

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→  giugno 14, 2018


La deriva narcisistica dei social e la domanda se sia giusto porre vincoli al desiderio dell’esibizionista

“If it’s free, you are the product”. Quante volte l’abbiamo sentita questa battuta, ultimamente perfino al Festival dell’Economia di Trento. Fattualmente sbagliata (il rasoio Gillette lo regalava, ma il prodotto erano le lamette, non la faccia dei clienti), vecchiotta (lo si diceva già della televisione generalista), è soprattutto ingannevole, svia l’attenzione dalla questione veramente rilevante: chi è “you” e che cosa vuole? Perché ogni “you” pensa se stesso come “Me”, nel senso usato da Tom Wolfe in The Me Decade and the Third Awakening”. La tesi che sviluppa in quel famoso articolo del 1976 sul New York Magazine è che nel diffuso benessere degli anni ’70, a partire dalla come cultura libertaria e psichedelica (anche nel senso dell’acido) di hippy e studenti, si sviluppa “la più grande era di individualismo della storia americana”, paragonabile alle due precedenti, quello contro la religione e in generale l’autorità coloniale inglese, e quella che nelle crisi dell’800 permise il formarsi di comunità nel Mid-West e nel West.

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→  giugno 1, 2018


Le accuse contro i big del web devono trovare risposta, ma senza interrompere la marcia verso il futuro

“Apocalittici e integrati”: allora divisi sulla cultura di massa, oggi sulla rivoluzione digitale; per questi, componente essenziale della nostra vita, per quelli, minaccia al funzionamento del sistema capitalistico e delle democrazie. Più che vedere se gli “apocalittici” abbiano ragione o torto, è importante che gli “integrati” abbiano le idee chiare sulle accuse mosse ai GAFA (Google, Apple, Amazon, Facebook). Queste appaiono essere i due tipi: l’una contro la rivoluzione digitale stessa, l’altra contro la struttura produttiva che ne è emersa; l’una luddista, antitecnologica, mossa dal timore per il potere disruptive dell’economia digitale; l’altra strutturale, contro il gigantismo dei protagonisti ed il potere, non solo tecnico, ma economico e politico di cui dispongono.

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→  aprile 11, 2016


Si vedono sempre più porte con una serratura nuova: è quella che neutralizza la cosiddetta chiave bulgara, inesorabile contro le serrature tradizionali. Un’innovazione tecnologica ci aiuta a difendere i beni che custodiamo nelle nostre case, e i valori, economici, simbolici, affettivi, che ne fanno la nostra “proprietà”.

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