Cernobbio, il bivio del governo

giugno 18, 1996


Pubblicato In: Giornali, Il Messaggero


Al convegno di Cernobbio l’intenzio­ne manifesta degli ambien­ti imprenditoriali è stata quella di mandare un se­gnale molto preciso al go­verno Prodi. A poche ore dalla presentazione in con­siglio dei Ministri della ma­novra correttiva, premessa alla finanziaria che il gover­no si è impegnato a far conoscere nelle sue linee ge­nerali entro luglio; a pochi giorni dalla conferenza di Firenze, chiamata a ratifi­care gli ultimi indirizzi con­cordati in sede Ecofin, il se­gnale più preciso è stato quello di fare presto: “I gra­dualismi non pagano”.

Sarebbe un errore coglie­re questo invito come l’esortazione a calzare la maschera della Thatcher: esso è piuttosto conseguen­te alla lettura della sorte toccata con matematica precisione a tutti coloro che si sono accinti a mette­re ordine nella finanza pub­blica.

I governi — e quelli ita­liani in particolar modo ­sono degli one-shot govern­ment, hanno cioè un solo colpo in canna: non perché essi non dispongano degli strumenti per interventi correttivi in corso d’opera, ma perché il loro esordio ne marca in modo definiti­vo il consenso o il dissen­so, il successo o l’insucces­so. Fu così per. Amato e per Ciampi. Così per Berlu­sconi, che dovette scontare le promesse fatte in campa­gna elettorale. Così fu pur­ troppo anche per il governo Dini, che nacque proprio per rinegoziare un accordo sulle pensioni che i sindacati avevano smontato. Io per primo rimproverai quell’esi­to, ma questo fu il preciso mandato che Dini ricevette. Rivolto all’attuale governo, l’invito a far presto non va dunque letto come esortazio­ne a calcare la mano, ma a riflettere che il tono globale delle sue prossime uscite, quanto a settori di azioni e a strumenti per reperire risor­se, determinerà il consenso, il successo, la durata e l’effi­cacia di tutta la sua prossi­ma attività.

Al contrario del governo Berlusconi, che aveva fatto l’errore di contare su un effi­mero entusiasmo per risolvere i problemi strutturali del paese, incominciando da quelli dell’occupazione, l’at­tuale maggioranza si è data un realismo estremo, che ad alcuni, me compreso, appare fin eccessivo.

L’invito di Cernobbio ha radice nel fatto che ad alcu­ni ambienti economici que­sto governo è sembrato ras­segnato a gestire una linea di ingresso in Europa che non può passare che attraverso lo strumento fiscale, e quindi attraverso un aumen­to dei vincoli cui il mondo pubblico sottopone le impre­se. Le reazioni di Borsa alla uscita di Visco hanno rileva­to il rischio che l’attuale maggioranza corre, hanno fotografato l’equivoco che essa intenda il rigore solo sul lato delle entrate. L’invito di Cer­nobbio è quello di evitare l’errore di Visco non nel me­rito, ma nel tono; di evitare di toccare il tasto del prelie­vo fiscale fuori dal contesto generale. Che comprenda an­che i temi della libertà eco­nomica, del rapporto con la pubblica amministrazione, della concorrenza come pro­cedura per la scoperta: non solo della legittimità ma del­la necessità del profitto. Le politiche di risanamento, è la seconda osservazione che viene da Cernobbio, posso­no essere meglio affrontate da un governo di centro sini­stra che da uno di centro destra per la fiducia di cui esso gode presso le forze organiz­zate del mondo del lavoro. Si ripropone cioè il trade-off tra consenso delle forze sociali e miglioramento dell’ef­ficienza economica generale del paese. Ma mentre sul pri­mo punto, quello di non in­dulgere al gradualismo, si ha motivo di ritenere che, stan­te la qualità delle persone che formano questo gover­no, l’invito sarà accolto, sul secondo il giudizio rimane sospeso.

Esiste la possibilità che il ristretto gruppo di leader del­la maggioranza abbia il co­raggio di concepire un tra­de-off basato su un “pensie­ro forte”, su ricette innovative, su misure atte a allargare gli spazi per il lavoro e per le imprese; e non si sottragga al compito storico di proporle alle forze organizzate che hanno il torto di rappre­sentare, nella stratigrafia italiana, solo il lavoro dipen­dente ad un paese che ha 5 milioni di partite Iva.

Ma esiste anche un “pen­siero debole”, quello di chi continua a ragionare in ter­mini di alternativa rigore-so­lidarietà, e quindi richiede di ammorbidire il più possi­bile le misure sulla parte del­l’economia non soggetta alla concorrenza. Abbiamo visto quali reazioni abbia suscita­to il pur timido accenno di Ciampi sui dipendenti pubblici: eppure essi sono il 18% della forza lavoro e la loro maggiore efficienza po­trebbe ridurre, secondo alcu­ni, la nostra inflazione di ol­tre un punto.

Il pensiero forte ancora non si è fatto sentire, di quello debole risuonano ancora gli echi, captati dall’avvocato Agnelli quando ha ammesso che le privatizzazioni potrebbero confliggere con le riduzioni di persona­le: un realismo che chi scrive considera eccessivo.. “Si può fare solo quello che il paese può accettare” ha det­to Agnelli. Ma questo non è un dato fisso: dipende dalla visione che i leader politici, Prodi dunque e D’Alema, sapranno proiettare, e dall’autorevolezza con cui sapranno trasmettere il “pensiero forte”.

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