Chiamparino e il caso Fiat
“Sindacati siano affidabili”

luglio 25, 2010


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intervista a Sergio Chiamparino

Il sindaco di Torino: siamo indietro di trent’anni. “Senza garanzie il Lingotto sarà americano”
TORINO – “Il fatto è che pensiamo ancora come negli anni Settanta, siamo fermi a quell’epoca e a quel mondo. Non solo la Fiom, ma tutta la politica italiana, a destra e a sinistra, dalla Lega che continua a dire che dopo trent’anni di contributi la Fiat non può andare fuori, a chi pensa semplicemente che si possa andare avanti senza regole o con regole messe continuamente in discussione. Se è così chi glielo fa fare a Marchionne di investire 20 miliardi in un paese in cui, bene che vada, è sopportato. Poi però bisogna pur convincerlo a rinunciare alla linea dura e a pensare a qualcosa di alternativo per Mirafiori”.

Sindaco di Torino, esponente di spicco del Pd, amico ma non solo per questo interlocutore privilegiato del numero uno del Lingotto col quale è stato il primo a parlare dopo la bomba Mirafiori-Serbia, Sergio Chiamparino, la dice così come la pensa.

Già, signor sindaco, ma lei crede possibile una soluzione per Mirafiori?

“Sono convinto che si potrà aggiustare. Ho visto il programma che per quanto riguarda la fabbrica torinese, da qui al 2013, indica una produzione annua di 250 mila vetture. Ne ho parlato con Marchionne anche nel colloquio telefonico di venerdì e non credo possa essere cancellato. Quanto a cosa produrre, come avete scritto su Repubblica, ci sono la MiTo che comunque rimane e altri modelli dello stesso marchio. So anche che la L0, che si vuole dirottare in Serbia, prevede una famiglia di vetture alcune delle quale possono essere prodotte a Mirafiori. Dunque gli spazi per assicurare la continuità produttiva ci sono”.

Sarà questa la richiesta di partenza nella riunione di mercoledì prossimo?

“Non solo. Mi auguro che non sia un tavolo di chiacchiere. C’è il rischio il rischio che finisca in cinematografo e questo non va bene. Il fatto che l’annuncio del vertice congiunto sia arrivato dopo che le agenzie avevano diffuso la notizia del mio colloquio con Marchionne mi fa temere che possa trattarsi di qualcosa messo assieme affrettatamente e per non restare indietro. Potrà essere un tavolo importante se il governo convincerà la Fiat a provarci ancora su Torino e, più in generale, a non rinunciare alla sfida lanciata con Fabbrica Italia”.

Come?

“Mettendo per esempio dei soldi per la ricerca e la produzione del motore pulito. Una cosa che si può fare solo a Torino perché qui ci sono le capacità tecniche per poterla fare. E’ questo un elemento aggiuntivo che però presuppone una chiara scelta di politica industriale che sinora è mancata”.

Al tavolo ci saranno anche i sindacati, compresa la Cgil, e il caso Mirafiori incrocerà quello Pomigliano riproponendo i motivi di rottura già noti e sui quali anche il suo partito si è espresso con toni critici nei confronti di Marchionne.

“Se vogliamo cancellare la distanza che ci vede indietro di trent’anni, i sindacati devono garantire l’affidabilità, devono assicurare il funzionamento della fabbrica. Questo in America è stato fatto e se non provvediamo a farlo anche qui il rischio sarà quello di dover parlare fra non molto non di Fiat-Chrysler ma di Chrysler- Fiat”.

L’Italia però non è l’America.

“E’ vero. Ma io mi domando dove c’è uno che investe 20 miliardi e sposta pezzi importanti di produzione dall’estero? Io in Italia non lo vedo, salvo forse qualche piccolo imprenditore. Perciò se fossi al posto di Marchionne direi: io devo fare tante vetture, fate voi le proposte su come evitare di perderci tutti. Ma questo da noi è purtroppo difficile. In America Obama andrà tra qualche giorno a visitare la Chrysler rilanciata in appena un anno con l’impegno dell’azienda, dei sindacati, del governo. Da noi siamo ancora fermi al tiro al bersaglio dei partiti che urlano inseguendo ognuno propri interessi di provincia e di parrocchia politica”.

Salvatore Tropea.

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