Debenedetti: “No allo Stato padrone non serve né a Telecom né all’Italia”

luglio 30, 2017


Pubblicato In: Giornali, La Repubblica


Intervista di Filippo Santelli

«La società unica delle reti mi sembra un puro “wishful thinking” da parte del governo». Franco Debenedetti, ex manager di Olivetti e per tre volte senatore, tra Pds e Ulivo, definisce una beata illusione l’ipotesi avanzata da Palazzo Chigi, per bocca del sottosegretario Giacomelli, di far confluire in un unico soggetto le infrastrutture di rete di Telecom e Open Fiber. «Sarebbe un male per Il Paese perche ci riporterebbe allo Stato padrone.”

Eppure anche Arnaud de Puyfontaine, ad a tempo di Tim, si è detto disponibile a ragionarci. Non è una apertura?
«Non l’ho letta così. Telecom siede su una infrastruttura che vale 15 miliardi, con che soldi l’Italia la paga? In una fase di tensione tra Italia e Francia, anche per la vicenda Fincantieri, quella di de Puyfontaine mi sembra più che altro una frase diplomatica dettata dalla volontà di tenere buoni rapporti con il governo. Lo conferma anche la vicenda Cattaneo: non si spiegherebbe in modo diverso la decisione di sostituire un manager che ha fatto bene, e i cui risultati sono stati riconosciuti, e profumatamente pagati, per usare un eufemismo Da una società unica non guadagnerebbe né Telecom né l’Italia».

Perché a Tim non conviene?
«Perché un’azienda telefonica è la rete, venderla significherebbe di fatto ripubblicizzarla. Giacomelli e altri dicono che quando nel 1997 Stet fu privatizzata bisognava dividerla in due, una parte di “rete”, pubblica, e una parte “commerciale”. Ma in quest’ultima sarebbe rimasto nulla più che l’attività commerciale. Stretta tra le tariffe dell’Autorità e una società della rete che avrebbe cercato di minimizzare i suoi guadagni massimizzando i propri: chi l’avrebbe comprata e a quanto?».

Una società che però potrebbe competere sui contenuti.
«Questo pare sia il grande l’obiettivo di Vivendi, attraverso l’accordo con Canal+ e quello eventuale con Mediaset. Ma ha senso solo per chi possiede la Rete. Non a caso AT&T si fonde con Time Warner».

Da una rete pubblica avrebbero magari guadagnato gli investimenti?
«Al contrario. Anziché una sola decisione di investimento, due soggetti in opposizione di interesse si sarebbero rimpallati le responsabilità. Per giunta in un settore dove la domanda manca e c’è bisogno che si crei».

Il monopolio Telecom non ha a che fare con il ritardo digitale italiano?
«Quando si fanno i paragoni con gli altri Paesi bisognerebbe ricordare che l’Italia non ha avuto la televisione via cavo. Dal punto di vista della rete cellulare siamo tra i primi in Europa, mentre ora Tim ha fatto un piano triennale da 11 miliardi di investimenti, il più grande nel nostro Paese».

Investimenti che sono accelerati nel momento in cui si è fatto avanti un operatore concorrente a trazione pubblica.
«È sicuro che la concorrenza fa bene. Detto questo, il governo aveva mille modi per sollecitare l’incumbent. Siamo sicuri che li abbia provati tutti?».

La concorrenza tra due infrastruttura non rischia di risolversi in uno spreco di risorse, pubbliche e private?
«Certamente i privati possono anche sbagliare quando investono, ma sbagliano con i soldi loro. Diverso se si tratta dei soldi del contribuente: l’attenzione deve essere massima».

Resta l’integrazione verticale tra la rete e un operatore commerciale. In altri settori come l’elettricità e il gas lo scorporo l’ha risolta.
«Le reti non sono tutte uguali, la metafora delle autostrade non regge. Terna gestisce solo tralicci e cavi, lo stesso per Snam. Un’azienda telefonica è la sua infrastruttura».
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