Come far sopravvivere alla crisi un capitalismo moderno e moderato

giugno 6, 2013


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di Salvatore Bragantini

«Il capitalismo ha i secoli contati», s’intitola un libro di Giorgio Ruffolo, ma se esso non smette certi tratti inaccettabili la profezia si avvererà più in fretta. Le cause reali della crisi che viviamo dall’agosto ’07 sono gli sbilanci commerciali (per l’ingresso di grandi Paesi prima inesistenti per i commerci) e l’eccesso del risparmio sugli investimenti reali. Grandi fette di valore aggiunto si sono infatti spostate dal lavoro (che consuma e sostiene la domanda) al capitale (che risparmia ma non trovando investimenti produttivi crea bolle). Negli Usa il reddito reale dei dipendenti calava ma essi rimediavano indebitandosi con le banche. Queste li finanziavano grazie ai denari di chi si stava appropriando dei guadagni di produttività, fin lì divisi con il lavoro.

La finanza, invece di servire l’economia l’ha resa ancella, registrando grazie alla garanzia statale utili futuri (spesso virtuali), dai quali estrae bonus (reali e immediati). Dalla finanza la crisi è passata all’economia reale, gonfiando i debiti pubblici. Insieme alla perdita di competitività del Sud dell’eurozona, ciò alimenta le tensioni sull’euro.
La disoccupazione, alta ovunque, nel Sud Europa tocca metà dei giovani. Il welfare, che ci ha dato sicurezza e pace sociale, regredisce. Imperante il mito del pareggio di bilancio in mezzo alla bufera della recessione, la risposta è solo nella politica monetaria, ma questa è come una corda: può tirare, non spingere. Intere generazioni nei Paesi sviluppati, non potendo svolgere il lavoro per cui si son preparate, non possono pianificare la propria vita.

Se vuol sopravvivere senza gravi choc, il capitalismo moderno deve scrutare ansioso questo corrusco quadro di casse pubbliche esauste, crisi economica e giovani generazioni perse. Eppure stenta a capire la posta in gioco. Le cause reali della crisi non sono state attaccate; da parte sua il genio della finanza rifiuta di tornare nella bottiglia a fare un noioso mestiere, sogna i «tempi d’oro».

Le imprese fanno spregiudicati arbitraggi fiscali fra gli Stati, anche membri della Ue, per «ottimizzare» (vulgo non pagare) le tasse, zigzagando fra royalty, prestiti e management fee; non basta che il commissario Ue Michel Barnier chieda flebilmente dettagli su quante tasse esse pagano e dove. Ce n’è di strada da fare! Nessuno tocca gli «approdi fiscali» che non stanno solo nei mari del Sud. Alla famiglia Riva sono stati sequestrati 1.200 milioni usciti, pare, dalla gestione Ilva: a Jersey, nel Regno Unito.

È rivelatrice l’audizione di Tim Cook, capo di Apple, al Congresso Usa sulle manovre del gruppo per eludere le tasse: nel 2011 Cook ha ricevuto (in soldi e azioni), 378 milioni di dollari, cifra che un «colletto bianco» Usa guadagnerebbe in seimila anni. Abilmente manovrando i costi, per allargare oltre la decenza le maglie fiscali dei vari Paesi, Apple (50 mila dipendenti) ha sifonato fuori dagli Usa circa 100 miliardi di dollari (2 milioni a dipendente); pressata dagli azionisti, ha acceso un maxi-debito per restituire loro 17 di quei miliardi, e dedurrà pure gli interessi dalle tasse!

Apple, Google (che è ovunque per i clienti ma si nasconde alla privacy e al Fisco) e altri colossi detengono, fuori dagli Usa, 500 miliardi di dollari. Per tutti Cook ha avuto la faccia di chiedere un condono per rimpatriare il malloppo a poco prezzo, aprendo perfino una trattativa: dateci norme più lasche e smisteremo negli Usa redditi imponibili!

Lungi dal reagire con durezza, i congressmen – ipnotizzati dalla fama di Apple e dalla ricchezza di Cook, o ammansiti dai «contributi» ufficialmente provenienti dalle grandi imprese – sono parsi sensibili a tali argomentazioni. Ciò dà la misura della loro soggezione ideologica al big business, che del mercato vero è sempre nemico.

Le imprese si sono solo avvalse delle leggi, molti dicono, la colpa è dei politici che le fanno. È vero, ma ciò ci ricorda che le sirene del big business non vanno ascoltate: ce lo dicono loro stesse. Tocca alla politica curare l’interesse generale, spesso negletto a favore di chi si mostra tangibilmente grato.

Crisi è crinale del mutamento, ma serve forza lungimirante per invertire il moto, restituendo risorse al lavoro; chi vuol rilanciare la domanda passa per talebano. Anche la critica di Sergio Romano al libro di Franco Gallo «L’uguaglianza tributaria» (Corriere, 5 giugno) scorda che l’eccesso di accumulazione prosciuga la domanda e crea bolle.

Per uscirne servirebbe tornare alle idee di Keynes, imponendo ai Paesi in surplus di spenderlo entro date scadenze, agire sulle imposte, abolire gli «approdi fiscali», regolare seriamente la finanza, ma bisogna volerlo; qui sta il problema.

La situazione attuale mina alla base lo Stato moderno, alle cui spese ognuno deve contribuire secondo le sue possibilità. Chi viola tale principio semina vento; con tanti giovani inquieti senza futuro, non si sorprenda se ci sarà tempesta. Avere il coltello dalla parte del manico non rende consigliabile usarlo. Lo sviluppo della seconda metà del Novecento è stato costruito sulla moderazione; approfittare della debolezza della controparte può costare caro, a tutti.

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